Bestemmie

di Francesco Greco
 

   Era appena un ragazzo ma si era già fatto la brutta nomina di bestemmiatore. Bastava un niente e metteva in mezzo tutti i Santi e le Madonne del calendario. Il padre lo portava a messi (mietitura) e quando alzavano mano trovava la bicicletta sgonfia dal sole? Ecco che metteva in mezzo la Madonna du Cannizzu (Canneto). La sorella ‘Ssunta non gli aveva lucidato gli scarpini della festa? Allora ‘Ntoni Calò bestemmiava Sant’Oronzo. E via dicendo.

   «Bestemmi come un ‘redacatu (eretico)» diceva cummare Teresa, sua madre, santa donna che ogni mattina andava in chiesa  «è meglio se vai dal prete a confessarti e vedi che ti dice… Prima che facciamo una casa a cannìzzu (con le canne, cioè, precaria)…».
«Chi, io?», si negò il figlio che ormai era uno scanciùne (adolescente).
«Peggio per te che quando muori vai all’inferno e ti chiudono a sette chiavi piangi e gridi e non esci mai…», proverbiò la donna.  
   «Da chi avrà preso?» si domandava il padre rivoltandosi nel letto di spine la notte quando usciva il discorso «non  ne ricordo nessuno della razza mia con questo vizio… E manco della tua strappìna (la stirpe della moglie)…».
«Viziu de natura fenca alla chiànca dura… (Vizio di natura dura fino alla tomba)», sospirava la donna rivoltandosi a sua volta inquieta nel letto di cacchiàme (foglie di granturco).
«Se continua così, con questo vitupèriu (vizio, abitudine) non lo ‘ndora (vuole) nessuna, manco la meglio puttana…» aggiunse preoccupato il padre dell’eretico «ma la colpa è tua che l’hai viziato…».
«Mai sia Signore…» disse lei facendosi la croce all’ammèrsa (all’inverso) «e che si deve fare, monaco?… Ma forse mò che passa qualche anno si leva il vizio, come si dice Carne ci crisce ci no vùjaca ‘nfatìsce (Carne che cresce se non si muove marcisce)…».
«Eh, ma gliela trovo io l’acqua al figlio tuo, adesso…» replicò il contadino «non mi conosce ancora… Sai che faccio? Parlo con il compare di battesimo… Se lo rimprovera ‘mpà Pazziu capace che si vergogna, gli cade il naso dalla faccia e cambia suonata…».
«Si, ma fallo in fretta» disse la donna temendo che sul figlio si abbattessero le peggiori maledizioni «come si dice: E castignète sù cumu le foje, ci le face le ‘ccoje (Le bestemmie sono come la verdura, chi la coltiva la raccoglie)…».
   Detto e fatto.

   «Compare» disse il giorno dopo mentre sotto l’ulivo marannàvano (facendo merenda)… «devi farmi un grande favore…».
L’altro alzò la testa enorme e lo guardò preoccupato, come se avesse paura che il compare di mille ubriacature gli chiedesse soldi in prestito. C’erano giorni che all’ora di mangiare diceva: «Vado a prendere l’acqua…», e si allontanava col vacatùru (recipiente d’argilla) e le fasàzze (bisacce) vuote perchè la moglie non gli aveva messo dentro niente. C’era stato una volta uno zappatore che metteva alcune pietre nelle fasazze per non sfigurare. Dopo aver zappato, sotto il sole d’estate, dalle 5, verso le 11 si allontanava per non essere visto, rovesciava le fasazze, aspettava un poco e poi tornava.
“Fiu meu quannu te sposi varda la razza, sennò cacci le corne cumu la cozza”, dice il proverbio (“Figlio mio quando prendi moglie guarda alla razza – della futura moglie – sennò avrai le corne come le cozze”). Ma peggio delle infedeli ci sono le mogli senacùse (avare) e quelle che spendono tutto quel che i mariti portano a casa lasciandoli senza un soldo.     
   “Se posso…» mormorò cumpare Pazziu dando un morso alla frisa col pomodoro, cinque chicchi di sale e una croce d’olio «non mi tiro certo indietro…».
Le cicale strillavano forte e lui masticava con le gengive vuote.
«Devi dire due parole al tuo sciuscèttu (figlioccio)… Sai che ha quel brutto vizio di bestemmiare» e si fece la croce «Padreterno mio perdonami, e mi fa scurnàre (vergognare) con la gente… Tu sei il compare di San Giovanni (il padrino di battesimo, cresima o nozze) e chi meglio di te può chiamarlo e dirgli che non sta bene prima che lo prendo a carcagnàte (calci) dove non batte il sole?… Come si dice: U cumpàre te face ‘mparàre…(Il compare insegna) e De la nunna e de lu latte ne pii la meju parte (Dalla comare e dal latte prendi il meglio)…». 

    Il contadino, uno zummèddhu (uomo basso e goffo), accettò, obbligato dal legame di comparaggio, come dice il proverbio antico: “Disconosci il padre e la madre mai il compare di San Giovanni”. E alla prima occasione parlò allo scapestrato dalla lingua di fuoco.
Il ragazzo una sera stava giocando a carte con i carniàli (vagabondi) pari suoi a un tavolino della putèa (osteria) di Cuncettina quadaràra (che ripara le pentole). Compare Pazziu, che a un altro tavolino si stava facendo la scopa di tutte le sere, con Pippinu Cannalòru, Luviggi Santudanìsu e ‘Ntunucciu Scarfaletti, mentre quest’utlimo mischiava le carte, si alzò dicendo ai compagni:
«Con permesso…».
Quelli annuirono. Poi s’avvicinò al tavolo accanto e aggiunse:
«Permetti una palòra (parola), signurinu?».   
Il cagnulàstru (adolescente) aveva l’aria interrogativa di un gatto fermo sul ciglio della strada.
«Che mi fai sentire, figlio mio….» disse il contadino «che hai la bocca sporca che è la cosa più brutta che c’è a questo mondo… così resti solo a casa, manco la Capidelana ti vuole… Quando ti viene da bestemmiare e non ti trattieni, devi dire Mannàja lu mau (Mannaggia al diavolo) che così non fai peccato…, hai capito?».
   ‘Ntoni Calò fece cenno di si, non perché convinto ma per tornare subito alle carte e al vino perché gli altri sbuffavano infastiditi dall’inattesa sosta. Nei giorni che seguirono, il ragazzo tenne a mente la morale e qualche volta la mise in pratica. Lo chiamarono a giornata a munnàre (rimondare gli ulivi) e quando un colpo d’accetta gli scagliò nell’occhio una scheggia che per poco non l’accecava, gli venne sulla punta della lingua, chissà perchè, Sant’Oronzo da Lecce, ma si trattenne e bestemmiò:
«Mannàja lu mau…».
Al tramonto, quando trovò la bicicletta con una ruota a terra, fu lì lì per mettere in mezzo San Vito di Tricase con tutti i cani, ma ripetè:
«Mannàja lu mau…».
I compagni di lavoro e di divertimento non si divertivano più, niente risate. Il padre e la madre invece erano contenti e andavano per strada con un sorriso da un orecchio all’altro.

    Ma il caso, che è figlio di buona donna, volle orchestrare una squadra di munnatùri in cui c’era il giovane e il suo padrino di battesimo, oltre a Giuvanni, ‘Ndrea e Dunatu Brusca. E un giorno di aprile in cui stavano dandoci sotto con le accette alla partita (appezzamento di terra) di vulie (ulive) di Totu Papatore, quando la tramontana portò i rintocchi della campana di Barbaranu a menzadìa (mezzogiorno) e uno dei fratelli Brusca disse “Ave Maria!” per scendere a mangiare un boccone, il caso mise compare Paziu ai piedi della scala dove stava sprunzànnu (tagliare i germogli) con la ronca (roncola) e in cima il suo figlioccio.   
Quando questi scese non si accorse della presenza dell’uomo, tanta era la fame che non vedeva manco i pariti (muri). E quando fu a un metro da terra, balzò come avrebbe fatto un gatto e ‘ssammuttò (inciampò) sui piedi del suo nunnu (compare), che urlò dal dolore, saltando quant’era alto, perchè gli aveva pestato i calli del piede destro e un occhio di pesce del sinistro, facendogli vedere le stelle.
Mortificato, lo scanciùne mormorò:
«Mannàja lu mau…».
E ‘mpà Pazziu, battendo i piedi per il dolore, rosso, verde, giallo, marrò in faccia, non potè fare a meno di urlare:
«Lu mau e la puttana di tua madre, così un’altra volta guardi a dove metti i piedi…».
La squadra rise mentre, addossata a una pajàra (trullo) che faceva da finita (confine fra un fondo e l’altro), schiacciava sotto i denti i pomodori e li strofinava alla frisa gocciolante dell’acqua fresca del vummìle (contenitore di terracotta) sudato.  

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