Charles Baudelaire – “Corrispondenze”

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L’esempio più famoso di testo poetico in cui è sapientemente usata la sinestesia, nonché uno dei manifesti della poesia moderna, è “Corrispondenze”, poesia tratta dalla raccolta “I fiori del male” di Charles Baudelaire (1821-1867):

«La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

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Jacob Grimm, Wilhelm Grimm – “Fratellino e Sorellina”

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«Il fratellino prese la sorellina per mano e disse: “Da quando mamma è morta, per noi non c’è stato più bene; la matrigna ci picchia ogni giorno, e se si va da lei ci caccia via a pedate. Le croste di pane avanzato sono il nostro pranzo, il cagnolino sotto la tavola sta meglio di noi: a lui qualche buon boccone ogni tanto glielo butta. Dio ne guardi, se la nostra mamma lo sapesse! Vieni, ce ne andremo insieme per il mondo”. Camminarono tutto il giorno per prati, campi e acciottolati, cadde la pioggia, la sorellina disse: “Piange anche Dio insieme ai nostri cuori!” e a sera arrivarono in un gran bosco. Erano così sfiniti dalla pena, la fame e il lungo cammino che si infilarono in un tronco cavo e si addormentarono.

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L'”Antologia di Spoon River” – Francis Turner, il malato di cuore

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Una delle figure più poetiche della raccolta è Francis Turner, un malato di cuore, disposto a morire pur di riuscire a vivere la gioia dell’amore almeno per un istante.

 

«Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere,
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti,
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary
baciandola con l’anima sulle labbra
all’improvviso questa prese il volo».

(trad. di Fernanda Pivano)

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Pascal Mercier – Treno di notte per Lisbona

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[..] Poco prima di mezzanotte Gregorius raggiunse il vagone ristorante. Era vuoto a eccezione del’uomo con i capelli brizzolati che stava giocando a scacchi con il cameriere. A dire il vero il vagone ristorante era chiuso, gli spiegò il cameriere, ma andò a prendere lo stesso un’acqua minerale per Gregorius e con un gesto lo invitò a sedersi al loro tavolo. Gregorius si accorse subito che l’occasionale compagno di viaggio, il quale ora indossava un paio di occhiali cerchiati d’oro, stava per cadere nella raffinata trappola del cameriere. L’uomo, la mano già protesa ad afferrare il pezzo, gli lanciò un’occhiata prima di muovere. Gregorius fece di no con la testa e l’altro ritrasse la mano.

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“Ragione e sentimento” – Jane Austen

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«[…] La giovane signora Dashwood non era mai stata molto gradita a nessuno della famiglia di suo marito; ma fino allora non aveva avuto occasione di dimostrare con quanto poco riguardo per gli altri potesse agire allorché gli eventi lo permettevano.
La signora Dashwood si risentì tanto di questo odioso comportamento e disprezzò tanto la nuora per esso, che avrebbe abbandonato la casa su due piedi, e per sempre; ma prima le suppliche della sua figlia maggiore la indussero a riflettere sulla convenienza di andarsene; poi il tenero amore che nutriva per le sue tre creature la decise a fermarsi e ad evitare una rottura con il loro unico fratello.
Elinor, la maggiore delle sue figliole, il cui parere era stato efficace, possedeva una forza d’animo e una perspicace intelligenza che facevano di lei, quantunque appena diciannovenne, la consigliera di sua madre, e spesso l’avevano messa in grado di controbilanciare, con gran vantaggio per tutte loro, quell’impulsività che non di rado spingeva la signora Dashwood all’imprudenza. Aveva cuore eccellente, indole affettuosa e sentimenti vivi e profondi, ma sapeva dominarli: scienza che sua madre non aveva ancora imparato, e che una delle sue sorelle aveva deciso di non imparare mai.
Le qualità di Marianne erano, sotto molti aspetti, del tutto uguali a quelle di Elinor. Ella era acuta e intelligente, ma esagerata in tutto: i suoi dolori, le sue gioie, non conoscevano la moderazione. Era generosa, gentile e interessante: era tutto, tranne che prudente. La somiglianza fra lei e sua madre era impressionante.
Elinor vedeva con preoccupazione l’eccesso di quella sensibilità; la signora Dashwood, invece, la pregiava e la coltivava. Ora madre e figlia s’incoraggiavano a vicenda nella violenza della loro afflizione. Lo strazio che da principio le aveva sopraffatte veniva volontariamente cercato, rinnovato, ricreato più e più volte. Esse si abbandonavano in pieno dolore, attingendo un sovrappiù di sofferenza da tutte le riflessioni che lo permettevano, decise a non ammettere consolazione per l’avvenire. Elinor era addoloratissima anche lei, eppure poteva farsi coraggio, poteva lottare. Si consultò con il fratello, ricevette la cognata al suo arrivo e la trattò con doverosa premura, tentò perfino di spronare sua madre a compiere un simile sforzo e a incoraggiarla a una simile tolleranza.
[…]».

(da J.Austen, “Ragione e sentimento”, RCS Libri, 2004, pp. 8-9).

“Raperonzolo” – Fratelli Grimm

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«[…] Raperonzolo diventò la più bella bambina del mondo. Quando compì dodici anni, la maga la chiuse in una torre in mezzo a un bosco che non aveva né scale né porta, solo una piccola finestrina in cima. Quando la maga voleva entrare, si metteva in basso e chiamava:

“Raperonzolo, Raperonzolo,
Calami il tuo fronzolo”.

Raperonzolo aveva lunghi, bellissimi capelli, fini come oro filato. Quando sentiva la voce della maga, si scioglieva le trecce e le annodava a un cardine della finestra. I capelli ricadevano allora per venti braccia e la maga se ne serviva per salire su.
Dopo un paio d’anni accadde che il figlio del re cavalcando nel bosco passasse davanti alla torre. Udì allora una canto soave che si fermò ad ascoltare. Era Raperonzolo che nella sua solitudine ingannava il tempo lasciando echeggiare la sua voce armoniosa. Il principe voleva salire fino a lei, ma cercò invano la porta della torre, non ne trovò nessuna. Fece ritorno a casa, ma il canto gli aveva talmente toccato il cuore, che ogni giorno andava nel bosco per riascoltarlo. Un giorno che ne stava lì dietro un albero vide una maga avvicinarsi e la udì chiamare:

“Raperonzolo, Raperonzolo,
Calami il tuo fronzolo”.

Subito i capelli ricaddero in basso e il principe salì.
Dapprima Raperonzolo si spaventò molto nel veder entrare un uomo, i suoi occhi non ne avevano mai visto uno, ma il principe prese a parlarle con molto garbo, disse che era stato colpito al cuore dal suo canto e non trovava pace se non vedeva la cantatrice stessa. Allora Raperonzolo non ebbe più paura, e quando il principe le chiese se lo voleva come sposo, trovandolo giovane e bello, pensò: “Mi vorrà più bene lui che la vecchia signora Gotel”, disse di sì e pose la sua mano nella mano di lui. […]»

(da J. Grimm- W. Grimm, “Raperonzolo”, in J. Grimm- W. Grimm “Fiabe”, vol. I, Fabbri Editori, 2001, pp. 119-120).

“L’amore secondo noi. Ragazzi e ragazze alla ricerca dell’identità”

 Copertina del saggio della Vaccarello

Delia Vaccarello a confronto
con i desideri e le paure
dei giovani d’oggi


brano

di Gianluca Matarrelli

In un mondo come quello odierno, attraversato dai cambiamenti apportati dalla tecnologia, anche i rapporti umani sono in evoluzione. Anni addietro era praticamente impossibile affrontare determinati argomenti considerati tabù, come il sesso o l’orientamento sessuale.

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Samain – Plinio il Vecchio

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Una testimonianza di Samain dagli scritti di Plinio
Da una descrizione di Plinio, tanto classica quanto sprezzante, si possono intravedere alcuni elementi del rituale gallese di Samonios/Samain, che presentano come caso singolare questa festività esplicimante legata alla raccolta del vischio, pianta sacra per i Celti. 

«È molto raro trovare il vischio e, quando lo si trova, viene raccolto con una grande cerimonia religiosa, il sesto giorno della luna, perché è osservando questo astro che i Galli regolano i loro mesi e i loro anni,    ugualmente ai loro secoli di trent’anni. Si sceglie questo giorno perché la luna ha già una forza considerevole, senza essere ancora nel centro del suo corso. Chiamano il vischio con un nome che significa “colui che  guarisce tutto”. Dopo aver preparato un sacrificio ai piedi dell’albero, si portano due tori bianchi le cui corna sono legate per la prima volta. Vestito di un abito bianco, il prete sale sull’albero, taglia il vischio con un falcetto d’oro che viene raccolto in un panno bianco. A questo punto le vittime vengono immolate pregando la divinità di rendere proficuo il sacrificio. Credono che il vischio, preso come bevanda, dia la fecondità agli animali sterili e costituisca un rimedio contro tutti i mali. Questo è il   comportamento religioso di un gran numero di popoli riguardo cose insignificanti».
(Hist. Nat., XVI, p. 249)

Dinamiche della doxasfera

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La doxasfera può essere considerata un modello in cui agiscono quattro attori principali:

DECISORI

Forma organizzativa: governi eletti democraticamente (a tutti i livelli). Deputati del governo e dell’opposizione. Partiti di governo. Possessori dei mezzi di produzione influenti su determinate collettività.
Obiettivi manifesti: prendere decisioni valide e legittime per una determinata collettività. Governare. Legiferare.
Obiettivi latenti: aumentare lo spazio discrezionale per porzioni specifiche di collettività. Mantenere o conquistare il potere politico, economico, culturale.
Selezione dei decisori: a livello politico, i decisori si selezionano principalmente attraverso i conflitti interni ai partiti che saranno in grado di raggiungere l’area del governo. La scelta dei leader da presentare alle scadenze elettorali (frutto di conflitti interni tra correnti e fazioni) sarà quindi affermata o smentita dai comportamenti elettorali dei cittadini. Una parte dei leader presentati dai partiti alle elezioni proviene dai gruppi di pressione, e deve la propria posizione al successo della politica di pressione esercitata dal proprio gruppo nei confronti del potere politico. In altri casi si assiste a politiche di cooptazione tra differenti tipi di decisori. È a esempio possibile che vengano cooptati decisori economici (proprietari o manager d’impresa) direttamente nella sfera della decisione politica.
Sostituzione dei decisori: esito di conflitti interni o elettorali.
Tendenze: aumento di discrezionalità del potere esecutivo sul potere legislativo. Presenza di nuovi soggetti politici di provenienza extrapartitica nella competizione per la selezione del decisore politico. Ristrutturazioni ideologiche dell’ambito conservatore e dell’ambito progressista.
Aree di crisi: autonomia dai gruppi di pressione, sovrapposizione con i gruppi di pressione. Relazioni e reputazioni mediatiche. Autorevolezza e riconoscimento da parte delle moltitudini.

GRUPPI DI PRESSIONE

Forma organizzativa: sindacati, associazioni di impresa, associazioni socio-culturali, movimenti, partiti politici (di opposizione) e porzioni di essi (corrente, fazione, divisione territoriale, componente).
Obiettivi manifesti: ottenere decisioni conformi alle proprie richieste e aspettative ritenute legittime.
Obiettivi latenti: condizionare la presa di decisioni da parte del decisore, estendere la discrezionalità del proprio gruppo.
Selezione dei gruppi di pressione: avviene attraverso la spinta dei gruppi di interesse – crogiuolo dei gruppi di pressione – che provvedono a segnalare il gradimento di massa di strategie e tattiche e a veicolare la spinta dal livello territoriale a quello generale. Un altro fattore di selezione è offerto dalla visibilità dei media. Quanto più il gruppo di pressione è stabilizzato e permanente, tanto più si svilupperanno istanze dialettiche tra maggioranze e minoranze e la selezione del personale dirigente sarà frutto degli esiti dei conflitti interni al gruppo di pressione stesso. È anche possibile intravvedere un certo condizionamento da parte dei decisori sulle scelte di un gruppo di pressione stabilizzato (p.e. a un partito di governo può andare maggiormente a genio l’elezione di Tizio o di Caio alla segreteria di un sindacato; in questo caso il decisore si trasforma – o tenta di trasformarsi – in un gruppo di pressione).
Sostituzione dei gruppi di pressione: esito di conflitti all’interno del gruppo o tra il gruppo e l’esterno.
Tendenze: aumento di complessità organizzativa, ristrutturazione delle leadership in funzione simbolico-comunicativa, nuovi movimenti reticolari.
Aree di crisi: autonomia dai gruppi di interesse, autonomia dai decisori, autonomia dai media.

MOLTITUDINI (RETE DEI GRUPPI DI INTERESSE)

Forma organizzativa: individui, famiglie, gruppi amicali, categorie sociali (rispetto alla condizione lavorativa), gruppi spontanei di interesse.
Sinonimo politico: elettorato. Sinonimo comunicativo: pubblico (audience).
Obiettivi manifesti: migliorare gli standard di qualità della vita individuale e del gruppo.
Obiettivi latenti: aumentare il proprio spazio discrezionale.
Selezione della rete dei gruppi di interesse: dinamiche demografiche, conflitti sociali, condizioni di mercato, istruzione, adattamento tecnologico.
Sostituzione della rete dei gruppi di interesse: cambiamenti delle dinamiche demografiche, trasformazioni del mercato del lavoro e delle professioni, processi di cambiamento culturale.
Tendenze: fine della massa “concentrata” e inizio delle moltitudini differenziate.
Aree di crisi: autonomia dai gruppi di pressione, autonomia dai decisori, autonomia dai media. Atomizzazione sociale.

MEDIA

Forma organizzativa: proprietà (privata o pubblica), management e assetti redazionali.
Obiettivi manifesti: selezione e racconto degli eventi ritenuti rilevanti.
Obiettivi latenti: mantenimento ed espansione dell’audience, indirizzo e influenza dei gruppi di interesse e di pressione, valutazione (critica o meno) dell’operato degli attori.
Selezione dei media: avviene in base al gradimento dell’audience e alla relazione con i gruppi di pressione e con i decisori.
Sostituzione dei media: concorrenza aziendale, indirizzi politico-culturali interni, ristrutturazioni aziendali.
Tendenze: dialettica tra media broadcast e new media. Ristrutturazione costante dell’industria culturale e delle tecnologie.
Aree di crisi: autonomia dall’audience, autonomia dai gruppi di pressione, autonomia dai decisori.

(Stefano Cristante, “Dinamiche della doxasfera” in Ilenia Colonna, Conflitti di opinione nel Salento, Il Salentino, 2009)

L’isola

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Tutti sanno che Odisseo naufrago, sulla via del ritorno, restò nove anni sull’isola Ogigia, dove non c’era che Calipso, antica dea.

(Parlano Calipso e Odisseo)

CALIPSO: Odisseo, non c’è nulla dì molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO: Una vita immortale.
CALIPSO: Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
ODISSEO: Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO: Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perché i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?
ODISSEO: Se domani io partissi tu saresti infelice?
CALIPSO: Vuoi saper troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci.
ODISSEO: Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?
CALIPSO: Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora? Perché sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, chi è Calipso?
ODISSEO: Ti ho chiesto se tu sei felice.
CALIPSO: Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi d’uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse?
ODISSEO: Dunque anche tu parli agli scogli?
CALIPSO: È un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dèi quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere. Qualcuna di noi resìsté ai nuovi dèi; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
ODISSEO: Ma non eri immortale?
CALIPSO: E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo come me, su quest’isola?
ODISSEO: Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO: È un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso.
ODISSEO: Non ti basta che sono con te quest’oggi?
CALIPSO: Non sei con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte dì quest’isola. E non sfuggì al rimpianto.
ODISSEO: Quel che rimpiango è parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cosa è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch’eri sola e ch’eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quel che sei l’hai voluto.
CALIPSO: Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. È un lungo sonno cominciato chi sa quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio.
ODISSEO: Sei tu, la signora, che parli?
CALIPSO: Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te.
ODISSEO: Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO: Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?
ODISSEO: Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.
CALIPSO: Oh mutata, perduta, um silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli o un po’ di fumo. Con te  nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
ODISSEO: Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO: Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo…
ODISSEO: Non sono immortale.
CALIPSO: Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO: Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO: Dimmi.
ODISSEO: Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.

(Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”, Torino, Einaudi, 1999, pp. 100-103, ed. orig. 1947).