Witold Pilecki: il volontario di Auschwitz

 

 Witold Pilecki  

Si fa imprigionare
per informare gli alleati
e preparare la resistenza

di Rossella Bufano

Una missione ad alto rischio per scoprire cosa accade nei campi di sterminio. L’intellettuale e ufficiale polacco Witold Pilecki nel 1940 si dota di documenti falsi e si fa arrestare dalla Gestapo. Condotto ad Auschwitz trasmette informazioni e rapporti ai propri superiori e alle forze alleate e organizza una rete di resistenza e di assistenza all’interno del lager.

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Il “Sogno Americano” di Milton Humason

 Milton Humason  


Da carrettiere a valente astronomo:
l’uomo che ha fatto
la storia della Scienza   


di Sergio d’Amico   

Oltre a essere l’anno in cui Einstein pubblicò la sua Teoria della Relatività, il 1905 fu fondamentale nella vita di un quattordicenne americano, poco portato per lo studio, che trascorse l’estate in un campeggio a Monte Wilson, a poco più a nord di Los Angeles.

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La nave di Skanderbeg

 Skanderbeg


L’eroe che cercò di liberare gli albanesi dalla sottomissione
ai turchi

 

di Stefania Stefanelli

Ho chiesto a una cara amica, Klodiana Çuka, Presidente dell’Associazione Integra Onlus di raccontarmi una leggenda del suo Paese, l’Albania.
Mi ha suggerito di leggere “La nave di Skanderbeg”, un racconto, intenso e vibrante, su Giorgio Castriota Skanderbeg. Condottiero distintosi nel conflitto contro i turchi. È considerato eroe nazionale albanese.

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Le Riduzioni sudamericane istituite dai gesuiti nel 1600

Riduzione - Paraguay

Villaggi
autonomi
economicamente
e culturalmente

di Rossella Bufano

Agli inizi del 1600, a opera dei missionari gesuiti, furono fondati nell’America Latina (Paraguay, Argentina, Brasile, Uruguay e Bolivia) dei villaggi per indurre gli indios ad abbandonare la vita nomade. Le riduzioni, come venivano chiamati questi villaggi, consentirono la loro crescita economica e spirituale e li misero al riparo dal rischio di essere catturati e ridotti in schiavitù. In tali comunità, infatti, si godeva di ampia libertà e di una condizione di assoluta uguaglianza, tanto che qualche studioso vi ha ravvisato un’anticipazione del comunismo.

I padri missionari insegnavano a leggere, scrivere e i mestieri maschili e femminili

Di certo fu fondamentale lo spirito con cui improntarono i gesuiti queste esperienze: nel rispetto degli indigeni e della loro cultura e nella condivisione assoluta della conoscenza. I padri insegnarono loro a costruire le abitazioni dapprima in legno e poi in muratura. E, mentre in Europa l’istruzione era ancora privilegio di pochi, istituirono le scuole, educando gli indios a scrivere e leggere la propria lingua (guaranì), componendo dizionari e grammatiche di facile lettura. Insegnando a lavorare il legno e i materiali agli uomini e a tessere e cucire alle donne.
Le prime evangelizzazioni forzate, praticate da altri ordini religiosi avevano scatenato non poche polemiche. I gesuiti cercarono di rendere gli indios autonomi sul piano economico e militare (furono istituiti anche degli eserciti), conciliando la loro cultura e quella occidentale.
In particolare José de Acosta (1540-1600), missionario spagnolo era convinto che i loro costumi (poligamia, ecc.) derivavano da una scarsa educazione. Pertanto i gesuiti si sentirono investiti del compito di insegnare e di convincere (reducir) loro della “verità”.

Villagi in cui si fondevano la cultura dei missionari e quella locale

La vita nei villaggi ruotava intorno alla chiesa, la quale richiamava però anche il luogo sacro in cui gli indios, che rammentiamo erano nomadi, si riunivano nelle loro soste. Una pietra sacra che rappresentava il dio Tupà, intorno alla quale venivano disposte le capanne. La struttura del villaggio conservava questo modello, con l’aggiunta di un ospedale, i gesuiti erano preparati anche in medicina, una piazza, un ufficio postale, un carcere, una sorta di albergo. Inoltre vi era anche la tipografia.
Le due culture si fusero in particolare nella musica. I guaranì si rivelarono abili costruttori di strumenti musicali e compositori e i missionari utilizzarono questa inclinazione per insegnare, attraverso testi che univano le sonorità occidentali e locali, la dottrina cristiana. Note le numerose composizioni sacre del missionario Domenico Zipoli (1668-1726) che sostituì il latino con la lingua locale.

Oggi patrimonio dell’umanità

L’esperienza, una delle più straordinarie di multiculturalismo e sviluppo economico, ebbe termine a causa delle rivalità tra Spagna e Portogallo (la prima cedette al secondo buona parte dei territori su cui sorgevano le riduzioni) e in seguito alla caduta in disgrazia della Compagnia di Gesù costretta ad abbandonare le riduzioni a se stesse.
Le riduzioni sono state dichiarate dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità.

Approfondimenti

Le riduzioni sudamericane – Centro studi per l’America Latina
Missione guaranì

Il 25 aprile di un matematico di origine israelita

Federigo Enriques
La liberazione dal nazifascismo
ha coinvolto anche scienziati
e intellettuali. La sfortunata
storia di uno di loro

di Sergio D’Amico

 

Il varo delle leggi razziali da parte del regime fascista, nel 1938, provocò notevoli disagi a migliaia di persone, fra le quali vi erano numerosi ricercatori e docenti universitari. Alcuni fra questi erano, o sarebbero diventati, in seguito, famosi: basti pensare a Rita Levi Montalcini. O è il caso di Enrico Fermi, costretto a emigrare negli Stati Uniti per restare vicino a sua moglie, di origine ebraica. Ma altri restarono in Italia, per propria scelta, o costretti dalle circostanze. Fra questi ultimi, vi fu Federigo Enriques: illustre matematico e filosofo, il cui nome è, oggi, noto soltanto a pochi. Ma di cui è interessante conoscere la vicenda umana e intellettuale.

Una brillante e rapida carriera

Federigo Enriques nacque a Livorno il 5 gennaio 1871, da una famiglia israelita di origini spagnole. Dotato di una spiccata intelligenza e di un precoce interesse per le discipline scientifiche, si laureò nel 1891 alla Normale di Pisa, e, all’età di appena venticinque anni, vinse una Cattedra universitaria a Bologna, dove rimase fino al 1922. In quell’anno, si trasferì a Roma, e, grazie al suo collega Guido Castelnuovo (che sarebbe diventato, in seguito, suo cognato), prese a interessarsi di geometria algebrica, della quale divenne presto uno dei maggiori esperti al mondo. I suoi meriti furono subito riconosciuti. Nel 1925, fu ammesso all’Accademia dei Lincei; in seguito, divenne membro della Società dei XL, nonché componente di numerose altre accademie e società scientifiche. Si occupò, inoltre, a fondo di questioni connesse all’organizzazione della scuola e dell’Università, elaborando progetti di riforma in parte ancora attuali.

L’attività storica e filosofica

Ma un tale spirito vivace e multiforme non poteva limitarsi ai soli doveri accademici. Già nel 1906, nel libro “Problemi della scienza”, Enriques espresse le proprie posizioni filosofiche, ispirate al “positivismo critico” di Mach e Poincaré, contro il neoidealismo di Croce e Gentile. Con questi ultimi, si sviluppò, fra il 1910 e il 1911, una furiosa polemica, continuata nelle pagine di “Scientia”, rivista fondata dallo stesso Enriques con E. Rignano. Oltre a ciò, Enriques pubblicò numerosi articoli e testi di storia della scienza, come “Scienza e razionalismo” (1912), “Storia del pensiero scientifico” (1932), “Il significato della storia del pensiero scientifico” (1936), e, soprattutto, “Le matematiche nella storia e nella cultura” (1938). Questo volume, scritto in collaborazione con Giorgio De Santillana, resta uno dei classici del pensiero scientifico; ed è utilizzato, a tutt’oggi, in numerosi atenei italiani come libro di testo.

La clandestinità e la liberazione

Le famigerate leggi razziali tolsero di colpo a Enriques tutto ciò che si era meritatamente guadagnato in decenni di onorata carriera. Privato dell’insegnamento universitario e di tutte le cariche accademiche, si ritrovò ridotto in miseria, e riuscì a sopravvivere grazie all’assistenza offertagli dai suoi allievi più affezionati, e all’aiuto di Castelnuovo, che lo aiutò a vivere in clandestinità, salvandolo dai rastrellamenti nazisti e dalla deportazione. Dopo la Liberazione, Enriques riacquistò tutto ciò che aveva perso, compresa la direzione della Sezione di matematica dell’Enciclopedia Italiana. Ma le privazioni sofferte durante gli anni dell’ignominia razzista non gli consentirono di godere appieno della rinnovata libertà. Federigo Enriques morì a Roma il 14 giugno 1946, circondato dall’affetto e dall’ammirazione di colleghi e allievi. 

 

Approfondimenti
Bibliografia

– Umberto Bottazzini, “I geometri italiani e la geometria algebrica ‘astratta’”, in “Storia della Scienza moderna e contemporanea”, vol. 3, Utet, 1988.
– Federico Di Trocchio, Marco Lancellotti, “Federigo Enriques”, in “La Piccola Treccani”, vol. 4, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1997.
– Federigo Enriques, “Il significato della storia del pensiero scientifico”, Zanichelli, 1936.

Per saperne di più
L’Idealismo secondo Federigo Enriques

«La filosofia della natura è caduta nel nulla, e i nuovi idealisti credono di sbarazzarsi del suo peso morto ritenendo ogni forma di studio della natura come una maniera di attività pratica, indifferente al pensiero. In tal guisa, non solo impoveriscono l’idealismo ma, ciò che è ancora più grave per dei pensatori storicisti, commettono un errore antistorico. Perché tutta la storia della filosofia, almeno della filosofia occidentale, prende norma e ispirazione dal pensiero naturalistico».   
(tratto da “Il significato della storia del pensiero scientifico”, Zanichelli,1936).

Madre Elisa Zanchi, un “pezzo” della storia di Tricase

Madre Elisa Zanchi
Modello di umiltà
e senso pragmatico

di Laura Longo

 

Madre Elisa Zanchi: un nome, una garanzia. Esempio pastorale che ha superato le chiusure sociali con grandi progetti. Una donna dai grandi ideali, come non pochi, che ha contribuito a migliorare le condizioni di vita cittadina con la costruzione di strutture ospedaliere e formative e contemporaneamente, per la storia della Chiesa, è stata una figura chiave in ambito missionario nonché socio-politico.

L’omaggio del Salento a Madre Zanchi

Le sue iniziative sono state raccontate nel libro “Madre Elisa Zanchi e le opere di Tricase” edita dalla Pia Fondazione “Card. G. Panico”. Nella pubblicazione si ripercorre tutta la sua vita e le vicende che hanno portato alla realizzazione delle opere tricasine.
Il libro (116 pagine a colori e con un inedito corredo fotografico d’epoca) ripercorre le vicende che portarono alla realizzazione delle opere (in particolare l’ospedale) attingendo, per la prima volta, al vasto epistolario tra il Cardinale Panico e Madre Zanchi. Nel presentare il lavoro, l’autore vuole mettere in risalto il riconoscente contributo che la terra del Salento ha nei confronti di Madre Elisa Zanchi: una donna che è stata sempre presente, con i fatti, nella fondazione, nella realizzazione e nello sviluppo delle opere di Tricase: l’Oasi di S. Marcellina e l’ospedale, ideate e fortemente volute dal Cardinale Panico di Tricase.
Fu infatti nel 1960 che il Cardinale Panico affidò a Madre Zanchi la gestione del futuro ospedale e dell’Oasi, luogo di vocazione e crescita spirituale per il giovane apostolato.

Una vita dedicata alle opere di assistenza sociale

Della Madre Superiora viene sottolineato la sua opera educatrice, di sostegno dei malati, di condivisione cristiana e fraterna della sofferenza e del suo grande amore per la vita. Non a caso fui lei a proporre corsi innovativi di formazione linguistica, che con la sua tenacia, riesce a farsi riconoscere con legge propria, n. 1130 del 9 ottobre 1951, (G.U. 7 novembre 1951) e istituisce, primo esempio in Italia, il Liceo Linguistico Marcelline.
Nel frattempo, nel 1960 aperta all’ascolto costantemente dei più poveri e all’aiuto missionario fondò due Collegi di scuole. Dalla materna fino al liceo, e la costruzione dell’Amitiè, una grande casa residenziale per anziani. L’anno successivo inaugura il moderno plesso ospedaliero a Itaquera in Brasile, insieme a tante opere sociali di assistenza. Ospedale che oggi offre alla popolazione – circa tre milioni di abitanti –, una efficace ed efficiente assistenza.
Nel 1991 nasce la Pia Fondazione di culto e di religione “Card. G. Panico” di cui è stata la presidente legale, nel 1998 riceve la cittadinanza onoraria. Si spegne a 95 anni lasciando attonita tutta la sua Tricase.

 
Per approfondimenti

Pia Fondazione Panico

Giuseppe Di Vittorio e i diritti dei lavoratori

Giuseppe Di Vittorio

 

 Un uomo del Sud si batte
per la dignità dei lavoratori vincendo pregiudizi
culturali e politici

di Rossella Bufano

brano 1
brano 2

Giuseppe Di Vittorio, passato alla storia come il primo grande segretario della CGIL, nasce a Cerignola (Puglia) nel 1892 da un famiglia di braccianti e proprio nei campi inizia la sua attività di sindacalista. È noto che si autodefinisce “figlio del bisogno e della lotta”. Bracciante poverissimo e autodidatta, si batte per due grandi sogni, che con lui diventano realtà: difendere i diritti dei lavoratori e, nel Secondo dopoguerra, dare vita a un unico sindacato dei lavoratori senza condizionamenti partitici. Infatti, pur aderendo agli ideali comunisti, conserva una posizione autonoma che lo induce a condannare la feroce repressione sovietica in Ungheria nel 1956. «L’affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l’azione sindacale di Di Vittorio; l’autonomia, la democrazia e l’unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori» (da Biografia di Giuseppe Di Vittorio).

Di Vittorio riveste molte cariche ma subisce anche tanti soprusi

La sua esperienza di vita è ricca di traguardi ma anche di avversità. Nel 1902 il padre muore e lui è costretto ad abbandonare la scuola elementare per essere avviato al lavoro nei campi. Nel 1904 partecipa a una manifestazione di lavoratori agricoli, durante la quale interviene la polizia uccidendo quattro lavoratori. Nel 1910 diventa segretario del circolo giovanile socialista di Cerignola. Nel 1913 diventa segretario della Camera del Lavoro di Minervino. Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera, arrestato per la resistenza al Fascismo. Nel 1936 contribuisce in Spagna ad Albacete all’organizzazione delle Brigate Internazionali con Luigi Longo e Andrè Marty. Nel 1939 dirige “La voce degli italiani”, quotidiano antifascista. Il 10 febbraio 1941 viene arrestato a Parigi dai tedeschi. Nel 1943 viene liberato e partecipa alla lotta di Liberazione. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, diviene segretario generale della Cgil unitaria. Nel 1946 viene eletto deputato dell’Assemblea Costituente. Queste sono solo alcune delle date significative della sua esistenza. Di Vittorio resta un esempio, un modello per la sua capacità di credere in un progetto e di lottare per la sua realizzazione. Una lotta pacifica, tenace, nonostante le guerre, la violenza fascista, l’ipocrisia comunista, la crisi economica pre e post guerre. Non smette mai di cercare unione, con gli operai del nord, con gli altri sindacati. Si serve del dialogo per far prendere coscienza che i bisogni sono comuni e per difendere i diritti.

Il piano del lavoro: rilancio economico e occupazionale

In piena guerra fredda, e quindi in un periodo di crisi ideologica e sociale, di incertezze oltre che di povertà, Di Vittorio lancia un progetto per la crescita economica e l’aumento dell’occupazione. Tra il 1949 e il 1950 egli propone il “Piano del Lavoro”, che punta sulla nazionalizzazione dell’industria elettrica, sulla costituzione di un ente nazionale per la bonifica delle terre e la redistribuzione dei latifondi, sull’istituzione di un ente nazionale per l’edilizia popolare, sulla realizzazione di infrastrutture e opere pubbliche. Il finanziamento di quest’opera di rilancio del Paese, doveva provenire da una tassazione progressiva (che incide sui redditi più alti), dall’utilizzo del risparmio nazionale e da prestiti esteri.

L’attualità di Di Vittorio

Come evidenzia Maurizio Ballistreri, la proposta del Piano di Lavoro di Di Vittorio conserva, in questo momento di recessione globale, una straordinaria attualità. La disoccupazione di massa, infatti, non può essere fronteggiata con interventi isolati, ma con un piano di sviluppo generale del Paese «partendo, per una volta, non dal Nord ma dal Mezzogiorno».

Lo scorso marzo Rai 1 ha trasmesso la biografia del nostro personaggio, dal titolo “Pane e libertà”. Una sorta di monito a fronte del dramma di migliaia di posti di lavoro a rischio, dei sindacati spaccati e di un governo che si occupa poco dei lavoratori.

Approfondimenti
Per saperne di più

Fondazione Giuseppe Di Vittorio
casadivittorio
Maurizio Ballistreri
Alessandra Vitali, articolo su «Repubblica»