L’emancipazione femminile nel romanzo italiano del ‘900

Introduzione
 

Io sono quella che cantano i poeti,
l’inesauribile sorgente dove palpita il genio,
l’apparizione, la madonna, l’egeria,
quella che suscita il sogno, che purifica l’acqua torbida,
io sono la cavità, la matrice,
la fontana da dove sgorga il verso trionfante,
dove risuona l’immagine di musica;
io sono quella che partorisce, che è materna,
quella che incanta, l’onnipresente.
Gli uomini mi piangono e mi desiderano,
i poeti mi gridano e mi sospirano,
tutti mi portano alle stelle…
Ma io non sono ascoltata.
Io sono parlata, ma non parlo,
sono scritta, ma non scrivo,
io sono dipinta, ritratta, scolpita,
il pennello e lo scalpello mi sono estranei.
Nessuno ascolta le mie grida silenziose,
nessuno vede la mia bocca spalancata e muta,
le mie dita contratte, le mie mani aperte,
le mie lacrime di pietra, il mio cuore straziato.
Io sono quella che non ha linguaggio,
quella che non ha volto, quella che non esiste.
…la donna…[1]

 

 

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Bestemmie

di Francesco Greco
 

   Era appena un ragazzo ma si era già fatto la brutta nomina di bestemmiatore. Bastava un niente e metteva in mezzo tutti i Santi e le Madonne del calendario. Il padre lo portava a messi (mietitura) e quando alzavano mano trovava la bicicletta sgonfia dal sole? Ecco che metteva in mezzo la Madonna du Cannizzu (Canneto). La sorella ‘Ssunta non gli aveva lucidato gli scarpini della festa? Allora ‘Ntoni Calò bestemmiava Sant’Oronzo. E via dicendo.

   «Bestemmi come un ‘redacatu (eretico)» diceva cummare Teresa, sua madre, santa donna che ogni mattina andava in chiesa  «è meglio se vai dal prete a confessarti e vedi che ti dice… Prima che facciamo una casa a cannìzzu (con le canne, cioè, precaria)…».
«Chi, io?», si negò il figlio che ormai era uno scanciùne (adolescente).
«Peggio per te che quando muori vai all’inferno e ti chiudono a sette chiavi piangi e gridi e non esci mai…», proverbiò la donna.  
   «Da chi avrà preso?» si domandava il padre rivoltandosi nel letto di spine la notte quando usciva il discorso «non  ne ricordo nessuno della razza mia con questo vizio… E manco della tua strappìna (la stirpe della moglie)…».
«Viziu de natura fenca alla chiànca dura… (Vizio di natura dura fino alla tomba)», sospirava la donna rivoltandosi a sua volta inquieta nel letto di cacchiàme (foglie di granturco).
«Se continua così, con questo vitupèriu (vizio, abitudine) non lo ‘ndora (vuole) nessuna, manco la meglio puttana…» aggiunse preoccupato il padre dell’eretico «ma la colpa è tua che l’hai viziato…».
«Mai sia Signore…» disse lei facendosi la croce all’ammèrsa (all’inverso) «e che si deve fare, monaco?… Ma forse mò che passa qualche anno si leva il vizio, come si dice Carne ci crisce ci no vùjaca ‘nfatìsce (Carne che cresce se non si muove marcisce)…».
«Eh, ma gliela trovo io l’acqua al figlio tuo, adesso…» replicò il contadino «non mi conosce ancora… Sai che faccio? Parlo con il compare di battesimo… Se lo rimprovera ‘mpà Pazziu capace che si vergogna, gli cade il naso dalla faccia e cambia suonata…».
«Si, ma fallo in fretta» disse la donna temendo che sul figlio si abbattessero le peggiori maledizioni «come si dice: E castignète sù cumu le foje, ci le face le ‘ccoje (Le bestemmie sono come la verdura, chi la coltiva la raccoglie)…».
   Detto e fatto.

   «Compare» disse il giorno dopo mentre sotto l’ulivo marannàvano (facendo merenda)… «devi farmi un grande favore…».
L’altro alzò la testa enorme e lo guardò preoccupato, come se avesse paura che il compare di mille ubriacature gli chiedesse soldi in prestito. C’erano giorni che all’ora di mangiare diceva: «Vado a prendere l’acqua…», e si allontanava col vacatùru (recipiente d’argilla) e le fasàzze (bisacce) vuote perchè la moglie non gli aveva messo dentro niente. C’era stato una volta uno zappatore che metteva alcune pietre nelle fasazze per non sfigurare. Dopo aver zappato, sotto il sole d’estate, dalle 5, verso le 11 si allontanava per non essere visto, rovesciava le fasazze, aspettava un poco e poi tornava.
“Fiu meu quannu te sposi varda la razza, sennò cacci le corne cumu la cozza”, dice il proverbio (“Figlio mio quando prendi moglie guarda alla razza – della futura moglie – sennò avrai le corne come le cozze”). Ma peggio delle infedeli ci sono le mogli senacùse (avare) e quelle che spendono tutto quel che i mariti portano a casa lasciandoli senza un soldo.     
   “Se posso…» mormorò cumpare Pazziu dando un morso alla frisa col pomodoro, cinque chicchi di sale e una croce d’olio «non mi tiro certo indietro…».
Le cicale strillavano forte e lui masticava con le gengive vuote.
«Devi dire due parole al tuo sciuscèttu (figlioccio)… Sai che ha quel brutto vizio di bestemmiare» e si fece la croce «Padreterno mio perdonami, e mi fa scurnàre (vergognare) con la gente… Tu sei il compare di San Giovanni (il padrino di battesimo, cresima o nozze) e chi meglio di te può chiamarlo e dirgli che non sta bene prima che lo prendo a carcagnàte (calci) dove non batte il sole?… Come si dice: U cumpàre te face ‘mparàre…(Il compare insegna) e De la nunna e de lu latte ne pii la meju parte (Dalla comare e dal latte prendi il meglio)…». 

    Il contadino, uno zummèddhu (uomo basso e goffo), accettò, obbligato dal legame di comparaggio, come dice il proverbio antico: “Disconosci il padre e la madre mai il compare di San Giovanni”. E alla prima occasione parlò allo scapestrato dalla lingua di fuoco.
Il ragazzo una sera stava giocando a carte con i carniàli (vagabondi) pari suoi a un tavolino della putèa (osteria) di Cuncettina quadaràra (che ripara le pentole). Compare Pazziu, che a un altro tavolino si stava facendo la scopa di tutte le sere, con Pippinu Cannalòru, Luviggi Santudanìsu e ‘Ntunucciu Scarfaletti, mentre quest’utlimo mischiava le carte, si alzò dicendo ai compagni:
«Con permesso…».
Quelli annuirono. Poi s’avvicinò al tavolo accanto e aggiunse:
«Permetti una palòra (parola), signurinu?».   
Il cagnulàstru (adolescente) aveva l’aria interrogativa di un gatto fermo sul ciglio della strada.
«Che mi fai sentire, figlio mio….» disse il contadino «che hai la bocca sporca che è la cosa più brutta che c’è a questo mondo… così resti solo a casa, manco la Capidelana ti vuole… Quando ti viene da bestemmiare e non ti trattieni, devi dire Mannàja lu mau (Mannaggia al diavolo) che così non fai peccato…, hai capito?».
   ‘Ntoni Calò fece cenno di si, non perché convinto ma per tornare subito alle carte e al vino perché gli altri sbuffavano infastiditi dall’inattesa sosta. Nei giorni che seguirono, il ragazzo tenne a mente la morale e qualche volta la mise in pratica. Lo chiamarono a giornata a munnàre (rimondare gli ulivi) e quando un colpo d’accetta gli scagliò nell’occhio una scheggia che per poco non l’accecava, gli venne sulla punta della lingua, chissà perchè, Sant’Oronzo da Lecce, ma si trattenne e bestemmiò:
«Mannàja lu mau…».
Al tramonto, quando trovò la bicicletta con una ruota a terra, fu lì lì per mettere in mezzo San Vito di Tricase con tutti i cani, ma ripetè:
«Mannàja lu mau…».
I compagni di lavoro e di divertimento non si divertivano più, niente risate. Il padre e la madre invece erano contenti e andavano per strada con un sorriso da un orecchio all’altro.

    Ma il caso, che è figlio di buona donna, volle orchestrare una squadra di munnatùri in cui c’era il giovane e il suo padrino di battesimo, oltre a Giuvanni, ‘Ndrea e Dunatu Brusca. E un giorno di aprile in cui stavano dandoci sotto con le accette alla partita (appezzamento di terra) di vulie (ulive) di Totu Papatore, quando la tramontana portò i rintocchi della campana di Barbaranu a menzadìa (mezzogiorno) e uno dei fratelli Brusca disse “Ave Maria!” per scendere a mangiare un boccone, il caso mise compare Paziu ai piedi della scala dove stava sprunzànnu (tagliare i germogli) con la ronca (roncola) e in cima il suo figlioccio.   
Quando questi scese non si accorse della presenza dell’uomo, tanta era la fame che non vedeva manco i pariti (muri). E quando fu a un metro da terra, balzò come avrebbe fatto un gatto e ‘ssammuttò (inciampò) sui piedi del suo nunnu (compare), che urlò dal dolore, saltando quant’era alto, perchè gli aveva pestato i calli del piede destro e un occhio di pesce del sinistro, facendogli vedere le stelle.
Mortificato, lo scanciùne mormorò:
«Mannàja lu mau…».
E ‘mpà Pazziu, battendo i piedi per il dolore, rosso, verde, giallo, marrò in faccia, non potè fare a meno di urlare:
«Lu mau e la puttana di tua madre, così un’altra volta guardi a dove metti i piedi…».
La squadra rise mentre, addossata a una pajàra (trullo) che faceva da finita (confine fra un fondo e l’altro), schiacciava sotto i denti i pomodori e li strofinava alla frisa gocciolante dell’acqua fresca del vummìle (contenitore di terracotta) sudato.  

L’acqua

di Francesco Greco
 

  A quel tempo si usava vegliare i defunti in chiesa tutta la notte. Compito che toccava ai parenti stretti ma che, in caso di impossibilità (per vecchiaia, malattia o altri impedimenti) si sobbarcavano i compagni più stretti del trapassato.Toccò a Martinu Pettanàru e Franciscu Surdu vegliare, in una cupa notte di marzo, il loro compagno di osteria Cosimu Suja che, mentre faceva il suo lavoro di munnatùre (rimondatore) ai Fani, scendendo dalla scala si graffiò con una scarda (scheggia). Scarda fu quella che se n’andò a 50 anni lasciando sette figli piccoli. Il sangue si avvelenò e morì in capo al mese di marzo. E adesso era là lungo disteso nel chiavùtu (bara) fatto dalle assi di legno del letto inchiodate alla svelta. 
I due sedevano uno da un lato e l’altro dall’altro su vecchie sedie ‘mpajàte (intrecciate) dalla Mariànciala Profico che aveva ereditato dal padre il mestiere e ne faceva una a notte alla luce del lume con 6 figli e il marito che dormivano.
La porta della chiesa era aperta ed entrava un venticello fresco. La primavera ormai era nell’aria. I due erano avvolti in cappe di tela rustica. Senza rispetto per il morto, per passare il tempo, si raccontarono culàcchi (racconti) fino a tardi e alcuni, se avesse potuti sentirli, avrebbero fatto arrossire il defunto.

   Verso mezzanotte a Martinu venne sete, ma una sete come non l’aveva mai avuta in vita sua e Franciscu disse:
«Tu resta qua che io vado a prendere l’acqua dalla sterna (pozzo) di Vitamaria Ferra…».
La luna faceva capolino ogni tanto fra le nuvole. Martinu faceva famàzzi (sbadigli) di noia e per passare il tempo si mise a parlare col morto come faceva quando era vivo e passavano il tempo all’osteria. Aveva gli occhi spalancati nel buio ma all’amico non passava per la mente l’idea di chiuderglieli.
E siccome l’altro tardava, pensò di fargli uno scherzo che avrebbe fatto andare a scioijmenti (a diarrea) al compare. Tirò giù il morto dal catafalco e sudando come un animale, dopo molti tentativi riuscì a farlo sedere alla sua sedia. Ci volle un quarto d’ora buono e si scujò (affaticò) perchè era pesante, ma alla luce delle candele che ardevano davanti all’altare maggiore, si vedeva una sagoma seduta dove prima c’era lui con la testa lievemente reclinata da un lato, come se dormisse. Poi si sistemò nell’urna (bara) lungo e disteso, comodo perchè lui e Cosimu, buonanima, avevano la stessa stazza e aspettò.

   Il compare non tardò molto e quando tornò offrì l’acqua all’uomo seduto.
«Oh, ho portato l’acqua, tieni, visto che avevi così sete…», disse.
Quello non diede alcuna risposta. Pensando si fosse addormentato a sonni chini (pesantemente), Franciscu lo strattonò:
«Ehi, dico a te… Avevi saccarìzzu (sete) e ho portato l’acqua fresca, tieni che è pesante…», e gli porgeva il vacatùru (orciolo).
Di nuovo non ci fu risposta:
«Ehi, a te parlo…» s’alterò Franciscu i cui occhi cominciavano ad abituarsi all’oscurità «…Che minchia di cristiano… Ti sei addormentato?.. Tieni, bevi, così ti passa il sonno… Io mi sono binchiàtu (saziato)… Come dice il proverbio: È meju na vìppata de acqua frisca ca na binchiàta de mazzate… (Meglio una bevuta d’acqua fresca che una bastonata)». Rise. La luce delle candele faceva sembrare spiritati gli occhi dei Santi nelle nicchie.

   Un silenzio di tomba fu la sola risposta. Le candele di sego proiettavano ombre barocche sui muri. L’uomo restò con l’orciolo in mano. Un minuto buono distillò come sabbia nella clessidra del tempo. Allora una voce cupa, cavernosa, che parve provenire dall’aldilà e che era quella di Martinu parlò:
«Se non ne vuole lui» sillabò «dammene una stizza (sorso) a me…».
A quelle parole, pensando che il morto fosse resuscitato e il compare dormiva, Franciscu Surdu, bianco come un muro di calce, buttò all’aria l’orciolo che si spriculò (frantumò) in mille stozzi (pezzi) e se vuoi vai a trovarlo, sparì inghiottito dalle tenebre della notte senza nemmeno indossare la cappa.

La forbice

di Francesco Greco
 

  Marito e moglie negli ultimi tempi non andavano più d’accordo, litigavano per un nonnulla. All’uomo non piaceva la cipolla cotta e la moglie la metteva ovunque. Andava pazzo per i vardacèli (peperoni piccanti) e lei non li friggeva mai. Detestava sentirla cantare mentre faceva le servizie (faccende domestiche) e lei la faceva apposta con le canzoni di chiesa. Odiava il cuscino troppo gonfio e quella lo ‘mpurràva (riempiva) di lana.
Vero è che non si erano mai presi davvero e Cicciu Scurcu, detto spirlìnchi (persona magra, tutta ossa), non poteva non dare ragione al padre, massàru Pati, pace all’anima sua che, quando la portò a casa la guardò un istante con l’occhio azzurro e la mattina dopo, mentre mungevano le vacche gli aveva detto:
“Figlio mio, quella non è per te, è meglio se te ne cerchi un’altra, una ‘ntaraddhàta (donna introversa, che sta sulle sue)… Non vedi che occhi di fuoco che ha?… A quella non gli metterai mai la capèzza (cavezza)… Di razza caputòsta (testarda) e superbiosa è… Si, è meglio se ti trovi una scurciàta (donna di poche pretese)… Ma non sentire me, fai come dice la capo tua e cànnala (sbagliala)… Un domani non devi dirmi tata (padre) è stata colpa tua e castamàrmi (maledirmi) pure dopo che mi sono pracàtu (seppellito)…”.

   E così aveva fatto, di testa sua: il furèse (contadino) di Lucugnanu s’era ‘nzuràtu (sposato) con Chicchina Bonchi, terza figlia dei nove che il Padreterno aveva concesso al fattore del barone di Castiùne (Castiglione). Avevano affittato una carrozza per portarla alla chiesa e il pranzo era stato di due portate: pasuli (fagioli) e paparina (papaverina, erba selvatica).
Bella era bella, “civile” (sottile) diceva Cicciu ai compari di zappa mentre spunzàva (bagnava) una frasèddha (frisa, pane greco) verso le 11 tutt’un bagno di sudore che la maglia di lana pesante che indossavano la potevi strizzare, con la zappa che faceva scintille nella terra scurdàta (dimenticata) di Sargirò che scatanàvano (dissodavano) per piantare una vigna.
“Avessi sentito mio padre… Aveva ragione, e chi gli mette la cavezza a quella?.. È testarda come il mulo di Santu e Minucu…Che ne fa della bellezza – sospirava – se non ha il dono della  parola?”.
“Quando la devi cannàre (sbagliare) non manca modo…”, pontificava Biasi Piattèra bevendo dal fiasco.

   Ciccio era di quegli uomini dal carattere mite e quasi remissivo, che però se gli vengono i cinque minuti sono capaci di tutto.
Marito e moglie dunque litigavano su tutto. Già ci voleva la massima colpa per farla parlare, perchè era così chiusa che il prete sull’altare, quando la sposò, dovette chiedergli tre volte se voleva quel cristiano per marito.
Se chiedeva a Chicchina di rattoppare le quasètte (calze) pesanti, rispondeva:
“Poi vediamo…”.
Se diceva di cucinare foje (verdura), metteva pignàta (legumi). Se domandava se aveva segnato la messa per la buonanima del padre, non diceva né si né no.
   Era una frucìddha (donna svelta, abile), ma cocciuta peggio di un mulo che prendi a bastonate per farlo andare per la via sua carico di balle di paglia o panàri (recipienti di canna intrecciata) di pomodori o legna.
Così arrivò di nuovo il tempo delle messi, Cicciu si alzava ancora buio, metteva un tozzo di pane e un pomodoro e la falce nelle fasàzze (bisacce) e andava nei campi. Tornava dopo il tramonto, sudato come ecce homo. La donna restava a casa a tèssere un cannavàzzu (canovaccio) al talàru (telaio).

   E una domenica verso mezzogiorno, Cicciu tornò dall’osteria con un bicchiere di troppo e successe. La moglie seduta si faceva vento con la vantìli (grembiule). Quando si regolò che i cavaiòli (maccheroni fatti in casa) erano cotti, li scolò. Nero di sole, silenzioso, nervoso, il furèse (contadino) sedette a mangiare un boccone caldo. Chissà cosa gli passò per la mente, perché quella domenica del Corpus Domini cominciò la sua sventura. Avrebbe potuto domandare se il formaggio era stato grattato, se il malùne (anguria) era stato calato nel pozzo o se era passato qualcuno di casa sua a cercarlo. Nient’affatto e all’improvviso chiese:
“Come si miete il grano?”.     
La donna spalancò gli occhi d’oliva ed ebbe una smorfia come il cane a cui è stata scafazzàta (calpestata) la coda e non disse né ui né oi. L’uomo si riempì il bicchiere di vino e ripetè:
“Voglio sapere come si miete il grano…”, insistè.
Chicchina uscì nel cortile dove su una chiànca (pietra piatta) lavava i piatti. Quando glielo chiese la terza volta, sospirò:
“Con la forbice…”.
Il vino gli andò di traverso e tossendo ne scagliò un sorso sulla tovaglia candida. Sapeva che era capace di dire, se il sole fuori splendeva, che pioveva e viceversa, se diluviava che c’era un sole da spaccare le pietre.
“Con la forbice?… – s’indignò l’uomo – Che, hai perso i sensi?… Te l’ho detto tante volte che il grano si miete con la falce… Ma tu non te lo metti mai in testa… Sei peggio del mulo di Crispino… Avanti, con che cosa si miete il grano?”.
La donna taceva sciacquando la cazzalòra (pentola) e quando, con la voce rotta dalle Sax e dall’esasperazione glielo chiese due volte altre, rispose ancora:
“Con la forbice…”.
“La forbice?… Tu devi essere malata de capu (pazza)… – si scandalizzò – …Zitta che se ti sentono i vicini ci sciùdacano (criticano) e ci prendono per fessi… Da quando Dio ha fatto il mondo, tutti i cristiani sulla faccia della terra mietono con la falce… Con la forbice quando ti sbrighi, l’anno di poi e il mese di mai?… Con cosa lo mieti il grano?…”, si strozzò.
E quando Chicchina ripetè acida e con una folgore di rabbia negli occhi la stessa, identica risposta, esplose la furia dei miti. L’uomo uscì come un toro scatenato dalla casa di calce e strattonò la moglie fino alla sterna (pozzo). Un piatto le cadde dalle mani e si frantumò. E mentre la imbragava ai fianchi con un sacco e la stringeva con una grossa fune, chiedeva:
“Con che si miete il grano, eh?… Oggi, chitàccreata (imprecazione, modo di dire), hai pescato la giornata storta… Ti faccio venire la cacarèddha (diarrea)…, ti faccio…”.
E quella, testarda, a ripetere:
“Con la forbice…”.

   Il marito allora, irritato anche dal sottile tono canzonatorio della sua voce, la spintonò verso il pustàle (imboccatura) e la calò giù. La donna stranamente non si ribellò, lasciò fare e quando l’acqua le arrivò ai fianchi, l’altro tornò a chiedere:
“Aveva ragione u tata (il padre)… Siete una razza di caputòsti (testedure)… Se lo sentivo mò non stavo qui a combattere con te… Lo vedi con i tuoi occhi la mattina quando esco di casa che metto nelle bisacce… Come lo mieti il grano?…”.
E quella, scuotendo i bei riccioli scuri, come volesse burlarsi del marito:
“Con la forbice… Con la forbice… Con la forbice…”.  

   Quando l’acqua le arrivò al petto che aveva bello rigoglioso, chiese di nuovo con cosa sarebbe andata a mietere le messi e lei disse ancora:
“Con la forbice!”.
La corda, che era robusta, fu mollata un altro poco; dall’acqua restava fuori solo la testa. Quasi soffocando come per un imminente attacco di cuore, ripetè alla donna che pure amava più di della sua stessa vita, la domanda ed ebbe la stessa risposta. Mollò un pò e a pelo d’acqua rimasero solo i capelli corvini. Urlò un’ultima volta ascoltando l’eco delle sue parole:
“Come si miete il grano, eheeee?… Lo voglio sapereeeeee… Dimmeloooooooooo…”.
In un gorgoglio cupo, la sventurata farfugliò la stessa fatale risposta. Dopo di che anche la testa sparì interamente e Cicciu, soffocando di rabbia, strillò un’ultima volta la domanda.
Dal pelo dell’acqua emerse allora un braccio e la mano agitò più e più volte il dito indice e medio, a mò di forbice. L’uomo si rassegnò e con un brusco strattone lasciò andare u ‘nzàrtu (corda) mormorando fra i denti una bestemmia irripetibile.

   E nel carcere dove è incanutito, Cicciu Scurcu s’è domandato milione di volte perchè mai la buonanima rispondeva:
“Con la forbice…”.
Per dispetto? Per ignoranza? Per dire il contrario di quello che diceva lui? E chissà quanti altri uomini in fondo all’umidità di tante prigioni si facevano e si fanno la stessa domanda e se la porranno finché ci saranno femmine testarde sulla faccia della terra e cioè fino alla fine del tempo, quando spriculerà (sbriciolerà) il sale.