Chi dice donna…Dice danno

La Città – Editoriale – Anno XXXII – Numero 5 – 10 marzo 2010
 

Molti di voi hanno terminato il titolo di copertina con questo pensiero. È normale, io stessa l’ho sentito ripetere tante volte nella mia infanzia. È una provocazione, ma anche l’auspicio che possa aprire ad una riflessione. Parlare di donne significa, invece, dire tante cose.

Perché le donne hanno innumerevoli ruoli, perché sono chiamate in molti modi, perché rinchiuse in troppi stereotipi. Donna tangente, donna escort, donna velina. Donna madre, donna sposa, donna amante. Donna prostituta. Donna sola. Donna stuprata, donna violata, donna amata. Donna operaia, donna badante, donna professionista, donna casalinga… e sopra ogni ruolo mamma. Per chi non lo è, ma una madre l’ha avuta. Per chi lo è e, certe volte, sente di non essere in grado di farlo. Mestiere difficile, l’inadeguatezza dura una vita intera.

Donna. Un mosaico dai mille colori e dalle meravigliose sfaccettature. Come la foto scelta per la copertina. Di Vanessa Parisi, una donna “fotografa” appunto. Giovane emergente che abita a Cinisello Balsamo e ci ha concesso un’intervista. Perché il giornale è anche questo. Dare la possibilità a chi è sconosciuto di farsi vedere, a chi merita e non ha santi in paradiso di offrirsi, anche solo attraverso un’immagine, al giudizio degli altri.
Bando ai detti comuni, dunque. Bisognerebbe passarli in rassegna tutti per poter comprendere quale accezione negativa assume il ruolo della donna nel linguaggio popolare. Spia di un modo approssimativo di leggere un universo così complesso come quello femminile. Occorre guardare oltre il velo delle cose, andare a fondo per scoprire che significati immensi si nascondono proprio dietro le realtà più semplici, le più scontate che non siamo abituati a cogliere. Osservare con i nostri occhi però, conoscere con la nostra mente e non affidarsi al “di quella si dice che…”.

Questo numero del giornale, preparato in redazione a ridosso dell’8 marzo, rappresenta un omaggio a tutte le donne, ma anche agli uomini con in quali tutte noi condividiamo l’esistenza. Uomini che ci sopportano e ci aiutano, nella cura dei figli, nei lavori domestici, perché può sembrare strano ma la realtà quotidiana è davvero questa. Fatta di padri che accompagnano i propri figli a scuola, di mariti che riempiono i carrelli al supermercato o aiutano la moglie nelle faccende domestiche. C’è  l’uomo che violenta e uccide, che picchia, dinanzi agli occhi intimoriti dei figli, la loro madre. C’è il padre che sevizia e vende le proprie figlie femmine, ma ci sono anche quei padri e quei mariti che permettono a  noi donne, e madri, di occupare ruoli importanti nella società perché a casa restano loro. Senza pesi né misure, senza compromessi o pegni, ma per l’accordo implicito che si crea fra due persone che si amano e reciprocamente si stimano. È la realtà delle piccole cose che non fa notizia, non fa audience quanto un sedere in bella mostra o quanto la donna-oggetto accanto al presentatore e al politico di turno. Questo è il modello che ci passano i mass media, ma non è l’unico modello possibile.

Se è vero che qualcosa è cambiato, molta strada per noi donne è ancora da percorrere. La strada dei riconoscimenti e dei diritti sul lavoro, come ci mostrano i contenuti dell’intervista a Susanna Camusso, segretaria nazionale della CGIL, che ringrazio di cuore. Come ci raccontano le molte storie raccolte in questo giornale. Rappresentano  la lotta “sempre aperta” contro stereotipi culturali e di pensiero che hanno bloccato, e arrestano tutt’oggi, l’affermazione delle donne non solo nelle organizzazioni del lavoro e della società, ma soprattutto in politica.
“Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”. È l’incipit di Malamore. Esercizi di resistenza al dolore scritto da Concita De Gregorio che parla di noi. Del dolore che diventa forza e crea. Genera vita.

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