“Come le rose a maggio” di Antonello D’Ajello

Cantore di dolore e speranza
in un diario di bordo
sulla malattia del figlio

di Emanuela Boccassini

 

La vita, si sa, è imprevedibile. Tutto sembra andare per il verso giusto: le vacanze di Natale riuniscono le famiglie, si organizzano i menu, le liste della spesa, le tavolate. Si sognano i regali adatti a ciascun membro. Ecco, però, all’improvviso, quella che appare una banale influenza trascina nel baratro più profondo.
Il 26 dicembre 2012 Matteo, figlio di Antonello D’Ajello, autore di “Come le rose a maggio” (ArgoMenti edizioni), viene ricoverato in ospedale. Il “Mostro”, il virus della mononucleosi divora dall’interno il corpo di Matteo. Il ragazzo entra in coma e da lì inizia il viaggio verso l’inferno dei D’Ajello.

Attraverso la scrittura di quello che, a mio avviso, può essere considerato un diario di bordo, Antonello mette a nudo la sua anima. Racconta il suo iter, che non è solo fisico – da un ospedale a un altro e da una città all’altra -, ma il suo è soprattutto un viaggio psicologico. Esprime con sincerità e umiltà le proprie debolezze, pensieri, perplessità, paure, rabbia, amarezza, gioia, insoddisfazione, solitudine e amore. Riflette sul proprio ruolo di uomo, di marito e di padre. Rivaluta, tra ottimismo e smarrimento, le priorità e vive, ogni giorno, la sofferenza. Sofferenza della quale, il genere umano si accorge solo quando viene colpito.

Antonello osserva, si interroga e medita sui particolari dell’esistenza, particolari che prima passavano inosservati, ma che ora assumono un altro aspetto e un sapore diverso. Vede e ammira la forza di tante persone che pregano, soffrono e sperano per la ripresa dei propri cari ricoverati. Scruta il legame, profondo e sincero, tra Matteo e la sua giovanissima fidanzata Nila. Il loro sentimento è la medicina più efficace per il figlio. Quella che riporta Matteo alla vita, ai suoi genitori. Quella, grazie alla quale, si impegna costantemente durante le faticose ore di fisioterapia.

D’Ajello diventa il “narratore di dolore e di speranza”. Del dolore di Matteo che a 15 anni si ritrova sulla sedia a rotelle, del dolore della Quercia, madre instancabile e protettiva, di suo fratello Ale, di Nila, degli amici cari e di Antonello stesso. E quest’ultimo è cantore della speranza che quelle gambe, immobili e deboli, riescano di nuovo a sostenere Matteo, che gli permettano di stare in piedi da solo, di correre e giocare di nuovo a calcio. Antonello è cantore della speranza di due genitori di rivedere il proprio figlio felice, in grado di vivere sereno e autonomo.
Le pagine scritte da Antonello sono fitte e dense di persone, di delusioni, di amicizia, di solidarietà, di “fede, forza e fortuna”.

Parlano di ospedali, di quei luoghi da cui vorremmo star lontani, ma nei quali si possono trovare conforto, allegria, energia per non abbattersi, per reagire alle continue prove a cui il destino, o Dio, ci sottopone. Perché il percorso di Matteo è costellato da complicazioni che mettono a dura prova anche i suoi genitori già straziato. Per un genitore non c’è dolore peggiore dell’assistente alla sofferenza dei propri figli, rendendosi conto di essere inermi e, a volte, persino inutili dinanzi al loro patimento. Ed è così che Antonello D’Ajello si pone domande che purtroppo rimangono senza risposte e inizia a dubitare di sé e della sua fede in un Dio forse un po’ “distratto”.
Nonostante siano trascorsi quattro anni dall’inizio del viaggio all’inferno, Matteo non ha mai smesso di lottare per riprendersi la propria vita, per ricominciare a indossare le scarpe da calcio. Come le rose ogni maggio rifioriscono ancora più bello, ci auguriamo che anche l’ormai diciannovenne Matteo sbocci a nuova vita.

 

 

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