L’acqua

di Francesco Greco
 

  A quel tempo si usava vegliare i defunti in chiesa tutta la notte. Compito che toccava ai parenti stretti ma che, in caso di impossibilità (per vecchiaia, malattia o altri impedimenti) si sobbarcavano i compagni più stretti del trapassato.Toccò a Martinu Pettanàru e Franciscu Surdu vegliare, in una cupa notte di marzo, il loro compagno di osteria Cosimu Suja che, mentre faceva il suo lavoro di munnatùre (rimondatore) ai Fani, scendendo dalla scala si graffiò con una scarda (scheggia). Scarda fu quella che se n’andò a 50 anni lasciando sette figli piccoli. Il sangue si avvelenò e morì in capo al mese di marzo. E adesso era là lungo disteso nel chiavùtu (bara) fatto dalle assi di legno del letto inchiodate alla svelta. 
I due sedevano uno da un lato e l’altro dall’altro su vecchie sedie ‘mpajàte (intrecciate) dalla Mariànciala Profico che aveva ereditato dal padre il mestiere e ne faceva una a notte alla luce del lume con 6 figli e il marito che dormivano.
La porta della chiesa era aperta ed entrava un venticello fresco. La primavera ormai era nell’aria. I due erano avvolti in cappe di tela rustica. Senza rispetto per il morto, per passare il tempo, si raccontarono culàcchi (racconti) fino a tardi e alcuni, se avesse potuti sentirli, avrebbero fatto arrossire il defunto.

   Verso mezzanotte a Martinu venne sete, ma una sete come non l’aveva mai avuta in vita sua e Franciscu disse:
«Tu resta qua che io vado a prendere l’acqua dalla sterna (pozzo) di Vitamaria Ferra…».
La luna faceva capolino ogni tanto fra le nuvole. Martinu faceva famàzzi (sbadigli) di noia e per passare il tempo si mise a parlare col morto come faceva quando era vivo e passavano il tempo all’osteria. Aveva gli occhi spalancati nel buio ma all’amico non passava per la mente l’idea di chiuderglieli.
E siccome l’altro tardava, pensò di fargli uno scherzo che avrebbe fatto andare a scioijmenti (a diarrea) al compare. Tirò giù il morto dal catafalco e sudando come un animale, dopo molti tentativi riuscì a farlo sedere alla sua sedia. Ci volle un quarto d’ora buono e si scujò (affaticò) perchè era pesante, ma alla luce delle candele che ardevano davanti all’altare maggiore, si vedeva una sagoma seduta dove prima c’era lui con la testa lievemente reclinata da un lato, come se dormisse. Poi si sistemò nell’urna (bara) lungo e disteso, comodo perchè lui e Cosimu, buonanima, avevano la stessa stazza e aspettò.

   Il compare non tardò molto e quando tornò offrì l’acqua all’uomo seduto.
«Oh, ho portato l’acqua, tieni, visto che avevi così sete…», disse.
Quello non diede alcuna risposta. Pensando si fosse addormentato a sonni chini (pesantemente), Franciscu lo strattonò:
«Ehi, dico a te… Avevi saccarìzzu (sete) e ho portato l’acqua fresca, tieni che è pesante…», e gli porgeva il vacatùru (orciolo).
Di nuovo non ci fu risposta:
«Ehi, a te parlo…» s’alterò Franciscu i cui occhi cominciavano ad abituarsi all’oscurità «…Che minchia di cristiano… Ti sei addormentato?.. Tieni, bevi, così ti passa il sonno… Io mi sono binchiàtu (saziato)… Come dice il proverbio: È meju na vìppata de acqua frisca ca na binchiàta de mazzate… (Meglio una bevuta d’acqua fresca che una bastonata)». Rise. La luce delle candele faceva sembrare spiritati gli occhi dei Santi nelle nicchie.

   Un silenzio di tomba fu la sola risposta. Le candele di sego proiettavano ombre barocche sui muri. L’uomo restò con l’orciolo in mano. Un minuto buono distillò come sabbia nella clessidra del tempo. Allora una voce cupa, cavernosa, che parve provenire dall’aldilà e che era quella di Martinu parlò:
«Se non ne vuole lui» sillabò «dammene una stizza (sorso) a me…».
A quelle parole, pensando che il morto fosse resuscitato e il compare dormiva, Franciscu Surdu, bianco come un muro di calce, buttò all’aria l’orciolo che si spriculò (frantumò) in mille stozzi (pezzi) e se vuoi vai a trovarlo, sparì inghiottito dalle tenebre della notte senza nemmeno indossare la cappa.

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