Le donne etrusche

Una donna etrusca
 Una donna etrusca

Tra la “libertà” spartana e la “reclusione” romana si inseriscono le “spregiudicate” donne di Etruria

di Emanuela Boccassini

Nel ricco quadro storico, un posto particolare è occupato dalle donne etrusche, che al contrario di quelle romane (sottomesse e prive di libertà), avevano un’attiva vita sociale e privata. Godevano di indipendenza e considerazione: era loro permesso sedersi alla destra del marito nei momenti più importanti della giornata e partecipare alle manifestazioni pubbliche e alle cerimonie ufficiali.

Assistevano alle gare atletiche e agli spettacoli. Condividevano il triclinio con i loro uomini durante i banchetti, brindando con gli ospiti. Erano tenute in gran considerazione dal coniuge e, elemento eccezionale, erano istruite, o quanto meno sapevano leggere (come si evince dalle iscrizioni di alcuni specchi deposti nei sepolcri femminili).

Emancipazione o semplice libertà?

Alcuni studiosi hanno utilizzato, a sostegno di una teoria matriarcale del popolo etrusco, l’uso del matronimico (preceduto dal patronimico). Eva Cantarella e Mario Torelli contestano tale ipotesi. La prima sostiene che l’utilizzo del nome per via materna non prova in modo esaustivo «una discendenza per feminas» (attraverso la donna). Eventualmente più il matronimico potrebbe dimostrare una certa importanza e il riconoscimento di una forte «personalità all’interno della famiglia». Stando all’esperto etruscologo in un mondo antico estremamente «segregazionista», la civiltà tirrenica era un’eccezione rilevante. La situazione di “emancipazione” delle donne era dovuta, come nella laconica Sparta, all’assenza prolungata degli uomini a causa delle guerre. Le donne subentravano completamente ai mariti impegnati sui campi di battaglia espletando attività ritenute prettamente maschili.
Le donne etrusche erano coinvolte nella vita culturale, sociale e giuridica del proprio popolo che ׂ«garantiva loro una notevole dignità», altrettanta libertà di movimento, a volte anche intraprendenza, e «presumibilmente la titolarità di una serie di diritti (difficilmente precisabili) e la capacità di esercitarli autonomamente».

Evoluzione del ruolo femminile

La parità giuridica della donna e la sua individualità sono manifesti sin dagli albori della civiltà etrusca (IX-VIII secolo a.C.): le tombe femminili si identificavano per la presenza di prodotti artigianali (fuseruole, rocchetti e fusi) legati alla lavorazione della lana e del lino. La donna conduceva nell’aldilà con sé corredi considerevoli e venivano utilizzate le medesime prassi di sepoltura usate per gli uomini. Dal VII al VI secolo a.C. l’aristocratica necessitava di serve o schiave che la sostituissero nelle faccende domestiche. La padrona supervisionava i lavori di casa e i banchetti, affiancava il marito durante i conviti sostenendolo nelle relazioni sociali. Non abbandonava però le antiche occupazioni, filava e tesseva: segno questo di diversificazione nei confronti delle donne di ceto inferiore. Realizzare abiti e tessuti era indice di autonomia. Con il potere detenuto dall’aristocrazia, perciò, il «benessere e i beni di prestigio» individuavano la classe dominante, costituita quindi da entrambi i sessi.
Con l’ascesa di Roma il nuovo tipo di società relegò «la donna etrusca in secondo piano, in una dimensione cui non era mai appartenuta e nella quale era sempre rimasta, invece, la donna romana».

Approfondimenti

Bibliografia

Cantarella Eva, “Passato prossimo: donne romane da Tacita a Sulpicia”, Feltrinelli, 1996.
Rallo Antonia, “Le donne in Etruria”, «L’Erma» di Bretschneider, 1989.
«L’eco di Bergamo» – Cultura

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