“Flatlandia” di Edwin Abbott Abbott

 

Quando la Geometria va in libreria e al cinema

di Sergio D’Amico 

 

Per molti di noi, la Geometria è stata una materia scolastica piuttosto ostica; essendo fatta, si sa, da definizioni, dimostrazioni e teoremi da imparare a memoria. Per cui, sembrerebbe difficile pensare che una simile disciplina possa diventare oggetto di intrattenimento. Magari, essere la protagonista di un romanzo, o di un film. Eppure, questo è proprio quello che è accaduto a un breve romanzo satirico inglese, poco noto nel nostro Paese, nato per mettere alla berlina la società Vittoriana. E che è divenuto, nel secolo successivo, soggetto per tre brevi film a cartoni animati. Uno di questi, italiano.

Una satira arguta e colta
Edwin Abbott Abbott (1838 – 1926), religioso, letterato e pedagogo inglese, molto noto ai suoi tempi per aver introdotto nuove metodologie didattiche nelle Scuole Superiori, pubblicò la sua opera più famosa “Flatland: A Romance of many dimensions” (“Flatlandia: Storia fantastica a più dimensioni”) nel 1882, con il duplice scopo di fornire ai suoi lettori una trattazione divulgativa sulla geometria, e – sopratutto – produrre un ritratto impietoso della rigida organizzazione gerarchica delle classi sociali britanniche a lui contemporanee.

La narrazione è divisa in due parti. Nella prima, c’è la descrizione della società di Flatlandia (letteralmente: “Terra Piatta”), da parte del narratore della storia (“Quadrato”). Si tratta di un mondo bidimensionale, i cui abitanti di sesso maschile sono poligoni: maggiore è il numero dei loro lati, più alta è la loro posizione sociale. Essendo, poi, le femmine dei semplici segmenti, esse – di conseguenza – rappresentano il gradino più basso della Società.

Nella seconda parte, il protagonista viene in contatto con una creatura del mondo tridimensionale (“Sfera”). Dopo un attimo di comprensibile incredulità, Quadrato inizia a dialogare con lo straniero. E, per la prima volta, conosce un universo diverso dal proprio. Sfera guida, allora, Quadrato alla scoperta degli spazi a zero, una e tre dimensioni (rispettivamente, “Puntolandia”, “Linealandia” e “Spaziolandia”). Ma, ritornato nel suo mondo, lo sfortunato poligono viene arrestato, per evitare che le sue scoperte possano mettere in pericolo il potere delle autorità di Flatlandia.

Fra rigore scientifico e pregiudizio
Al di là del suo intento satirico, il romanzo di Abbot rappresenta un’eccellente esposizione divulgativa sullo “Stato dell’Arte” della ricerca nel campo della geometria. Proprio in quegli anni, infatti, fior di studiosi, come Riemann e Minkowsky, teorizzavano sull’esistenza di Universi a più dimensioni. E in “Flatlandia”, Abbott fa viaggiare i protagonisti proprio in Spazi con queste caratteristiche, e li fa venire in contatto con le strane creature intelligenti che li popolano.

Tuttavia, l’autore mette in guardia sulle comprensibili difficoltà che alcuni possono provare nell’immaginare mondi caratterizzati da un numero qualsivoglia di dimensioni spaziali. Infatti, anche se Sfera ha fatto conoscere a Quadrato l’universo tre dimensioni, quando la creatura bidimensionale immagina l’esistenza di mondi con un numero di dimensioni superiore a tre, viene subito contraddetto con l’affermazione che il mondo non può avere più di tre dimensioni. Quindi, il maestro si dimostra più miope dell’allievo, e non riesce ad elevare la sua mente oltre i propri sensi. Come dire che il pregiudizio, a volte, riesce avere la meglio anche in coloro che affermano, a ragione, di essere in possesso di un livello di conoscenza superiore.

Un ottimo soggetto cinematografico
Nonostante l’idea originale, e la narrazione accattivante, “Flatlandia”, anche a causa della sua ambientazione “aliena”, non seguì il destino di un’altra celebre opera, simile nelle intenzioni letterarie: “I viaggi di Gulliver”. Non essendo una fiaba per l’infanzia, essa rimase appannaggio di un’esigua schiera di appassionati estimatori. Almeno, fino al XX Secolo. Nel 1965, infatti, John Hubley, docente di Animazione presso il Centro di Arti Visive dell’Università di Harvard, produsse, con i sui studenti, una versione a cartoni animati del romanzo di Abbott, dalla durata di undici minuti, e con voce narrante dell’attore Dudley Moore.

L’esperienza fu ripetuta – questa volta, in Italia – tredici anni dopo, dal matematico Michele Emmer (figlio del più celebre regista Luciano). Di durata doppia, rispetto al predecessore, il filmato di Emmer (autore anche della sceneggiatura) faceva parte dell’ampio progetto “Arte e Matematica”. Costituito da più di 18 cortometraggi, concepiti con l’intento di stimolare una riflessione sul rapporto tra Matematica e immagine, il Progetto sintetizzò divulgazione scientifica e qualità cinematografica. Grazie, anche, alle tecniche di grafica  computerizzata, elaborate nel frattempo.

Infine, questa volta nel 2007, e nuovamente negli Stati uniti, è stato prodotto il terzo (e, al momento, ultimo) adattamento cinematografico dell’opera dello scrittore inglese. Lievemente diverso dall’originale letterario, questo “cartoon”, pur non aggiungendo nulla a quanto finora visto, può, tuttavia, vantare doppiatori d’eccezione, quali Martin Sheen e Michael York.

Approfondimenti
Bibliografia
– E. Abbott Abbott, “Flatlandia: storia fantastica a più dimensioni”, Adelphi, 2003
– F. Leiber, “La Quarta Dimensione e altre”, in “Grande Enciclopedia della Fantascienza”, vol. 3, Editoriale Del Drago, 1980

Filmografia
“Flatland” (1965), in “The Internet Movie DataBase”
“Flatlandia” (1982), Idem
“Flatland: The Movie” (2007), Idem

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