Il folklore irlandese

 

I personaggi magici
dell’Isola Verde

di Sara Foti Sciavaliere

L’incantata Irlanda è una delle terre più ricche di fermenti soprannaturali. A lungo refrattaria all’affermazione del Cristianesimo, che il vescovo Patrizio vi portò nel V secolo d.C., e restia ad abbandonare le antiche tradizioni per l’innato orgoglio della sua gente, conservò per molto la spiritualità pagana dei Celti, la stirpe magica d’Europa. È soprattutto grazie al geloso senso d’identità culturale della popolazione che il corpus di racconti fantastici che sostanzia il folklore d’Irlanda è pervenuto fino a noi quasi inalterato.

 

Nell’Ottocento i pubblici “favolieri” , raccontatori di leggende nelle piazze di paese, avevano la consuetudine di radunarsi periodicamente per raccontarsi le rispettive versioni delle loro favole. Se qualcuno apportava varianti al testo accettato, doveva giustificarne le origini, e se ritenuto conforme alle tradizioni, tutti si uniformavano.
Il panorama del mondo leggendario che popola gli anfratti della favolosa Isola Verde offre un variegato elenco di figure fiabesche che costituiscono il Piccolo Popolo, ovvero i superstiti delle antiche divinità. Esseri incantati, mostri e creature benevole tramandate dall’antico cedo animistico.

La galleria del Piccolo Popolo d’Irlanda

Innanzitutto, assai note sono le Fate. In irlandese chiamate “deenee shee”, che vuol dire “popolo fatato”. Chi sono? Secondo la tradizione popolare, si tratta di «angeli caduti in peccato, non buoni abbastanza per essere salvati, né cattivi al punto da essere dannati». Gli studiosi delle antiche tradizioni irlandesi parlano di «dei dell’Irlanda pagana, i Tuatha De Danaan, che, non più venerati e alimentati con offerte, sono andati rimpicciolendosi nell’immaginazione popolare e sono ora alti solo poche spanne».
Tre sono le loro feste principali: la Vigilia di Maggio, la Festa di Mezza Estate, e Halloween, la Vigilia di Novembre. In queste occasioni, danzano e cantano tra le rovine degli antichi templi, nelle radure dei boschi, intorno alle fonti. Chi li vede può esprimere desideri, ma con cautela, poiché il Piccolo Popolo ha un bizzarro senso dell’humor, che spesso tende al macabro e riserva sorprese non sempre piacevoli. A volte poi capita che s’invaghiscono dei mortali e li portano a Faeryland, il Paese al di là del Bosco: non si sa più nulla di chi cade nella loro seduzione.
Spesso rubano i bimbi nelle culle, lasciando al loro posto folletti neonati, i “changeling”, che nello sguardo ardente e nei capelli di seta, hanno l’impronta della loro origine non umana; altre volte, lasciano un ceppo di legno che magicamente assume le sembianze di un infante, ma a poco a poco si consuma e muore.

Ci sono poi le Sirene, o Murrughach (da “muir”, mare e “eoigh”, fanciulla). i pescatori le temono perché annunciano tempesta. I maschi di questa specie sono mostruosi, con denti verdi come alghe e, naso scarlatto e occhi porcini; le femmine, invece, sono bellissime, anche se hanno i piedi palmati come quelli delle anatre. Fanno dei giovani che s’inoltrano solitari per il mare i loro amanti e da vecchi li trascinano negli abissi, dove le loro ossa si trasformano in coralli.
 
La Bashee (da “ban”, donna e “shee”, fata)è allo al contempo Sirena e Fata. Essa, seconda la tradizione, segue le più antiche e nobili famiglie e fa udire il suo canto straziante quando s’approssima una morte prematura. Un presagio che talvolta l’accompagna è il “coiste-bodhar”, il Carro Infernale, nero come la notte, sormontato da una bara e trainato da cavalli senza testa. La leggenda di questo terribile carro durò a lungo: ancora nel 1807, si dovette eliminare la vigilanza notturna di fronte al cimitero di St.James, perché le sentinelle morivano di paura. Alcune sopravvissute raccontano di aver visto una donna nuda e senza testa che, scesa dal nero biroccio, scavalcava la cancellata del cimitero per vagare tra le ombre.

Meno tetre sono le tradizioni che riguardano i Leprecauni, termine che forse deriva da “leith brogh”, ossia “calzolaio unico”, perché lo si è visto lavorare sempre ad un singolo calzare. Ha l’aspetto di un vecchio sudicio e grinzoso e nasconde in luoghi remoti tesori favolosi. Chi ha coraggio, può imprigionarlo in una bisaccia di cuoio grasso, e costringerlo ad esaudire i suoi desideri o a rivelare il luogo dei tesori sepolti.
Secondo alcune tradizioni, è possibile distinguerne il carattere in base al loro abbigliamento: i socievoli indossano giubbe rosse, invece verdi quelli inclini al dispetti. In ogni caso però sulle loro giacche ci sono sette file di bottoni, e ciascuna fila ne ha sette.

Inquietante è anche l’incontro con il Pooka, appartenente al genere degli Incubi. Qualcuno fa derivare il suo nome da “poc”, caprone, e alcuni intellettuali lo considerano l’antenato del Puc shakespeariano. La sua dimora è tra le montagne solitarie e le vecchie rovine, e pare che sia stata tale solitudine a renderlo tanto mostruoso. Il Pooka assume molte forme: certe volte è un cavallo, altre un asino o un toro o una capra o ancora un’aquila. Come tutti gli spiriti è solo per metà nel mondo delle forme.

Se passeggiate per l’incantata terra d’Irlanda, fate attenzioni ai sussurri del vento, agli scricchiolii nei boschi, ai canti vicino alle fonti, potreste imbattervi in una delle favole creature del Piccolo Popolo!!

Approfondimenti
Bibliografia
– La Fanu-O’Brien-Stoker, “Fantasmi irlandesi”, Pilo G.-Fusco S. (a cura di), Newton, 1994.
– “Irlanda. Fiabe e leggende”, Demetra, 2000.
– Yeats W.B., “Fiabe irlandesi”, Fabbri Editori, 2001.

 

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