Francesca Bertuzzi

Quando la scrittura
non ha età

di Emanuela Boccassini

Francesca Bertuzzi, romana, classe ‘81, dedica tutta se stessa alla scrittura, «non lasciando molte alternative», come lei stessa dichiara in un’intervista, tanto che, sebbene non abbia mai pubblicato nulla prima de “Il carnefice”, ha un curriculum da fare invidia.  

A 22 anni consegue il master biennale in “Teoria e Tecnica della Narrazione” alla Scuola Holden di Torino. In seguito partecipa a un laboratorio di regia diretto da Marco Bellocchio e Marco Müller. Scrive per il cinema, vincendo diversi premi e riconoscimenti internazionali per alcuni cortometraggi. Lavora dietro le quinte del film “Vallanzasca – Gli angeli del male” di Michele Placido. E ora il successo con il suo esordio narrativo “Il carnefice”, che in breve la posiziona tra i primi in classifica per i libri più venduti. Ma Francesca non ha perso la bussola: le porte chiuse prima di incontrare la casa editrice Newton Compton, non la fanno desistere, ma le servono per tirare fuori la grinta necessaria a realizzare i propri sogni. E in un certo senso così è stato. «Per anni ho seguito le presentazioni di Joe Lansdale in Italia. Una volta sono addirittura arrivata a Padova per partecipare a un evento che lo vedeva come ospite d’onore. Dodici mesi dopo sono stata invitata a presentare “Il carnefice” alla prima edizione dello SugarPulp Festival, a Padova. Erano gli stessi organizzatori dell’anno precedente, anche Joe era fra gli invitati. Così mi sono trovata non solo a sedermi sullo stesso palco dove poche ore prima avevo assistito alla presentazione del mio scrittore/guru, ma ho anche potuto presentarmi a lui come scrittrice. Questo è stato il momento in cui mi sono sentita più orgogliosa di me».
Come non esserlo…

Quanto ha influito nel tuo modo di scrivere la scuola Holden?

La Holden per me è stata molto importante. Mi ha aiutata ad avere un punto di vista a raggiera sulle varie forme di narrazione da quella cinematografica a quella xxx. Questo ha fatto sì che le varie tecniche apprese mi siano tornate utili nella scrittura del romanzo. Il rapporto con gli altri ragazzi del mio corso è stato fondamentale. Avere trentaquattro visioni differenti su tutto quello che scrivevo mi ha dato sempre più coscienza dei miei errori e delle mie ingenuità, e, viceversa, analizzare i lavori degli altri metteva in luce i punti di forza e i punti deboli di ognuno di noi, creando una sorta di accelerazione nella nostra crescita collettiva. Per le altre scuole non saprei… Io ho frequentato solo quella.

Qual è stato il percorso che ti ha portato all’esordio letterario con un thriller?

Il mio immaginario si è sempre sviluppato in trame a tinte noir. Anche come lettrice sono sempre stata attratta da romanzi di genere horror, thriller e noir, quindi è stato piuttosto naturale per me pensare a una storia che si articolasse in quella direzione.

Nel libro hai unito con sorprendente e sapiente perizia tre argomenti scottanti e attuali: l’omosessualità, l’immigrazione e gli scandali ecclesiastici. Come mai una decisione così impegnativa?

Scrivendo “Il carnefice” mi sono accorta che il senso di giustizia e la volontà indiscussa della protagonista di non piegarsi allo stato di vittima, erano la colonna vertebrale del romanzo. L’ho assecondata mettendola alla prova, aggiungendo svantaggi su svantaggi, e amo molto la capacità di Danny di affrontare il male che si deforma in sembianze insospettabili.

Perché hai scelto una protagonista dalla personalità così estrema, con poca luce e molte ombre?

Danny si trova di fronte a scelte difficili ma è una ragazza come tante, senza grandi risorse se non la sua determinazione. Questo ha fatto sì che venissero fuori la forza e il coraggio tipici dell’eroe, ma anche la paura e la confusione che possono soggiogare una persona qualunque che viene messa in condizioni estreme. È questo forse che fa di lei un personaggio che oscilla fra ombra e luce.

Come procede la scrittura del tuo secondo libro?

All’inizio avevo un po’ di paura. “Il carnefice” è stato il mio esordio, e Danny è stata una compagna che negli anni ha invaso il mio immaginario, quindi, nel raccontare un’altra protagonista, rischiavo di creare un personaggio troppo simile a lei. Una volta preso coscienza di questa possibilità, ho iniziato a caratterizzare la mia nuova eroina con elementi profondamente diversi, fino a che non ha preso corpo in sembianze completamente differenti. Ora sono molto felice mentre scrivo perché anche il suo mondo, per me, sta diventando reale e ci sono cascata dentro.


 

 

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