“I migliori anni” di Cinzia Giorgio – Recensione

«Le donne si salvano da sole»:
storia del coraggio di una donna del Sud
in transito
” nell’Italia del Novecento

di Sara Foti Sciavaliere 

Le vicende di una famiglia nell’Italia del Novecento, a metà strada tra il romanzo di formazione e quello storico, ritroviamo tra gli scaffali delle librerie e negli store online Cinzia Giorgio con un nuovo libro, “I migliori anni”, uscito il 27 gennaio e pubblicato da Newton Compton. Sicuramente per uno scrittore ogni romanzo è un pezzo di sé che trova il suo spazio tra le righe che scrive, ma immagino che per la Giorgio questo libro sia molto più di una parte di sé: un intenso frammento della storia della sua famiglia che ha saputo condividere, con emozione e autenticità, con quanto hanno letto e leggeranno “I migliori anni”.

La trama
Aprile 1975. A soli quarantotto anni, Matilde Carbiana sta per diventare nonna e il nipote ha deciso di nascere proprio il giorno del suo compleanno, mentre sono in viaggio a Roma. Eppure, quello che dovrebbe essere un momento di grande gioia pare turbarla. Un turbamento arriva da lontano, dal suo passato che all’improvviso, a ogni passo e ogni più banale gesto, “l’aggredisce” riportandola agli anni della Guerra e del post conflitto.

Estate 1943. La cittadina di Venosa è occupata dai nazisti, che terrorizzano gli abitanti. Matilde, giovane e determinata, non ha intenzione di rimanere confinata nella provincia lucana: vuole convincere il padre, viceprefetto della cittadina, a lasciarla andare a Bari per completare gli studi. Fausto Carbiana accetta, ma a patto che la accompagni suo fratello Tonino.

A Bari, nella pensione che li ospita, vivono altri studenti, tra cui Gregorio, un giovane medico. L’antipatia iniziale che Matilde nutre per lui si trasforma ben presto in un sentimento profondo. Ma la guerra e gli eventi avversi rischiano di separarli proprio quando hanno capito di non poter più fare a meno l’una dell’altro. Matilde si troverà suo malgrado di fronte a scelte più grandi di lei, che cambieranno per sempre la sua vita.

L’autrice – Cinzia Giorgio
Dottore di ricerca in Culture e Letterature Comparate. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza salotti letterari, è direttore editoriale del periodico Pink Magazine Italia e insegna Storia delle Donne all’Uni.Spe.D.

È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato “Storia erotica d’Italia”, “Storia pettegola d’Italia”, “È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare” e quattro romanzi: “La collezionista di libri proibiti”, “La piccola libreria di Venezia”, “La piccola bottega di Parigi” e “I migliori anni”.

Recensione
In sottotitolo sulla cover del romanzo leggiamo: “Un appassionante saga familiare”, ed è vero, “I migliori anni” abbraccia una certa coralità per i molti personaggi che entrano in gioco nel vicende narrate, ma il fulcro di tutto è lei, Matilde Carbiana, “i migliori anni” raccontati sono i suoi. Il romanzo diventa principalmente la storia di una donna, ma non una donna qualunque: è innanzitutto ispirata alla nonna materna della scrittrice (ecco perché nel lead dell’articolo parlavo di un “frammento di storia della sua famiglia”), ma anche una donna coraggiosa, combattiva, che sa quello che vuole e scardina gli schemi mentali delle sue contemporanee.

Matilde. «Era il nome della prima regina d’Italia, Matilde di Canossa. Una donna fortissima e ingegnosa, che aveva tenuto testa a un imperatore e a un papa.» (C. Giorgio, “I migliori anni”, p.189). Con questo nome e appena un paio di righe si potrebbe riassumere la tempra della protagonista, che seppure non terrà testa a imperatori e papi, camminerà sempre a testa altra di fronte alle avversità della vita, l’ostilità della Guerra, l’amarezza e il dolore delle delusioni, senza mai piegarsi agli stereotipi del suo tempo.

«Lei non avrebbe mai voluto vivere sotto un regime tedesco, piuttosto sarebbe fuggita via. Era stufa marcia di essere stata prima una piccola e poi una giovane italiana. Sapeva bene cosa ci si aspettava da una donna: la virtù domestica, la maternità. Si sentiva quasi soffocare.» (“I migliori anni”, p.130)

Non è una ribelle che compie chissà quale gesto eclatante, rivoluzionario, ma l’intero romanzo è intriso del bisogno di affrancamento dal modello femminile esaltato dalla società del suo tempo, da cui si sente soffocare. Lei non vuole seguire le orme di sua madre, moglie devotissima, perfetta padrona di casa e madre di un gran numero di figli, e su questo ha le idee ben chiare da sempre, guarda al mondo con estrema lucidità sin da bambina e, seppure la sua vita prenderà vie inaspettate (perché spesso accade ciò che deve, senza si possa fare altro che accettare gli accadimenti), fino alla fine rimarrà fedele alle sue idee. Può far sorridere per esempio la sua ostilità al pensiero di avere una nipote e si potrebbe pensare: “è caduta anche lei nel luogo comune che è meglio un maschietto”, ma non è per le ragioni che chiunque di solita pensa, non si tratta del primato maschile, il primogenito che porti avanti il cognome (non sarebbe neanche un Carbiana, in fondo, e lei è tanto orgogliosa del nome della sua famiglia!).

«Una bambina sarebbe stata una sciagura. Non per lei, né per Eleonora, ma per la bambina stessa. Avrebbe dovuto affrontare delle difficoltà e delle restrizioni così pesanti, solo perché donna: il suo futuro sarebbe stato carico di inutili, aberranti frustrazioni. Ne aveva abbastanza di donne, lei che ne aveva partorite quattro. Doveva essere maschio, perché un maschio è libero, dà meno problemi, non ha i dolori mestruali e fa l’amore come, quando e con chi gli pare. No, non doveva assolutamente nascere una bambina.» (“I migliori anni”, p.170)

C’è un tema che ritorna sempre nei romanzi di Cinzia Giorgio: i libri. Essi sono spesso il cardine delle sue storie, assumono i panni di protagonisti tanto e quanto i personaggi delle sue vicende, e anche qui non è da meno, non potevano mancare. Le letture di Matilde sono disseminate lungo tutto il romanzo, saranno anche la chiave di volta nell’avvicinamento con Gregorio, il grande amore della sua vita, ma i libri sono soprattutto i suoi Maestri di Vita. Leggere apre la mente e gli orizzonti di Matilde, anche lettura che sicuramente non sarebbero state consigliate a delle donne ma che nella sua caparbietà fa sue, incitando in lei quello spirito di emancipazione, quella ricerca di libertà e di affermazione di sé.

«Matilde sorrise. I libri, naturalmente: aveva letto tutto sui libri. Aveva imparato a capire le cose della vita dalle meravigliose pagine dei libri che divorava. Dove altro se no? Aveva capito che persino suo padre, il suo eroe, era un uomo come tutti gli altri. Erano stati Verga, Dumas e Maupassant a farglielo capire. Così come aveva capito che il posto che la storia aveva riservato alle donne era miserando in confronto a quello che realmente meritavano. Eppure Matilde non amava la Marchesa Colombi, Neera e Carolina Invernizio, e se ne rammaricava: avrebbe voluto da loro storie più profonde, perché sapeva che erano in grado di scriverle. Come quelle di Matilde Serao e Grazia Deledda. Le altre scrittrici italiane erano troppo ripetitive e il tema dei loro romanzi era sempre l’amore. “Fino a quando le donne non capiranno che possono scrivere romanzi adeguati al loro cervello”, si diceva, “continuerò a leggere storie scritte dagli uomini”. Non sopportava le protagoniste dei romanzi di Liala o della Contessa Lara: sempre sciocche e bisognose di aiuto. Come se le donne avessero avuto realmente la necessità di essere salvate. Da chi, poi? Le donne si salvano da sole.» ( “I migliori anni”, pp. 98-99).

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