“Il capitale umano” di Stephen Amidon – Recensione

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Una diapositiva sulla società americana contemporanea

 

di Barbara Saccagno 

Un impietoso affresco della liquida società consumistica che sta portando il genere umano alla deriva. Da questo libro Paolo Virzì si è liberamente ispirato per girare l’omonimo film del 2013. 

La trama e la struttura letteraria de Il Capitale Umano sono fortemente riconducibili all’usus scribendi del “romanzo americano”: incroci di storie convergenti intorno ad un nodo centrale legato a un gruppo di personaggi, suspense lente, quelle che imitano i giochi a quiz veraci – per me più soporifere che adrenaliniche –, la descrizione puntuale “a marchetta” dei brand modaioli, del lusso sfrenato, questo, quasi atavico, bisogno di mettere a confronto il Bene ed il Male, mai a contorni netti, e i Ricchi vs Poveri.

La storia, in sé, è piuttosto semplice, ricchi e potenti vincono e il resto del mondo perde. I due coprotagonisti, ex fidanzati, che innescano la vicenda sono da manuale: lui, figlio di un faccendiere di fondi finanziari alquanto oscuri e di una madre bella da mostrare ma fallita a tutto tondo nel suo esser Donna; lei, nata da un immobiliarista in bolletta e da una madre che l’ha abbandonata, senza rimorsi né ripensamenti, con il padre per seguire l’amante che non voleva marmocchie fra i piedi. Shannon, così si chiama la ragazza, ha rimpiazzato il ricco moscio belloccio con un prestante nuovo fidanzato dal passato disturbato – orfano di madre, abbandonato dal padre, in custodia a uno zio alternativo –, incontrato per caso nello studio della matrigna psicanalista, incinta di due gemelli, i suoi fratellastri.

Il cuore dell’intrigo non ha nulla di speciale. Il ricco ex di Shannon ubriaco fradicio a una festa di figli, e figlie, di papà le chiede aiuto per tornare a casa senza passare guai, la ragazza puoi dire di no? In nome della loro amicizia corre a salvarlo con la nuova fiamma, il “disturbato”, che non si fida a lasciarla andare sola soletta. Naturalmente non poteva filare tutto liscio. Una normale azione di buon cuore si trasforma in un dramma, l’adrenalina e il fascino del lusso vincono sul buon senso della ragazza e tutto le sfugge di mano lungo la strada che dalla città porta alle grandi ville in collina.
Il bel tenebroso ha commesso un fatale errore alla guida della fiammante auto del suo ex, mentre lei, ignara, lo portava a casa sulla sua vecchia auto l’altro correva a folle velocità uccidendo un “ciclista della domenica” notte.
A frittata fatta s’innesca la girandola delle conseguenze, che li costringe a difendersi, nascondersi, mentire per il “si salvi chi può”.

Intanto, è iniziata la caccia al colpevole. Tutti i protagonisti sono costretti al braccio di ferro con il commissario, che, raccolti gli indizi, vuole smascherare l’assassino, da lui già condannato per il ceto sociale, l’ex fidanzato di Shannon.

Che fare?
I due innamorati sono solidali, mentire e salvarsi. Così, Shannon non può far altro che proteggere il giovane che ama, come potrebbe mai farlo tornare nuovamente in galera? C’era già stato per aver coperto lo zio, che gli portava la marijuana da ragazzino, e ne era rimasto traumatizzato, un secondo turno non l’avrebbe retto. Seppur in difficoltà si sente in dovere di salvarlo, d’altronde nessuno l’ha visto in faccia, nessuno lo conosce, forse si amano, poco importa se un povero padre di famiglia è finito al Camposanto.

Ma Shannon è una vera eroina da saldi di fine stagione, riesce a tutelare pure l’ex, costantemente messo sotto torchio dal commissario, raccontando una verità parziale che rende la verosimiglianza un buon alibi per tutti
Il vortice gira intorno a loro tre, lui, lei e l’altro, ed alle loro famiglie sino al gran finale.

Al centro della scena il papà di Shannon, squallido e misero, indebitato con il padre dell’ex fidanzato della figlia, prova a giocarsi alla roulette della fortuna la fiche dello smascherare la testimone chiave per cancellare i debiti, sicuro di indossare per una volta i panni del super uomo per la sua famiglia.

Ma quando si fanno i “conti senza l’oste” si rischia di passar guai all’arrivo del conto. Il padre diventa delatore raccontando la verità, carpita segretamente per aver spiato le mail nel pc della figlia, lasciato incautamente aperto in camera durante una pausa doccia. Alla fine, dunque, la colpa ricade sul vero colpevole che, però, non regge il colpo e per il rimorso si toglie la vita, nella solitudine delle sue ossessioni.
Epilogo scontato.
Il libro descrive sapientemente lo squallore della società americana contemporanea.
I morti si seppelliscono, gli inetti vengono scaricati, i ricchi vincono e Shannon si rifarà una vita.

L’autore scatta una fotografia nitida che non fa sconti a nessuno. Genitori superficiali che usano figli “ vuoti a perdere” per raccogliere punti polarità; personaggi senza scrupoli, pronti a comprare tutto, sentimenti compresi, con il denaro perché la vita è apparenza, anche se le dorature sono false come monete da tre euro. Figli viziati, smidollati e di profonda ignoranza, si muovono come marionette in questo teatrino dove i successi sono acquistati da mamma e papà, con affari sporchi e nessuna pietà per il resto del mondo.

I sentimenti veri soffocano, forse, le uniche boccate d’aria si respirano quando è, o sembra, troppo tardi. Solo le donne, alla fine, riescono in qualche modo ad uscirne, ammaccate eppure disposte a barattare la falsità delle apparenze con un po’ di umanità solidale.

Quando tutto si è spezzato, quando a pagare sono stati i soliti noti, quando gli uomini perdono, sono le donne, la giovane ragazza, la ricca madre dell’ex fidanzato e la matrigna, ad emergere. Tessono, a loro modo, un filo che apre uno spiraglio di emozioni, sino allora soffocate, che fuoriescono dalle crepe delle loro anime ferite, lasciando, forse, intravedere un briciolo di normalità, di reciprocità e di concretezza nei rapporti umani, almeno vi è questo da immaginare.
– Stephen Amidon, “Il capitale umano”, Oscar Mondadori.

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