Il Lager Femminile di Ravensbrück

Il caso semi-sconosciuto di un campo di concentramento
quasi esclusivamente per donne

di Sara Foti Sciavaliere 

Oggi 27 gennaio è la Giornata della Memoria, istituita nel 2005 per non dimenticare gli orrori dell’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale, le atrocità contro la popolazione ebraica in Europa, ma anche verso altre minoranza riconosciuta inferiore secondo le leggi razziali di quei terribili anni. Questa data è stata scelta in quanto il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa avanza verso la Germania e libera gli internati del tristemente noto campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Molti altri comunque erano i luoghi che i nazisti destinarono al più terribile genocidio della Storia, questi il lager tedesco di Ravensbrück, la cui costruzione era stato ordinato nel 1938 da uno dei più stretti collaboratori di Hitler, Heinrich Himmler, destinato ad accogliere quasi esclusivamente prigioniere donne.

 

Sarà aperto il 15 maggio 1939, e fino al 1945 circa in 130.000 vi furono deportate, da venti Paesi europei, e di questi 110.000 erano donne. Si stima che, fino alla liberazione del campo avvenuto il 30 aprile 1945, le vittime fossero prossime alle 100.000 persone.

Nel villaggio prussiano a ottanta chilometri a nord di Berlino, le SS concepirono un luogo destinato alla “detenzione preventiva femminile”, in realtà l’unico campo di concentramento progettato dal Reich per eliminare le donne “non conformi” che avrebbero potuto contaminare la “razza ariana”, oppure semplicemente giudicate “inutili”. Il primo contingente femminile arrivato a Ravensbrück era costituito da 867 donne austriache e tedesche, in gran parte comuniste, socialdemocratiche, testimoni di Geova e “ariane” accusate di avere avuto rapporti con uomini di “razza” inferiore. Poco dopo vennero internate 400 donne di etnia Rom e Sinti con i loro bambini. Solo il 10% erano ebree.

Le vicende accadute a Ravensbrück sono state per lungo tempo, quasi fino all’inizio degli anni Novanta, tra quelle meno note o ricordate tra le brutalità dell’Olocausto. Questo purtroppo è dovuto al fatto che le sopravvissute – come spesso accade per le donne vittime di violenze – si vergognavano di raccontare, come se fosse stata colpa loro, e se lo facevano venivano additate come “bugiarde”, o peggio “complici”, accusate di essersi concesse volontariamente al nemico per salvarsi. Quindi sono state vittime due volte, la prima per la loro sorte nei campi di concentramento e una seconda per il loro muto dolore causato di un’ingiusta vergogna.

A Ravensbrück, sorto su una proprietà personale del capo delle SS, Heinrich Himmler, vennero costruite trentadue baracche per le deportate, uffici amministrativi, le case per le guardie e un complesso industriale dove le donne cucivano e tessevano. Nel 1941 venne aggiunto un campo di concentramento minore, per gli uomini, oppositori politici tedeschi che dovevano essere “rieducati”, e nel ’42 fu la volta di un campo di “custodia preventiva minorile”. Poco fuori dal perimetro si trovavano le venti officine della Siemens di Berlino, dove le prigioniere venivano sfruttate come manodopera a bassissimo costo per equilibrare dei manometri. I turni erano di dodici ore, di giorno e di notte, il lavoro non era di per sé particolarmente gravoso e c’era il vantaggio di poter stare sedute al coperto, ma in quelle condizioni fisiche poteva diventare insopportabile. Per chi non era in grado di reggere i ritmi o eseguire gli ordini erano previsti il frustino, il bastone e la cella di punizione. Una volta tornate nella baracca non potevano riposare, c’era l’appello, due-tre ore all’aperto nel freddo del Nord Europa, vestite leggere, e si dovevano svolgere incombenze pesanti, tipo trasportare bidoni e caricare il carbone.

Le prigioniere confezionavano, per la fabbrica tessile TexLed, le divise della Wehrmacht, l’esercito tedesco, venivano usate come cavie per “esperimenti”, principalmente giovani polacche che venivano chiamate in maniera dispregiativa lapines (“coniglie”). Anche tra i medici impegnati in questa “attività” c’era una donna, Herta Oberheuser. Alcune venivano mandate come prostitute nei bordelli interni di altri campi di concentramento, alla mercé degli ufficiali e offerte come “premio” ai collaborazionisti. In alcune baracche, ribattezzate Sonderbauten (edifici speciali), giovanissime sotto i 25 anni, per lo più tedesche, polacche e ucraine internate come “asociali” (escluse per principio le ragazze ebree), di fatto, dovevano offrire prestazioni sessuali a una particolare categoria di prigionieri, quelli più produttivi, che svolgevano compiti di sorveglianza all’interno del lager. Erano stabiliti con rigore turni, tariffe e orari; ogni rapporto veniva sorvegliato attraverso degli spioncini.

Pochissime le gravidanze, “risolte” con l’aborto, dal momento che le donne spesso venivano sterilizzate, oppure erano incapaci di avere figli per le condizioni fisiche. Una volta sfinite, se avevano ancora una scintilla di vita, diventavano oggetto di esperimenti. Dal 1942 il medico delle SS Karl Gebhrdt, insieme a diversi altri dottori, iniziò nel lager i famigerati esperimenti medici su cavie umane: dopo aver procurato delle ferite alle detenute, queste venivano appositamente infettate per cercare una cura alla cancrena, che era una frequente causa di morte per molti soldati tedeschi.
Il personale di sorveglianza era formato da speciali reparti femminili e Ravensbrück era, a proposito, anche un centro di preparazione per le ausiliarie SS, a volte perfino superiori in ferocia rispetto ai colleghi uomini. Tra il 1942 e il 1945 vennero addestrate circa 3.500 guardie, attirate dagli appelli sui giornali patriottici che promettevano uno stipendio buono. Il campo, dunque, era una perfetta macchina della morte, organizzata in ogni settore.

Un’ulteriore ingiustizia era quella che vedeva oggetto le italiane, viste con sospetto perfino dalle altre prigioniere, perché considerate fasciste e alleate con la Germania, senza pensare che tutte, indipendentemente dalla nazionalità, erano lì dentro per gli stessi motivi. Inoltre le italiane si scontrarono da subito con l’insensibilità degli alleati, sospettate di aver concesso favori sessuali ai nazisti, al punto che non venne riconosciuto loro neppure il diritto di ricevere i pacchi della Croce Rossa, pertanto, rientrate in patria, sperimentarono un’accoglienza fredda e spesso carica di pregiudizi.

La Giornata della Memoria e le violenze atroci della Seconda Guerra Mondiale hanno di sicuro il loro luogo-simbolo in Auschwitz-Birkenau, ma non dimentichiamo sono esistite altre realtà, meno conosciute o ignorate, come Ravensbrück, con pari importanza storica e umana. È necessario, per non dimenticare.

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