Il viale delle rose

Opera di Dora Foti Sciavaliere

 

Copertina di Dora Foti Sciavaliere

Opera di Dora Foti Sciavaliere


Capitolo 1

di Sara Foti Sciavaliere

Erano giorni ormai che il sole non scaldava la contea di Galway. Una pioggia sottile e persistente batteva la brughiera. Il colonnello Aidan Whaley sostava pensieroso accanto alla finestra dello studio. L’espressione corrucciata aggiungeva qualche ruga al viso ancora giovane. I capelli castani si illuminavano di riflessi color bronzo alla luce del fuoco che si rifletteva sul vetro e i suoi occhi avevano le tonalità dello zaffiro.

Teneva lo sguardo fisso sul viale di faggi che si protendevano a est della sua tenuta. La sua sconosciuta ospite non avrebbe certo tardato ad arrivare. Una presenza estranea avrebbe così turbato il banale scorrere della sua esistenza. Sospirò rassegnato.
Il contatto umido con il muso di Ailbe sulla mano lo distolse dalla finestra. Chinò lo sguardo sul suo levriero, il compagno delle sue giornate. Fece per accarezzarlo e si accorse che in mano stringeva ancora la lettera di suo cugino. Con qualche passo incerto, a causa di una gamba claudicante, si abbandonò sulla poltrona accanto al camino. Il cane lo seguì accoccolandosi ai suoi piedi, con il muso appoggiato sul suo stivale.
Il colonnello Whaley fissò lo sguardo sul foglio tra le sue mani. Da quando aveva ricevuto quella lettera, l’aveva letta talmente tante volte da averne perso il conto. Ne era stato dapprima addolorato nell’apprendere l’infelice sorte toccata a Doran. Superata tuttavia l’impressione suscitata dalla triste notizia, i suoi pensieri si addensarono con una certa ansia sul desiderio espresso da suo cugino sul letto di morte.

“Oceano Atlantico
Coste di Capo Verde
25 febbraio 1837
Caro Aidan,
se questa lettera è giunta tra le tue mani significa che la mia vita è miserevolmente giunta all’epilogo. Tifo, così ha diagnosticato il medico di bordo. Ho la febbre altissima da oltre due settimane e ho paura. Temo che questa sia la mia ultima avventura. Non mi preoccupa però la mia sorte, bensì quella di mia moglie. Ebbene sì, mi sono sposato. Un anno fa.
La prima volta che mi sono imbarcato volevo essere libero di scegliere una vita che non fosse quella che mio padre mi stava tracciando. Volevo vedere il mondo. Anni di viaggi, finché ho messo piede a Singapore. Lì ho incontrato lei, la fanciulla più incantevole su cui abbia posato lo sguardo. Hai conosciuto molti porti pure tu, caro cugino, e sai bene quante donne è facile incrocino il nostro cammino, eppure a una donna come lei non ho esitato a sacrificare la mia libertà. Sono innamorato. E, se sorella morte mi prenderà con sé, il mio unico rammarico è abbandonare lei, la mia adorata Mei.
Mi sono congedato dalla tua casa come il peggiore dei giudici, e a torto. Sono stato stolto e presuntuoso. Non ti capivo. Ora conosco anch’io il rammarico che consuma il tuo cuore. Alla morte non c’è rimedio. Conta solo ciò che è stato prima. Non è una confessione di pentimento in cerca del tuo perdono. So che questo me lo hai già accordato perché non sei incline al rancore, a parte quello per te stesso. Ti scrivo per rivolgerti una richiesta. Non voglio imporre un obbligo alla tua coscienza o gravarti di un fardello, ma non mi fido di altri. Mia moglie è sola al mondo, sta viaggiando con me verso Londra, ma quando avrò esalato l’ultimo respiro non ci sarà nessuno a proteggerla. Quanto ti chiedo è tanto, lo riconosco. A te però affiderei la mia vita e solo a te potrei affidare la mia Mei. A te, che per me sei stato un fratello, se non nel sangue, certo sì nel cuore. È la mia preghiera, e mi auguro che tu voglia accoglierla.
Non graverebbe certamente sulle tue finanze, non oserei tanto. Potrà provvedere da sé alle sue spese grazie alla piccola rendita che ricaverà dalla proprietà che ho provvidenzialmente acquistato, anni addietro, nell’Ulster. Ciò che preme per lei è la garanzia di una protezione disinteressata. Ripongo nelle tue mani e al tuo buon cuore la vita della mia sposa e la pace della mia anima.
Con eterno affetto e gratitudine
tuo cugino
Doran Shiels”

La supplica di un moribondo. Non avrebbe mai potuto negare quel sollievo al riposo perpetuo del cugino. Non avrebbe lasciato la sua anima vagante. Era uno scrupolo dettato più dall’affetto e dalle credenze popolari. Aidan era cattolico, ma non un fervente praticante. I peccati che sentiva gravare sulla propria coscienza l’avevano allontanato da tutto ciò che avrebbe potuto dargli conforto. Un’equa punizione per espiare le proprie colpe, così pensava lui. E avrebbe accolto la vedova di Doran seppure sarebbe volentieri venuto meno a quell’incombenza.
Un colpo deciso alla porta lo strappò ai suoi pensieri. Ailbe drizzò la testa. La signora Colum, la governante, si era fermata sulla soglia sfregandosi una mano nell’altra con un’espressione di trepidazione a stento trattenuta.
«Lord Whaley, la carrozza ha fatto ingresso nel viale»
«Bene, Tara» commentò serafico l’uomo afferrando il bastone appoggiato al pilastro del camino.
La governante era eccitata da giorni alla notizia che un’altra donna avrebbe vissuto sotto il loro stesso tetto. A parte Caley, una sciocca ragazzotta che l’aiutava in alcune delle mansioni e tormentava le sue orecchie con il suo chiacchiericcio insistente e quel tono squillante – inaspettato da una ragazza così corpulenta – la signora Colum era l’unica presenza femminile nella tenuta. Il nuovo ospite era quindi per lei una benedizione.
«Hai fatto accendere il fuoco nella camera della signora?» aggiunse Aidan tirandosi su.
«Non sono una sprovveduta, colonnello!» protestò la donna indispettita puntando i pugni sui fianchi. Per lei era sempre stato lord Whaley da quando aveva ereditato il titolo, lo chiamava con il suo grado nella Royal Navy solo quando esprimeva il proprio disappunto. La signora Colum aveva uno spirito bonario e affabile, ma il suo lavoro non doveva mai essere messo in discussione. Aidan invece si divertiva a pungolare il suo orgoglio. Quindi rise, procedendo, appoggiato al bastone, con passo marziale, seppure a tratti malfermo.
«Ho l’impressione, signore, che si stia burlando di me» brontolò la donna camminando pochi passi dietro a lui.
«Suvvia, Tara, non rimproverarmi la libertà di concedermi così di rado un motivo per ridere» ribatté lord Whaley, con ancora quel sorriso appena accennato e una vaga gaiezza nella voce.
La signora Colum si rabbuiò in volto. Nell’ironia di quelle parole c’era la triste verità. Nessuno poteva saperlo meglio di lei. Lo aveva visto muovere i primi passi. Lo conosceva come un figlio. Il volto serio e spesso corrucciato dell’uomo che era non apparteneva al bambino e al giovanotto che era stato. Un’anima libera e gioiosa, soffocata dalle ombre dei sensi di colpa. Gli accadimenti della vita lo avevano mutato profondamente. Forse però la novità di quella presenza inaspettata nella tenuta avrebbe potuto scuoterlo dall’esistenza senza colori alla quale si era condannato.
Aidan intanto aveva spalancato il portone dell’atrio e la carrozza si era fermata ai piedi della scalinata. Il conducente avviluppato in un mantello fin sopra agli occhi per potersi riparare dalla pioggia, smontò dalla cassetta con un balzo e accompagnò la portiera che si stava aprendo. L’uomo infagottato stese una mano, accogliendo quella piccola e affusolata del passeggero. Dall’ombra della carrozza discese con passi leggeri una figura avvolta in un soprabito color malva. Il cappuccio non permetteva di scorgere il volto. Fece un cenno del capo in direzione del servitore per ringraziarlo, quindi afferrando con entrambe le mani le pieghe dell’abito sollevò l’ingombrante crinolina turchese celata sotto il cappotto e si avviò su per la scalinata di granito.
Lord Whaley si mosse verso la sua ospite e appena la donna ebbe risalito l’ultimo gradino, le porse il braccio.
«Siate la benvenuta, signora Shiels».
La donna cingendo con il proprio braccio il suo, con l’altra mano tirò il cappuccio indietro lasciandolo cadere sulle spalle. Un piccolo viso incorniciato da cappelli nero corvino raccolti sulla nuca. Solo pochi ricci morbidi ondeggiavano dietro le orecchie. Carnose labbra corallo e penetranti occhi a mandorla. Il fascino misterioso della bellezza orientale.
Aidan si diede tra sé dello sciocco. Si era lasciato sorprendere. Eppure avrebbe dovuto intuirlo, anche senza espliciti riferimenti. Quando aveva letto sulla lettera “la mia Mei”, aveva creduto fosse un diminutivo. Pensava che Doran avesse sposato la figlia di qualche funzionario della Compagnia delle Indie, insediato a Singapore. Il suo pensiero non aveva neanche valutato la possibilità che gli si stava presentando davanti agli occhi.
La giovane donna chinò il volto con fare imbarazzato. Aidan doveva aver indugiato lo sguardo su di lei con eccessiva indiscrezione. Il colonnello allora, dissimulando il proprio stupore, aggiunse guidandola nell’atrio:
«Sono addolorato per la vostra perdita. Doran mi era molto caro e spero che la vostra permanenza qui, signora, possa garantire la giusta pace all’anima di mio cugino».
«Credo di aver contratto un inappagabile debito di gratitudine per la vostra generosità – rispose lei mantenendo lo sguardo basso – e mi dispiace per il grave disturbo che mio marito vi ha recato chiedendovi di ospitarmi».
Lui stava per replicare con garbata cortesia, ma la donna fissò i suoi occhi in quelli di lui. C’erano orgoglio e malinconia in quello sguardo. Ammaliava senza l’intenzione di farlo.
«Posso dedurre che Doran abbia omesso di scrivere che sono cinese… Non voleva però ingannarvi, ne sono certa. Non avrebbe potuto, mi ha parlato di voi come di un fratello. Non ha agito malignamente. Mio marito mi ha amato talmente tanto da vedere in me solo sua moglie e non badava affatto a quanto la mia presenza al suo fianco potesse destare bisbigli. Posso quindi certo immaginare la vostra delusione, lord Whaley, nello scoprire che la sposa di vostro cugino non sia una signorina inglese».
Fu spiazzato dalla schiettezza della sua ospite. Dimostrava acume di pensiero, ma si esprimeva con pacatezza e modestia, senza insolenza. All’improvviso sorrise.
«Il vostro nome dunque è Mei, non è un diminutivo?» esordì inaspettatamente Aidan.
«Mei Li, milord» precisò la giovane.
«Bene, signora Mei Li Shiels – continuò l’uomo – non dubito della buona fede di mio cugino e devo rendere onore alla vostra onestà e al vostro affetto per lui, quindi non negherò la mia sorpresa, tuttavia… – il sorriso si allargò e grattandosi il pizzetto, trattenendo una risata in gola – tuttavia, non me ne dolgo, affatto. Crede a torto che trovarmi imparentato con una famiglia inglese mi potesse rallegrare. Sono irlandese e preferirei che il nostro sangue non si mescolasse con il loro».
Mei Li lo ascoltava perplessa.
«Non capisce di cosa parlo, vero?» le chiese con un sorriso sghembo. Lei annuì. D’un tratto però Aidan rivolse lo sguardo al di là della sua ospite, come se fosse stato fulminato da un pensiero, e continuò:
«Mi perdoni la scortesia, vi ho fatto indugiare nell’atrio e voi sicuramente sarete stanca per il lungo viaggio. Tara la condurrà nella vostra camera» e indicò con il bastone la donna che si muoveva sulle loro ombre. La donna fece un passo avanti e con le mani strette in grembo accennò una riverenza con il capo.
«Lei è la signora Colum, la governante della mia casa. In verità, nulla qui dentro si muove se Tara non lo voglia…»
«Colonnello!» lo apostrofò la donna con piglio autoritario.
«Vede, signora Shiels? Adesso ha scoperto chi comanda qui» e rise.
Tara fece per replicare con un’espressione mista di disappunto e imbarazzo. Non riuscì però a proferire verbo. Sembrava un pesce che boccheggiava. Era davvero buffa e anche Mei Li non poté trattenere un sorriso. Incrociò allora lo sguardo del suo protettore. Quando sorrideva, i suoi lineamenti si ingentilivano. D’impatto ne aveva avuto l’impressione di un uomo altero, diverso dall’immagine che ne aveva ricavato dai racconti di suo marito. Era stata tuttavia affrettata nel suo giudizio. Lord Whaley aveva modi cordiali ed era dotato di sottile umorismo. Non aveva certo però la semplice amabilità del suo Doran. Nel suo sguardo aveva scorto un’anima tormentata.

(continua)

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