“Isabella Castriota Scanderbeg” di Rossella Barletta – Recensione

 

Espressione di emancipazione femminile
nella Terra d’Otranto del Settecento

 

di Sara Foti Sciavaliere 

Già autrice, tra gli altri libri di storia e tradizioni del Salento, di tre volumetti su figure femminili vissute in Terra d’Otranto (Maria d’Enghien, Isabella Chiaromonte, Isabella del Balzo), Rossella Barletta approda al quarto titolo di questa collana. La donna questa volta al centro delle ricerche e delle riflessione della scrittrice e storica leccese è la nobildonna e poetessa settecentesca Isabella Castriota Scandeberg.

Un contributo quello della Barletta che come lei stessa scrive “ha l’intento di togliere quel velo di oblio che finora ha ammantato il nome di Isabella Castriota Scandeberg, di fornire al lettore elementi sufficienti per svincolarla dall’anonimato e agli specialisti in maniera di approfondire il suo contributo in campo letterario”.

L’interesse a dedicare a lei questo suo volume nasce da quel nome riportato su un targa in un vicolo di Lecce, dove era riportato solo il nome Isabella Castriota, senza altro riferimento che permetta di identificare questo personaggio e giustifocre il motivo di intitolarle una strada della capoluogo salentino. E spinta dalla curiosità di saperne di più per poter legare il nome della Castriota a un’epoca storica o, meglio, a metterne magari in luce la vicenda personale o la sua principale attività ha iniziato a indagare le fonti storiche che la riguardavano. Notizie però spesso convenzionali e noiosamente ripetitive, ma nulla di davvero soddisfacente. Le fonti consultate di fatto si limitano a definire Isabella Castriota Scanderberg poetessa del Settecento leccese, malgrado i suoi lasciti letterari siano molto esigui e constano a tutt’oggi soltanto un sonetto.

Per poter delineare il ritratto della donna, ha però avuta la fortuna di imbattersi nel saggio di Nicola De Simone- Paladini intitolato Due poeti nel travagliato 700 salentino, apparso in due puntate sulla rivista “Rinascenza Salentina”(Lecce, 1914), dove spesso si fa riferimento a un diario scritto dal padre di Isabella, “Libro di Ricordi di me D.Alessandro Castriota Scanderberg in anno 1682”, che riporta in brevi note il “curriculum vitae” della nobildonna leccese. E su questo diario la Barletta si è basata per tratteggiare e arricchire il profilo biografico di Isabella e riuscire a darle una collocazione nell’ambito storico-sociale in cui visse.

In questo volume, l’autrice fornisce dunque non solo la ricostruzione della vita (per quanto sia possibile) di Isabella ma un’interessante trattazione del tempo in cui ella visse, quanto accade intorno a lei, il clima culturale che si respira nella Lecce e nel Salento dell’epoca, e anche una ricostruzione della storia della sua famiglia partendo dal suo illustre avo Giorgio Castriota Scanderberg, audace e valoroso condottiero che difese strenuamente l’Albania dagli attacchi dei Turchi nella seconda metà del Quattrocento.

Isabella nacque a Lecce il 1° settembre 1704 dal Alessandro e da Irene Pieve-Sauli. La madre muore di febbre puerperale e il padre convola di nuove a nozze (le numero tre) probabilmente con l’obiettivo di mettere al mondo l’erede maschio che finalmente arriva. Isabella non riceve dal genitore affetto né attenzioni e presto viene presa sotto tutela dallo zio materno, Giambattista Pieve-Sauli, ricchissimo e senza figli, la sceglie quale erede del suo cospicuo patrimonio. La protezione dello zio, tuttavia, non era disinteressata: a sua insaputa di fatto organizzò il matrimonio di lei (all’epoca sedicenne) con il sessantenne barone Filippo Guarini, feudatario di Tuglie. L’esperienza matrimoniale fu per Isabella intollerabile e dopo sette anni di questa infelice unione, la donna ottenne dal marito di poter lasciare la casa coniugale, purchè avesse rispettato alcune condizioni, tra le quali quella di ritirarsi nel Conservatorio di Sant’Anna a Lecce, fondato per accogliere “vergine, vedove e malmaritate” di nobile famiglia. Qui Isabella trascorse anni fertili di studi e di scoperte intellettuali, e finalmente nel 1732, conquistato il consenso dello sposo e del padre, abbandonò il Conservatorio, facendo il suo ingresso nella colta società leccese, dove frequente gli ambienti dell’Accademia degli Spioni e conosce Pietro Belli, letterato e patrizio leccese. Tra i due nascerà un legame sentimentale che alla morte del marito di lei li porterà a a ufficializzare il loro rapporto in un matrimonio dal quale nasceranno due figlie, Raimondina e Caterina. Tuttavia entrambi mostrano di un certo diletto non solo per le lettere ma anche per gli agi che li conduce a sperperare i loro beni, ancor più Pietro che è anche dedito al gioco.
Nel 1748, alla morte dello zio Pieve-Sauli, l’apertura del testamento le rivelò che dopo il padre che l’aveva sempre tenuta lontana da sé anche lo zio ottenuti i suoi vantaggi l’aveva esclusa dalla sua vita nell’atto estremo, preferendolo un altro nipote nell’assegnazione dei beni di famiglia. Segnata da questa ultima delusione, Isabella si spense nel Palazzo Belli all’età di 44 anni.

Queste in brevissimo le vicende di Isabella narrate da Rossella Barletta, ma per maggiori dettagli si consiglia il suo libro, dove la contestualizzazione dei fatti dà un quadro di insieme molto interessate che dà quasi l’idea di percorrere le vie di Lecce settecentesca al fianco di Isabella. Va aggiunto, come afferma la stessa Barletta, che “più che attraverso la produzione poetica, Isabella Castriota Scanderberg si sia emancipata quando decise di svincolarsi dal marito per poter vivere in piena libertà la sua vita e a fare le sue scelte finalmente senza condizionamenti familiari”. Oggi la sua azione può sembrare quasi irrilevante, ma va tenuto in conto che “l’atto di ribellione si svolse durante il 1700, un secolo ancora carico di diffuso e profondo conservatorismo, ed in un contesto socio-culturale pregno di pregiudizi, di false indignazioni e di convenzioni morali. La donna, in un ambiente dominato prevalentemente dagli uomini, era soggetta e sopraffatta da questi e rarissime erano le occasioni perché dimostrare capacità, determinazione ed intraprendenza.
Dovendo subire prima il carattere del padre, rigidamente ancorato ai suoi schemi mentali, poi le scelte educative dello zio Pieve-Sauli ed infine l’ingombrate convivenza con un uomo del tutto sconosciuto, molto più vecchio di lei, malato e completamente diverso per temperamento e obiettivi di vita, Isabella sarebbe potuta diventare la vittima sacrificale di ciascuno di loro ed arrendersi ad un destino già scritto. Invece ebbe il coraggio di rompere gli schemi tradizionali e le consuetudini di ordine morale, di sovvertire i luoghi comuni radicati nelle famiglie e di trasgredire pure le imposizioni religiose. Suo malgrado divenne espressione di emancipazione femminile”.
Approfondimento
Bibliografia
– R. Barletta, “Isabella Castriota Scanderberg. Espressione di emancipazione femminile”, Edizione Grifo, 2017.
S. Foti Sciavaliere, “Isabella Castriota Scanderberg”, in “Ripensandoci.com”, 27 aprile 2014.

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