Isabelle Eberhardt, la ribelle del deserto

Una vita da romanzo
contro le convenzioni morali
dell’Europa tra XIX e XX secolo

di Sara Foti Sciavaliere 

Isabelle Eberhardt è stata un’esploratrice e scrittrice svizzera di origini russe che a lungo visse e viaggiò in Nord Africa. Una vita breve ma davvero romanzesca, quella di Isabelle Eberhardt, a cavallo tra XIX e XX secolo. La parabola di una giovane donna nata a Ginevra da genitori russi, scrittrice e giornalista irrequieta, innamorata del Magreb e della cultura islamica.

Nata in una famiglia benestante, si liberò dalle convenzioni morali europee e, avvalendosi della libertà derivata dal portare abiti maschili, si addentrò nella cultura nordafricana, riportando le sue ispirate esperienze in diversi libri. Presto cominciò a viaggiare attraverso il Nord Africa, travestita da cavaliere arabo (con lo pseudonimo di Mahmoud Saadi) per potersi addentrare in territori inaccessibili, interdetti a visitatrici europee. S’innamora dell’ufficiale arabo Slimène Ehnni, e con lui si unisce a una confraternita sufi, vivendo in povertà.

Nomade tra i nomadi, Isabelle fa del deserto la sua casa, però espulsa dal Paese, si sposta a Marsiglia, dove sposa Slimène e come cittadina francese ritorna in Algeria. Si stabilisce ai margini del deserto e, pur essendo sposata, non smette di indossare abiti maschili o di vagabondare nel deserto, beve alcool con i legionari, fuma hashish e va a letto con chi le piace.

Fu amica di sceicchi e di sapienti sufi, ma anche di ufficiali dell’esercito coloniale francese, sarà sospettata di spionaggio da una parte e dall’altra e abbracciò la fede musulmana, vivendo emozionanti avventure tra esplorazioni, immersioni nelle comunità locali, scontri con i ribelli, infuocate vicende amorose. Fino a una morte assurda, a soli 27 anni, nel 1904: vittima di un’improvvisa inondazione in Algeria, quindi possiamo dire che, paradossalmente, la Eberhardt sia annegata in pieno deserto del Sahara.

Alla fine del XIX secolo, in una cosmopolita Ginevra che accoglie un gran numero di stranieri fra i quali spiccano i russi, vi sono parecchie donne russe che frequentano la facoltà di Medicina, fra le quali Isabelle Eberhardt, figlia di una nobildonna di San Pietroburgo vedova di un alto ufficiale dello zar, Pavel Karlovitch de Moerder, che vive a Ginevra da anni con cinque dei suoi sette figli. Agli atti, Isabelle figura nata a Ginevra il 17 gennaio 1877 da Natalia Eberhardt, cittadina russa, e da padre ignoto, forse il precettore dei figli del defunto marito di Natalia, un ex sacerdote ortodosso. Anche se le versioni sulla nascita di Isabelle sono tante e fantasiose, c’è chi ritiene perfino che fosse figlia di Arthur Rimbaud.

Stando ai documenti, Isabelle cresce con i fratellastri in una casa di campagna appena fuori Ginevra e quando non si dedica agli studi scorrazza liberamente nel grande giardino e nei boschi confinanti assieme all’amatissimo Augustin, il fratello più vicino a lei per età e inclinazioni. La sua istruzione comprenderà letteratura, storia, filosofia, scienze, il latino e il greco e, oltre alle lingue parlate correntemente in casa – il russo e il francese – anche lingue moderne come il tedesco e lo spagnolo. Allieva assai diligente, Isabelle, arriverà a studiare da sola il turco e poi l’arabo che approfondirà a un punto tale da corrispondere in quella lingua con studiosi di cultura araba in Francia, Egitto e Medio Oriente fino a diventare lei stessa una sapiente del Corano, riconosciuta come tale in tutto il mondo islamico e accolta nella potente confraternita sufi dei Quadiryya.

L’attrazione per l’Africa nasce dalle letture di molta letteratura impregnata di esotismo, e anche dalla fuga da casa, in tempi diversi, dei fratelli Nicolas e poi Augustin, entrambi arruolati nella Legione Straniera. Isabelle usava vestirsi da marinaio fin da ragazzina, per seguire Augustin in luoghi dove una ragazza di buona famiglia non sarebbe stata ammessa, e le poche fotografie esistenti di Isabelle sono quelle fatte a Ginevra in costume di siriano o di cavaliere arabo o di “beduino” (laddove “beduino” non designa l’etnia ma significa esclusivamente “nomade”). Il travestimento per lei non è un gioco, ma un mezzo per esercitare la propria libertà di comportamento. In Algeria prende a circolare in abiti maschili, facendosi passare per studente tunisino e dandosi anche un nome, che manterrà per tutta la vita, quello di un poeta e viaggiatore persiano, Mahmoud Saadi, vissuto nel XIII secolo.

Intanto Isabelle scrive da tempo, sotto il nome maschile di Nicolas Podolinsky, racconti che vengono pubblicati su riviste francesi e progetta una scuola per giovani arabe. Ma la mamma muore, e Isabelle torna a Ginevra dove nel frattempo eventi diversi hanno disperso i fratelli con l’eccezione di Augustin, riformato dalla Legione. Una nuova partenza di Augustin la lasciano completamente sola a 20 anni, priva di ogni aiuto e risorsa, così Isabelle – ora definitivamente Mahmoud Saadi – torna in suolo africano, dapprima a Tunisi dove stringe amicizia con personaggi influenti conosciuti attraverso gli studiosi arabi con i quali intrattiene corrispondenza da anni. Gli anni successivi sono un susseguirsi di viaggi, intervallati da periodici rientri a Ginevra e in Francia. Isabelle viaggia e scrive. Sono di questi anni i suoi racconti più belli.

Isabelle trascorre il suo ultimo anno di vita nella regione a sud di Orano al confine con il Marocco, teatro di sanguinosi scontri, come corrispondente di guerra per un giornale francese che si pubblica ad Algeri, «El Akhbar». Nel 1904 Isabelle è ammalata. Da anni soffre di paludismo, aggravato dalla sua vita piuttosto sregolata. A seguito di febbri ripetute e violente viene ricoverata ad Aïn Sefra, nell’ospedale militare. Sta appena un po’ meglio il 21 ottobre quando chiede di uscire dall’ospedale. Suo marito Slimène, di stanza dall’altra parte del Paese, nella regione di Costantina, ottiene una breve licenza per venirla a trovare e Isabelle aveva affittato per l’occasione una minuscola casa di toub – argilla impastata con paglia – sulle rive dell’oued Sefra, asciutto da anni. Proprio quel giorno le acque raccoltesi a seguito di piogge eccezionalmente abbondanti si riversano lungo i letti essiccati travolgendo ciò che si trova sul loro percorso e raggiungeranno anche Aïn Sefra con improvvisa violenza, distruggendo tutti gli insediamenti più poveri. Tra la trentina di persone che perdono la vita in quella catastrofe c’è anche Isabelle.



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