La forbice

di Francesco Greco
 

  Marito e moglie negli ultimi tempi non andavano più d’accordo, litigavano per un nonnulla. All’uomo non piaceva la cipolla cotta e la moglie la metteva ovunque. Andava pazzo per i vardacèli (peperoni piccanti) e lei non li friggeva mai. Detestava sentirla cantare mentre faceva le servizie (faccende domestiche) e lei la faceva apposta con le canzoni di chiesa. Odiava il cuscino troppo gonfio e quella lo ‘mpurràva (riempiva) di lana.
Vero è che non si erano mai presi davvero e Cicciu Scurcu, detto spirlìnchi (persona magra, tutta ossa), non poteva non dare ragione al padre, massàru Pati, pace all’anima sua che, quando la portò a casa la guardò un istante con l’occhio azzurro e la mattina dopo, mentre mungevano le vacche gli aveva detto:
“Figlio mio, quella non è per te, è meglio se te ne cerchi un’altra, una ‘ntaraddhàta (donna introversa, che sta sulle sue)… Non vedi che occhi di fuoco che ha?… A quella non gli metterai mai la capèzza (cavezza)… Di razza caputòsta (testarda) e superbiosa è… Si, è meglio se ti trovi una scurciàta (donna di poche pretese)… Ma non sentire me, fai come dice la capo tua e cànnala (sbagliala)… Un domani non devi dirmi tata (padre) è stata colpa tua e castamàrmi (maledirmi) pure dopo che mi sono pracàtu (seppellito)…”.

   E così aveva fatto, di testa sua: il furèse (contadino) di Lucugnanu s’era ‘nzuràtu (sposato) con Chicchina Bonchi, terza figlia dei nove che il Padreterno aveva concesso al fattore del barone di Castiùne (Castiglione). Avevano affittato una carrozza per portarla alla chiesa e il pranzo era stato di due portate: pasuli (fagioli) e paparina (papaverina, erba selvatica).
Bella era bella, “civile” (sottile) diceva Cicciu ai compari di zappa mentre spunzàva (bagnava) una frasèddha (frisa, pane greco) verso le 11 tutt’un bagno di sudore che la maglia di lana pesante che indossavano la potevi strizzare, con la zappa che faceva scintille nella terra scurdàta (dimenticata) di Sargirò che scatanàvano (dissodavano) per piantare una vigna.
“Avessi sentito mio padre… Aveva ragione, e chi gli mette la cavezza a quella?.. È testarda come il mulo di Santu e Minucu…Che ne fa della bellezza – sospirava – se non ha il dono della  parola?”.
“Quando la devi cannàre (sbagliare) non manca modo…”, pontificava Biasi Piattèra bevendo dal fiasco.

   Ciccio era di quegli uomini dal carattere mite e quasi remissivo, che però se gli vengono i cinque minuti sono capaci di tutto.
Marito e moglie dunque litigavano su tutto. Già ci voleva la massima colpa per farla parlare, perchè era così chiusa che il prete sull’altare, quando la sposò, dovette chiedergli tre volte se voleva quel cristiano per marito.
Se chiedeva a Chicchina di rattoppare le quasètte (calze) pesanti, rispondeva:
“Poi vediamo…”.
Se diceva di cucinare foje (verdura), metteva pignàta (legumi). Se domandava se aveva segnato la messa per la buonanima del padre, non diceva né si né no.
   Era una frucìddha (donna svelta, abile), ma cocciuta peggio di un mulo che prendi a bastonate per farlo andare per la via sua carico di balle di paglia o panàri (recipienti di canna intrecciata) di pomodori o legna.
Così arrivò di nuovo il tempo delle messi, Cicciu si alzava ancora buio, metteva un tozzo di pane e un pomodoro e la falce nelle fasàzze (bisacce) e andava nei campi. Tornava dopo il tramonto, sudato come ecce homo. La donna restava a casa a tèssere un cannavàzzu (canovaccio) al talàru (telaio).

   E una domenica verso mezzogiorno, Cicciu tornò dall’osteria con un bicchiere di troppo e successe. La moglie seduta si faceva vento con la vantìli (grembiule). Quando si regolò che i cavaiòli (maccheroni fatti in casa) erano cotti, li scolò. Nero di sole, silenzioso, nervoso, il furèse (contadino) sedette a mangiare un boccone caldo. Chissà cosa gli passò per la mente, perché quella domenica del Corpus Domini cominciò la sua sventura. Avrebbe potuto domandare se il formaggio era stato grattato, se il malùne (anguria) era stato calato nel pozzo o se era passato qualcuno di casa sua a cercarlo. Nient’affatto e all’improvviso chiese:
“Come si miete il grano?”.     
La donna spalancò gli occhi d’oliva ed ebbe una smorfia come il cane a cui è stata scafazzàta (calpestata) la coda e non disse né ui né oi. L’uomo si riempì il bicchiere di vino e ripetè:
“Voglio sapere come si miete il grano…”, insistè.
Chicchina uscì nel cortile dove su una chiànca (pietra piatta) lavava i piatti. Quando glielo chiese la terza volta, sospirò:
“Con la forbice…”.
Il vino gli andò di traverso e tossendo ne scagliò un sorso sulla tovaglia candida. Sapeva che era capace di dire, se il sole fuori splendeva, che pioveva e viceversa, se diluviava che c’era un sole da spaccare le pietre.
“Con la forbice?… – s’indignò l’uomo – Che, hai perso i sensi?… Te l’ho detto tante volte che il grano si miete con la falce… Ma tu non te lo metti mai in testa… Sei peggio del mulo di Crispino… Avanti, con che cosa si miete il grano?”.
La donna taceva sciacquando la cazzalòra (pentola) e quando, con la voce rotta dalle Sax e dall’esasperazione glielo chiese due volte altre, rispose ancora:
“Con la forbice…”.
“La forbice?… Tu devi essere malata de capu (pazza)… – si scandalizzò – …Zitta che se ti sentono i vicini ci sciùdacano (criticano) e ci prendono per fessi… Da quando Dio ha fatto il mondo, tutti i cristiani sulla faccia della terra mietono con la falce… Con la forbice quando ti sbrighi, l’anno di poi e il mese di mai?… Con cosa lo mieti il grano?…”, si strozzò.
E quando Chicchina ripetè acida e con una folgore di rabbia negli occhi la stessa, identica risposta, esplose la furia dei miti. L’uomo uscì come un toro scatenato dalla casa di calce e strattonò la moglie fino alla sterna (pozzo). Un piatto le cadde dalle mani e si frantumò. E mentre la imbragava ai fianchi con un sacco e la stringeva con una grossa fune, chiedeva:
“Con che si miete il grano, eh?… Oggi, chitàccreata (imprecazione, modo di dire), hai pescato la giornata storta… Ti faccio venire la cacarèddha (diarrea)…, ti faccio…”.
E quella, testarda, a ripetere:
“Con la forbice…”.

   Il marito allora, irritato anche dal sottile tono canzonatorio della sua voce, la spintonò verso il pustàle (imboccatura) e la calò giù. La donna stranamente non si ribellò, lasciò fare e quando l’acqua le arrivò ai fianchi, l’altro tornò a chiedere:
“Aveva ragione u tata (il padre)… Siete una razza di caputòsti (testedure)… Se lo sentivo mò non stavo qui a combattere con te… Lo vedi con i tuoi occhi la mattina quando esco di casa che metto nelle bisacce… Come lo mieti il grano?…”.
E quella, scuotendo i bei riccioli scuri, come volesse burlarsi del marito:
“Con la forbice… Con la forbice… Con la forbice…”.  

   Quando l’acqua le arrivò al petto che aveva bello rigoglioso, chiese di nuovo con cosa sarebbe andata a mietere le messi e lei disse ancora:
“Con la forbice!”.
La corda, che era robusta, fu mollata un altro poco; dall’acqua restava fuori solo la testa. Quasi soffocando come per un imminente attacco di cuore, ripetè alla donna che pure amava più di della sua stessa vita, la domanda ed ebbe la stessa risposta. Mollò un pò e a pelo d’acqua rimasero solo i capelli corvini. Urlò un’ultima volta ascoltando l’eco delle sue parole:
“Come si miete il grano, eheeee?… Lo voglio sapereeeeee… Dimmeloooooooooo…”.
In un gorgoglio cupo, la sventurata farfugliò la stessa fatale risposta. Dopo di che anche la testa sparì interamente e Cicciu, soffocando di rabbia, strillò un’ultima volta la domanda.
Dal pelo dell’acqua emerse allora un braccio e la mano agitò più e più volte il dito indice e medio, a mò di forbice. L’uomo si rassegnò e con un brusco strattone lasciò andare u ‘nzàrtu (corda) mormorando fra i denti una bestemmia irripetibile.

   E nel carcere dove è incanutito, Cicciu Scurcu s’è domandato milione di volte perchè mai la buonanima rispondeva:
“Con la forbice…”.
Per dispetto? Per ignoranza? Per dire il contrario di quello che diceva lui? E chissà quanti altri uomini in fondo all’umidità di tante prigioni si facevano e si fanno la stessa domanda e se la porranno finché ci saranno femmine testarde sulla faccia della terra e cioè fino alla fine del tempo, quando spriculerà (sbriciolerà) il sale.

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