La Sindrome di Stoccolma

 

Quando il rapitore diventa un amico

di Sergio D’Amico 

 

Il rapimento è considerato – a giusto titolo – uno dei crimini più odiosi che si possano commettere, dato che si privano della libertà e della sicurezza i nostri simili. Ma può succedere, a volte, che la psicologia dei sequestrati reagisca in modo inaspettato e inspiegabile. Al punto di provare simpatia – se non, addirittura, amicizia – nei confronti dei rapitori. Gli specialisti definiscono questo strano atteggiamento con il termine “Sindrome di Stoccolma”, riferendosi al primo caso del genere a essere studiato e documentato. Ma si trattò anche del primo sequestro di persone a essere seguito in diretta dai mezzi di comunicazione di massa. E a ispirare, in Italia, uno sceneggiato televisivo.

Un tentativo disperato
Il 23 agosto 1973, intorno alle 10.15, il rapinatore trentaduenne Jan Erik Olsson, evaso dal carcere di Stoccolma, penetrò nella sede della Sverige Kreditbank, posta nel pieno centro della capitale svedese, armato di un mitra; e sequestrò quattro dipendenti della banca, un uomo e tre donne. Rinchiusosi con gli ostaggi nella camera blindata, Olsson pretese e ottenne che il suo amico Clark Olafsson (che stava scontando un lungo periodo di detenzione) fosse liberato e condotto da lui. Raggiunto da quest’ultimo, il sequestratore ordinò che fosse messa a sua disposizione una forte somma di denaro, un’’utomobile sportiva e un aereo, per riparare all’estero con il complice. Le autorità presero tempo, per meglio studiare una strategia che consentisse loro di arrestare i malviventi senza danneggiare gli ostaggi.

Data l’eccezionalità dell’evento, i mass media locali si precipitarono sul luogo, e iniziarono delle interminabili dirette radiotelevisive. Ma questo ebbe effetti negativi per le Forze dell’Ordine. Olsson, infatti, aveva con sé una radio, grazie alla quale poté essere informato “in tempo reale” su tutte le mosse della Polizia. Infine, dopo sei giorni di estenuanti trattative, tutte fallite, i Reparti Speciali fecero irruzione nella camera blindata, sparando bombe lacrimogene. I sequestratori si arresero senza opporre resistenza, e gli ostaggi, psicologicamente molto provati, furono rimessi in libertà.

Un comportamento incomprensibile
Nonostante tutte le precauzioni adottate dalle Autorità, giornali, radio e televisioni riuscirono a far trapelare un elemento inedito di quel sequestro: cioè, il fatto che i sequestrati avevano instaurato gradualmente un rapporto di complicità e amicizia nei confronti dei loro rapitori.

La spiegazione ufficiale di ciò fu che i criminali avevano fatto credere loro che la Polizia, pur di risolvere la questione, avrebbe fatto irruzione sparando ad altezza d’uomo; provocando, così, la morte degli ostaggi, oltre che dei sequestratori. Ma, dagli interrogatori dei prigionieri, condotti, fra l’altro, dallo psicologo e criminologo Nils Bejerot, emerse una verità diversa, anche se incredibile. I sequestrati, infatti, manifestarono un atteggiamento positivo verso i malviventi; con i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata. Proprio questo paradosso psicologico prese il nome di “Sindrome di Stoccolma”: una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l’essere “vittima”. Sebbene si possa ritenere che l’atteggiamento più vantaggioso per il sequestrato sia “farsi amico” il suo rapitore, in realtà, questa “Sindrome” non deriva da un calcolo razionale, bensì da un riflesso automatico.

Tale atteggiamento, in seguito rilevato e studiato in tutto il mondo – proprio a partire dai fatti di Stoccolma – comporta un elevato stato di stress psicofisico, che aumenta via via che i sequestrati sembrano accettare la convivenza in un ambiente minaccioso; e che li costringe a nuove situazioni di adattamento.

Una “fiction” innovativa e coraggiosa
La vicenda di Stoccolma suscitò – come è comprensibile – grande clamore in tutto il mondo. E ci fu chi pensò di ricostruire le fasi e i retroscena di questo avvenimento in modo non “giornalistico”, bensì “spettacolare”. Fra il 21 e il 22 ottobre 1976, sul Secondo Canale Rai andò in onda lo sceneggiato televisivo “Aut – Aut.
Cronaca di una rapina”. Basata su articoli e servizi radiotelevisivi originali, nonché sui verbali delle testimonianze rese agli inquirenti e alla Magistratura, questa breve “fiction”, interpretata da un cast tutto italiano (nel quale spiccavano i nomi di Gabriele Lavia e Carlo Hintermann nel ruolo dei banditi), rappresentò una grande novità per il pubblico nostrano.

Innanzitutto, si mostrarono – per la prima volta, e in tutta la loro crudezza – l’ansia, la paura e lo stress che caratterizzano i sequestri di persona. E ciò, grazie anche alla particolare tecnica narrativa; che alternava gli avvenimenti vissuti dai membri della Polizia (ripresi con immagini a colori) con quelli sperimentati dai presenti nella camera blindata (la cui opprimente claustrofobia era resa in bianco e nero).

Inoltre, agli impersonali filmati dei telegiornali svedesi, si contrappose la sofferta analisi dell’evoluzione psicologica delle vittime del sequestro. Che si trasformarono – appunto – da terrorizzati oggetti di una crudele trattativa, in palesi simpatizzanti delle azioni dei loro rapitori.

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