“La Terra Perduta” di Matteo Spicuglia – Recensione

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«Ci sono sensazioni e situazioni che puoi cogliere solo vedendole nel modo giusto»

 

di Barbara Saccagno

Il giornalista televisivo Matteo Spicuglia narra il suo viaggio a forti tinte emozionali, e denso di riflessioni, in una terra magnifica ancora fortemente intrisa di un dolore che raccoglie le urla silenti di un’umanità ferita alla ricerca della Pace, che oggi più che mai sembra utopia. «Fino a quando non te la trovi davanti non puoi immaginare. Non puoi immaginare la luce che si riflette all’infinito, le mille sfumature dei campi, pennellate verdi e marroni delle coltivazioni di frutta e cotone che si perdono fino alla Sira e all’Iraq» (p. 43).

Il Medio Oriente è una terra da favola: culla di mitiche civiltà; territorio che mantiene in vita tradizioni ancestrali ed una lingua antichissima, l’aramaico; suolo fertile; bellezza mozzafiato. Si potrebbe paragonarla all’Eden, eppure… qui, in questo lembo incastonato fra Turchia, Siria ed Iraq, l’eco di inumani dolori, figli di illogiche dinamiche, non si è mai spenta.

Il racconto del giornalista Matteo Spicuglia inizia da TurAbdin, alle porte della piana mesopotamica, e si dipana in un fitto intreccio di luoghi, persone, voci, ricordi, infinito dolore e ostinati silenzi che racchiudono significati più profondi di qualunque parola. L’autore fa emergere la sottile trama di uno dei più grandi drammi dei nostri tempi, quello che ha colpito i siriaci, minoranza cristiana del Medio Oriente.
“Siamo come un pugno di grano nella mani di un contadino. Quando lo spargi in un campo, non sai più che fine fa. Un chicco di qua, uno di là, uno mangiato dagli uccelli, uno piantato. Ecco, a noi è successa la stessa cosa. Noi non siamo altro che chicchi di grano.” (p. 17)

Puntare il dito, semplificare in schemi netti, propugnare verità a tinte forti e definite non è mai possibile, troppi sono gli elementi che compongono intricatissimi puzzle incompleti, le tessere mancanti si sono perdute nei silenzi dei sepolcri o sono state volutamente occultate. Troppo radicate nel profondo le ragioni di ogni etnia e la sete di giustizia. Quando il percorso storico di una comunità è drammatico, spesso,trascina con sé una chiusura ermetica che rende difficile ricostruire, e riprendere, il dialogo interrottosi nella notte dei tempi.

Quali siano le ragioni di tanto orrore, che ottenebra le menti portando l’uomo contro il suo simile, è ancora oggi, e forse soprattutto nel nostro contemporaneo, un mistero. La sete di potere e di ricchezze, l’imporre la propria superiorità, che, in realtà, è la scusa per nascondere le proprie debolezze e i propri limiti, le religioni quale scudo divisorio invece di porta verso un amore universale sono variabili sempre in auge,ma ad ascoltare le tante voci, timide, forti, desolate, energiche, perdute, arrabbiate, resistenti, impaurite o apatiche, raccolte in questo libro è d’obbligo porsi una domanda che brucia come sale su ferite aperte “perché è successo? Perché nessuno è stato capace di fermare sul nascere questa follia?”.

«Disprezzo. L’ex rettore dell’università di Mardin non ha avuto paura a chiamare le cose con il loro nome. Non è poco in una nazione dove è complicatissimo giudicare con serenità il passato». (p.53)
Risposte complete, forse,non ce ne saranno mai davvero, ai posteri l’ardua sentenza diceva Manzoni, già, ma di tempo ne è passato sotto i ponti eppure nulla si è ancora risolto davvero.

In questo reportage, Spicuglia ricalca i perimetri di quello sperduto angolo di mondo, ascolta voci, tocca con mano cosa significa “cancellazione programmatica di un popolo e della sua identità dalla faccia della terra”. Laggiù, tra la sofferenza e la bellezza incantata della natura, emergono anime grandi che hanno saputo lottare, resistere ed mantenere viva la capacità di sognare e progettare, si sentono vibrare i desideri di giovani che hanno voglia di ritornare alle proprie radici, ancora bruciati nel DNA eppure pronti a ricominciare là, da quella terra amara che è la loro casa da sempre. «Februniye ha rotto con i libri e la passione il cerchio della paura. Ma non si è fermata qui. Avrebbe potuto rimanere a Istanbul, farsi la sua vita, cogliere le opportunità della capitale di un Paese con un’economia in crescita. Invece no» (p. 139).

Al di là di ogni nostro limite di pensiero, seppure nel sottofondo crediamo che non ci riguardi, se non ci sentiamo toccati in prima persona, dobbiamo conoscere e sapere, perché siamo responsabili di tutto ciò che accade sulla Terra, pure quando decidiamo di restare indifferenti.
Un libro complesso e denso che si legge con il fiato sospeso sino alla fine.

 

– M. Spicuglia, “La Terra perduta. Nel cuore dei cristiani del Medio Oriente”, Effatà Editrice,Torino, 2015.

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