“L’anello di ferro”

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“L’anello di ferro”

di O. Albanese

Saziati con la figlia del nostro nemico, aveva detto Goffredo.
Ma non era così semplice.
Saziati con la figlia del nostro nemico, se in lei trovi quello che desideri.
Manlius strinse i pugni, mentre si muoveva attraverso la corte, guardandosi intorno. Non era semplice come lo era stato con tutte le altre donne prima di Silia.
Saziarsi non bastava. Perché quando era sazio di lei, un attimo dopo si scopriva di nuovo affamato. Ma non solo del suo corpo, della sua pelle, della sua bocca. Era questo il dannato problema.
Forse aveva più fame della sua anima che del suo corpo. Della sua anima che gli sfuggiva.
Si guardò di nuovo intorno in cerca di lei.

Dalla finestra l’aveva vista parlare con Amelina, ma adesso non c’era più nessuno vicino alla tinozza. Spinse lo sguardo in ogni angolo e si accorse di Livio, accucciato a terra accanto ai cani. «Hai visto dov’è andata Silia?» gli chiese.
Lui lo guardò da sotto in su. «Era qui un momento fa.»
Quindi non poteva essere troppo lontana.
Per un attimo Manlius pensò a come sarebbe stato se non l’avesse più trovata. Cercò di figurarsi la sua vita senza Silia. Senza la sua risata e le sue sfide. Senza le sue parole affilate e la carezza dello sguardo. Cercò di figurarsi le sue notti nel letto vuoto. Ebbe paura.
Con lunghi passi si avvicinò alle stalle. Perché da quando erano arrivati, continuava ad avere il tarlo di quell’idea. Che lei prendesse il cavallo e sparisse da Tarsia e dalla sua vita.
Ma il cavallo era lì, accanto alle altre bestie.
Lasciò uscire piano il respiro, poi tornò fuori nella corte. Probabilmente era rientrata. Ma poi, quando sollevò lo sguardo, la vide.
Era in alto, sul camminamento delle mura, e gli volgeva le spalle. La sua figura si stagliava nitida contro l’azzurro del cielo.
Manlius raggiunse la scala e un minuto più tardi era accanto a lei. Lasciò scorrere lo sguardo sul panorama che li circondava e cercò di osservarlo con gli occhi di Silia.
«Vi piace qui?» le chiese.
La massa lucente dei suoi capelli ondeggiò, mentre si girava mostrandogli il profilo. « Dal mio castello si domina il mare, da qui la terra fino all’orizzonte» disse.
Anche lei, come sua madre. Il cuore di Manlius si contrasse.
E subito pensò che sarebbe stata la perfetta signora di quella terra.
Un istante dopo, però, si stupì del suo pensiero. Così istintivo che la ragione non era riuscita a fermarlo. Silia era una Rosetum. Nemica figlia di nemici. Non poteva spingere la propria follia così lontano.
E poi, si ripeté per la centesima volta, era talmente diversa da tutte le donne che gli erano sempre piaciute. Quelle che si era portato a letto con buona soddisfazione. E lontana mille miglia dalla fanciulla che, tre anni prima, aveva scelto come sposa. Eppure parlava ai suoi sensi e al suo cervello come nessun’altra prima di lei.
Le asprezze del paesaggio in cui era nato avevano forgiato il suo carattere, ma adesso la vita gli stava insegnando a smussare certe ruvidità. A riconsiderare quelle che gli erano sembrate irremovibili certezze.
Dopotutto era consapevole di non avere amato nessuna delle donne che aveva avuto. Neppure quella che aveva deciso di sposare. Negli anni in cui era stato lontano, niente lo aveva spinto a tornare da lei. Quando combatteva, si sentiva libero da legami. E se aveva fatto ritorno a Tarsia, era stato solo perché riteneva fosse tempo di dare un erede alla sua stirpe.
Guardò Silia.
La sua bellezza, così da vicino, continuava a turbarlo. Come la prima volta che aveva posato gli occhi su di lei. Erano i suoi contrasti inconciliabili che lo attraevano. Se pensava a una qualsiasi delle qualità  di Silia, o poi, subito dopo, al suo opposto, scopriva che anche l’opposto era perfetto per lei. Quella donna era combattiva e arrendevole, intransigente e accomodante, dura come l’acciaio e morbida come il miele. E lui nona sapeva mai quali delle due nature si sarebbe trovato davanti.
Vicina e lontano. Quando credeva di possederla, gli appariva distante, e quando era convinto di averla perduta, se la trovava accanto a sostenerlo.
«Vi ricordate cosa vi ho detto stanotte?»
Lei sorrise, continuando a mostrargli il profilo. « Le cose piacevoli o quelle spiacevoli?»
«Quelle spiacevoli. Vi ho detto che niente di quello che siete mi piace.»
«È quello che avete detto, infatti.»
«Il vostro temperamento, la vostra caparbietà…»
Lei alzò una mano a interromperlo. «Non occorre che vi ripetiate. Ricordo molto bene ogni singola parola.»
«E allora…» Manlius la prese leggermente per le spalle e la girò verso di sé. «E allora come mai non riesco ad allontanarvi dai  miei pensieri neppure per un istante?»
Silia tacque. Una luce calda danzava nei suoi occhi, quando lo guardò. «Mi dispiace, Manlius di Tarsia, ma la risposta a questa domanda dovete cercarla in voi stesso.»

(da Ornella Albanese, “L’anello di ferro”, Leggereditore, 2011, pp. 184-186)

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