“L’arte di ascoltare i battiti del cuore”

articolo 

“L’arte di ascoltare i battiti del cuore”

di Jan-Philipp Sendeker

“ […]
Mi Mi era ai margini della piazza, seduta accanto a una montagna di patate. Nella mano sinistra teneva un ombrellino di carta rotondo per ripararsi dal sole. Era dello stesso colore rosso scuro, quasi marrone, della tonaca dei monaci. Indossava il suo longy più bello, rosso con un disegno verde. Aveva finito di cucirlo la sera prima. I capelli neri erano legati in una treccia. La mattina aveva pregato sua madre di dipingerle due cerchi gialli sulle guance.

Tutte le ragazze e le donne più grandi si truccavano così. Sua madre aveva sorriso senza farle domande. Al momento di salutarla, quando Mi Mi era già sulle spalle del fratello, Yadana aveva dato alla figlia una bacio sulla fronte. Lo faceva ogni volta, ma quel bacio era stato diverso dal solito. Mi Mi se n’era accorta, senza comprenderne però la ragione.
Ora se ne stava seduta sulla coperta rossa che aveva cucito lei stessa e aspettava. In realtà non faceva altro da quattro giorni. Quando andava in cortile a spingere le galline nella stia, o coglieva le fragole dietro casa, quando aiutava sua madre in cucina, quando sceglieva le patate o faceva lavori di tessitura, aspettava. Aspettava il giorno del mercato. Aspettava Tin Win.
Aspettava, ma senza essere inquieta. Aspettare non le dava fastidio. Aveva imparato presto che per una persona che non può camminare e che dipende dall’aiuto degli altri aspettare è naturale. La pazienza era per lei una cosa ovvia, e si meravigliava delle persone che avevano sempre fretta. L’attesa apparteneva al suo ritmo di vita in maniera così profonda, che Mi Mi quasi si dispiaceva ogni volta che un suo desiderio veniva esaudito troppo velocemente. Il tempo dell’attesa era fatto di momenti, di minuti o anche di ore di pace, attimi di sospensione, in cui in genere era sola con se stessa. E lei aveva bisogno di quelle pause per prepararsi a qualcosa di nuovo, a un cambiamento. Che fosse la visita alla zia dall’altra parte del villaggio o una giornata nei campi. O il mercato. Non capiva come mai i suoi fratelli non si stancassero a correre trafelati da una parte all’altra e da una persona all’altra. E la rare volte in cui, in maniera del tutto inaspettata, e senza che avesse osato anche solo sperarlo, capitava che i fratelli la portassero da  amici sulla cima del monte vicino, Mi Mi ci metteva sempre un casso di tempo prima di accorgersi di essere davvero arrivata. I primi minuti sedeva in silenzio in quel luogo nuovo. Come se la sua anima viaggiasse lentamente attraversando la valle. Le sembrava che ogni cosa necessitasse di un tempo proprio, così come la terra aveva bisogno di ventiquattro ore per compiere una rotazione completa attorno al proprio asse o di trecentosessantacinque giorni per girare attorno al sole.
I suoi fratelli la chiamavano “Lumachina”.
La cosa peggiore erano i treni e le automobili, che gli inglesi usavano per attraversa Kalaw e che, a quanto si diceva, arrivavano sino alla capitale. A farle paura non era il fracasso terribile che facevano quando attraversavano il villaggio, che metteva in fuga le galline e terrorizzava cavalli e buoi. Anche la puzza che si trascinavano dietro, come un bue che trascina l’aratro, non le dava alcun fastidio. Era la velocità a intimorirla. In quel modo si poteva davvero accorciare il tempo necessario per spostarsi da un luogo all’altro o da una persona all’altra?
Mi Mi era stata felice che mancassero quattro giorni al mercato, anche se desiderava vedere Tin Win già l’indomani. Così, invece, aveva potuto pensare a lui in pace e aveva avuto tempo di ricordare ogni particolare del loro ultimo incontro. Anche questo era un vantaggio dell’attesa: le dava la possibilità di riflettere. Come sempre quando lasciava i suoi pensieri in libertà, le erano nate in testa delle domande che aveva trattato con la stessa attenzione con cui si trattavano i rubini o gli smeraldi. Aveva visto Tin Win venire verso di lei. Si era rivista salire sulle sue spalle. Le era tornato in mente come il ragazzo aveva tremato per la gioia e l’eccitazione, seduto accanto a lei. Aveva avuto l’impressione che la volesse prendere sulle spalle e correre via. Alla ricerca di suoni e rumori sconosciuti.
A casa, poi, era rimasta seduta a lungo in veranda con gli occhi chiusi e aveva cercato di fare come Tin Win. Si era messa ad ascoltare. Aveva sentito il maiale grugnire sotto la casa. Il cane russare. Aveva sentito gli uccelli e le voci dei vicini, ma non il battito dei loro cuori. Voleva chiedere a Tin Win se esisteva un trucco, se poteva insegnarle l’arte di ascoltare. Almeno un po’.
Aveva raccontato la storia del nido al fratellino più piccolo, ma lui l’aveva presa in giro. Come era possibile avere un udito così sensibile! Probabilmente qualcuno glielo aveva detto prima, a quello lì, che nel nido c’era un uovo. Tin Win l’aveva fatto solo per fare colpo su di lei.
Mi Mi si era arrabbiata. Più con se stessa che con il fratello. Avrebbe dovuto saperlo. Ci sono cose che le persone che vanno per il mondo su due piedi non possono capire. Credono che si possa vedere soltanto con gli occhi. E credono che le distanze si possano superare solo con i passi.
[…]”

(da Sendeker J.P., “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, Vicenza, 2009).

Lascia un commento