Lavoro e luoghi comuni di genere

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Quello che le donne non fanno 

di Fabiola Colaci 

Parlare di lavori da donne e da uomini ha ancora senso? Esistono ad oggi delle figure professionali che sono automaticamente identificate come prettamente maschili o femminili?
I dati aggiornati al 2015 sono incoraggianti: dalle elaborazioni dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza emerge che sono oltre tremila le donne al volante di camion e di tir, il 5,6% del totale degli autotrasportatori, il 14,4% dei tappezzieri o dei restauratori di mobili è donna, così come anche il 9,4% dei calzolai, il 2% dei falegnami e il 3% degli idraulici. E le percentuali sono in aumento, a dimostrazione che alcuni luoghi comuni di genere stanno definitivamente crollando. Tuttavia, anche se le statistiche delineano un miglioramento del divario esistente, i pregiudizi sono ancora forti: provando a essere onesti, oggi vedere una donna manovrare una gru in un cantiere o guidare un bus di linea suscita ancora qualche stupore.

 

Secondo il sociologo americano Michael Kimmel infatti, anche se il mondo sembra avere a cuore la questione parità, le nozioni che abbiamo sui due generi sono culturalmente radicate nella nostra mente.

In Italia, invece, allo scopo di indagare su questo aspetto sociale,lo scorso anno l’Università di Genova ha avviato un laboratorio di sociologia intitolato “Donna Faber” , diretto dalla sociologa e direttora di AG–About Gender Emanuela Abbatecola. Al centro dello studio, un gruppo di trenta lavoratrici “atipiche”, che hanno scelto di rompere gli schemi svolgendo un mestiere “da duri”. Con quali conseguenze?
«Le statistiche indicano che qualcosa sta cambiando – ha spiegato la sociologa– ma quando una donna svolge una professione tradizionalmente definita ‘da uomo’, il sessismo riemerge come per ridimensionare l’ordine violato».

Il mercato del lavoro è sessuato, ma è ancora sessista? Dalle dichiarazioni rilasciate dalla coordinatrice sembrerebbe di sì: le capacità delle donne spesso vengono messe in dubbio, molte volte sono messe alla prova e devono fronteggiare aspettative di fallimento fortissime. Il sessismo passa anche attraverso il mancato uso dei titoli, riconosciuti invece ai colleghi maschi. «Alle riunioni tutti si chiamavano ingegnere, io ero chiamata con il diminutivo del mio cognome», – ricorda Annalisa, una delle trenta donne intervistate – e capita anche che ci si rivolga alle donne semplicemente con cara, stellina o principessa».
Sono tutte forme di invalidazione difficili da mettere in discussione, spiega ancora Abbatecola, perché spesso sono spacciate per atti di galanteria o gentilezze.

Se ci vogliamo avvilire per bene, secondo i dati del Global Gender Gap Report 2013, un sistema che analizza ogni anno la disuguaglianza di genere all’interno dei vari Paesi, vediamo che l’Italia si trova al 71° posto (su 136 Paesi) della classifica mondiale, dopo Sudafrica, Filippine, Russia e alcuni stati sudamericani. Uno dei criteri considerati che ci penalizza è la disparità di genere nel mondo lavorativo: in Italia le donne faticano ancora molto per diventare qualcosa di diverso da mogli e mamme. Allo stesso modo essere single, essere madri, o avere intenzione di diventarlo, costituiscono svantaggi per la carriera. Un altro elemento chiave è la disparità salariale: una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo .

Aumentare la presenza delle donne nei luoghi di lavoro è importante, ma non basta se non porta anche un modo nuovo di lavorare, in cui il primo passo da fare è quello di staccarsi da modelli, convenzioni e banalità che ingessano e banalizzano.

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