“Le figlie perdute della Cina”

 

Cambiando l’ordine degli addendi
la crudeltà non cambia

di Giada Tommei 

 

Alla domanda “Hai mai sistemato una bambina?”, ogni individuo risponderà in modi differenti. La nonna di paese, con i capelli color fumo e il grembiule perennemente lindo nonostante l’utilizzo, direbbe che “si, la bambina ha mangiato”. La madre manager, invece, correndo in fretta e furia da un appuntamento all’altro risponderebbe con un sorriso psicotico che la figlia è stata appena lasciata al baby parking, dove giocherà con i coetanei fino a sera. Ci sarà poi la donna di mezza età che non ha mai incontrato l’uomo giusto che scoppierà in un pianto convulso ed il padre amorevole che dirà “le ho appena rimboccato le coperte”.

Tra una fortunata molteplicità di risposte colme di amore, eppure non tutti gli esseri umani sono uguali: da qualche parte, in remote zone di campagna ma anche in qualche strada di città, esistono persone che ad una domanda simile abbasserebbero gli occhi a terra, annuendo con dolore pensando alla figlia appena abbandonata o , al peggio, appena uccisa. Si perché, la storia dei femminicidi affonda le sue radici in un insidioso terreno diffuso in tutto il mondo come un vecchio salice immortale.

Vi sono tradizioni la cui spietata attuazione comporta l’ accettazione di orrendi comportamenti che diventano “obbligatori” e quasi “normali”: in Cina, per esempio, la difficoltosa situazione economica di alcune zone e la onechild policy portavano spesso molte famiglie dalla primogenita femmina a sbarazzarsi di lei il più velocemente possibile. In un paese dove puoi concepire un solo figlio a causa della forte sovrappopolazione, le famiglie tendevano infatti a prediligere una prole maschile: questi ultimi erano braccia forti che contribuivano, soprattutto nelle zone rurali, ad incrementare il lavoro nei campi e dunque i guadagni della casa.

Le donne, dal loro canto, erano molto meno “spendibili” socialmente: non solo più deboli ma anche motivo di grande preoccupazione, dato che lo scopo del padre era trovare il prima possibile un marito che le mantenesse. E così, molte giovani madri furono costrette ad abbandonare le proprie bambine: seppur contro la loro volontà le lasciarono in orfanotrofi, agli angoli delle strade o nel bosco. Alcune, purtroppo, venivano uccise subito dopo la nascita, proprio come si fa con i cuccioli di razza nati albini.

Il dolore delle figlie abbandonate e le loro strazianti domande sul perché del loro triste destino, sono state raccolte da una famosa giornalista cinese nel libro “Le figlie perdute della Cina”. Nell’opera di Xue Xinran non troverete solo le testimonianze delle orfane ma anche il disperato grido delle madri, che vorrebbero solo far sapere alle loro piccole quanto non avrebbero mai voluto compiere un simile gesto. È un libro meraviglioso, crudo e veritiero, che consiglio vivamente per queste fredde sere d’inverno. Senza dubbio, alla fine della lettura, vi sentirete fortunate qualunque sia nello specifico la vostra condizione.

Il “disfacimento” delle figlie primogenite è una pratica tristemente ancora molto comune in Cina, almeno per quello che sappiamo. Tuttavia, prima di storcere il naso additando il “paese del dragone” come barbaro ed incivile, fermiamoci un momento. “Tutto il mondo è paese” non è solo un modo di dire: la violenza , purtroppo, cambia linguaggio ma non muta il suo contenuto. Quali critiche potremo mai avanzare, noi che abbiamo tolto il delitto “passionale” solo 35 anni fa? Se un uomo uccideva la moglie per una “cattiva condotta” dovuta a tradimenti o ragioni affini, la sua barbara azione risultava non punibile in quanto eseguita sotto il folle effetto della rabbia e della gelosia, quindi legalmente giustificata. Pensate alle vostre madri brutalmente uccise per aver ceduto ad un momento di passione: no, non sto parlando del Medioevo ma di tre decenni or sono!

A me vengono i brividi. Quei brividi che si hanno di fronte a un Paese dove, spesso, di civile si vede ben poco anche senza scomodare il Sol Levante. Della serie: cambiando l’ordine degli addendi la crudeltà non cambia. Ma se informarsi è il primo passo per cambiare, allora proviamo con l’iniziare a conoscere ciò che ci circonda, anche se distante.

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