L’emancipazione femminile nel romanzo italiano del ‘900

Introduzione
 

Io sono quella che cantano i poeti,
l’inesauribile sorgente dove palpita il genio,
l’apparizione, la madonna, l’egeria,
quella che suscita il sogno, che purifica l’acqua torbida,
io sono la cavità, la matrice,
la fontana da dove sgorga il verso trionfante,
dove risuona l’immagine di musica;
io sono quella che partorisce, che è materna,
quella che incanta, l’onnipresente.
Gli uomini mi piangono e mi desiderano,
i poeti mi gridano e mi sospirano,
tutti mi portano alle stelle…
Ma io non sono ascoltata.
Io sono parlata, ma non parlo,
sono scritta, ma non scrivo,
io sono dipinta, ritratta, scolpita,
il pennello e lo scalpello mi sono estranei.
Nessuno ascolta le mie grida silenziose,
nessuno vede la mia bocca spalancata e muta,
le mie dita contratte, le mie mani aperte,
le mie lacrime di pietra, il mio cuore straziato.
Io sono quella che non ha linguaggio,
quella che non ha volto, quella che non esiste.
…la donna…[1]

 

 

Nel mondo della letteratura la donna vive come sdoppiata: è la voce del poeta, la sua fonte di ispirazione, la sua materia privilegiata, tuttavia quando le si consente l’accesso al mondo letterario in veste di soggetto scrivente si trova ai margini. Uno sdoppiamento che si ripercuote nell’intimo delle stesse letterate che, dal momento in cui iniziano ad occuparsi di letteratura, rimuovono da sé il femminile. Questa lacerazione è il prezzo da scontare per esprimere la creatività ed emergere dal suo secolare mutismo.

Nell’antichità le tracce di figure femminili che ebbero contatti con la letteratura sono quasi inesistenti, per non parlare del Medioevo quando il silenzio della donna è totale. Sarà solo negli ultimi anni del Settecento e nell’arco dell’Ottocento che la tradizionale condizione di subalternità della donna e la questione della discriminazione sessuale diverranno argomento di dibattito.

Nasce così l’attenzione nei confronti della scrittura femminile che possiede i segni di un’identità sessuale differente, di un differente immaginario e di un uno specifico progetto di sé.

E lo “scarto” compiuto dalla scrittura femminile sta proprio in un ribaltamento della prospettiva rispetto alla tradizione. Il mondo visto, vissuto e raccontato dalle donne. 

Emerse dal mondo del silenzio, le donne si impegnano in forme di letteratura spesso prive di consolidate tradizioni, ma soprattutto facilmente praticabili, generi dominati da una logica del frammento: gli epistolari, i diari, ma anche le autobiografie e, in particolare, il romanzo. Quest’ultimo, infatti, in quanto genere giovane e quindi svincolato dai modelli letterari maschili, si presta maggiormente alle esigenze della “nuova donna”, che ne fa lo strumento privilegiato del proprio affrancamento da consuetudini e pregiudizi che le impedivano una libera espressione non solo della sua creatività, ma anche del suo vero essere donna. Gli scrittori, di fatto, hanno ceduto troppo spesso agli stereotipi femminili imposti dalla cultura maschile, senza cercare di dare una piena fisionomia alla propria compagna.

E se questo quadro della condizione femminile è valido in tutta Europa, lo è ancor più in Italia. Le trasformazioni socio-politiche ed economiche che stavano mutando il profilo della società europea non trovavano ancora spazio nel nostro Paese, dove una cultura fortemente conservatrice denigrava o rifiutava le rivendicazioni sociali e letterarie delle donne. Tuttavia, l’influsso dei primi movimenti di emancipazione femminile non mancò di far risuonare la sua eco anche in Italia e risvegliare così gli “spiriti dormienti” di alcune donne che seppero fare della loro vita e della loro arte un esempio di riscatto. 

Nel corso di questo lavoro andremo da Sibilla Aleramo, che introduce nella mentalità italiana degli inizi del XX secolo una viva presa di coscienza della situazione sociale e psicologica della donna, ad Anna Banti, “donna d’eccezione” che racconta la continuità di un destino storico di sottomissione della donna attraverso narrazioni in bilico tra passato e presente; fino ad una militante femminista quale Dacia Maraini, prolifica autrice di opere in cui sfilano figure di donne prigioniere del silenzio e alle quali lei restituisce la parola, e con essa la dignità. 

[1]Cfr. AA.VV., Nella donna c’era un sogno…Canzoniere femminista, a cura di M.Bacchetti, Mozzi, Milano 1976, cit. in M.Magri-V.Vittorini, Fare letteratura. Testi, forme, idee., Paravia- Bruno Mondadori Editori, Milano 2003, p. 436.

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