L’impronta di una donna

 

 


Parte 1

Un racconto 
di Emanuela Boccassini

Troppo spesso la voce delle donne non viene ascoltata, eppure, in ogni occasione della vita, loro offrono il proprio contributo degno di nota, ma che in realtà nessuno esamina o reputa meritevole di considerazione. Nel periodo del Risorgimento italiano molte appartenenti alla schiera delle figlie di Eva si sono esposte in prima persona, mettendo a repentaglio la propria vita per una sublime causa, eppure nessuna traccia di loro compare nei testi di storia. Ciò è accaduto a Giulia Maria Palmieri (Lecce 15 luglio 1840, Calatafimi 15 maggio 1860), appartenente a una delle famiglia più in vista dell’aristocrazia leccese, la cui breve esistenza si dipana leggera e silenziosa, ma insistente, nella battaglia per l’indipendenza.
A quattordici anni la fanciulla, invaghitasi di un uomo non adeguato al suo casato, viene allontanata. 
  

Partita per Milano, Giulia si stabilisce presso una zia, che promette di prendersi cura di lei, anche cercando tra l’aristocrazia milanese un giovane adatto a lei. Accolta dall’élite lombarda, inizia a frequentare i salotti più in vista del periodo. Le giornate le appaiono lunghe e noiose, si ritrova spesso sola nella sua camera e legge, tanto e di tutto: Alfieri, Balzac, Berchet, Monti, Foscolo, Manzoni, Leopardi, le liriche di Dante e Petrarca, le poetesse di tutti i tempi.
Giulia è affascinata dalla cultura in genere e cerca di apprendere dalla bocca dei letterati dell’epoca, riunitisi intorno alle più interessanti dame dell’‘800. Il salotto di Clara Maffei è un vivaio di intellettuali e politici che discutono sulla sorte d’Italia liberamente, esprimendo ciascuno le proprie idee. La lotta si combatte non solo con le armi, ma anche con le parole, in questi luoghi di socievolezza, dove uomini e donne si riuniscono per scaldare i cuori, incitare gli animi all’amor patrio e ordire le trame necessarie al risveglio, dove si respirano sentimenti di libertà, di riscatto, di orgoglio nazionale. In particolare la colpiscono la storia di Bianca Milesi e la sua lotta tenace, i racconti riguardanti la precedente guerra per l’indipendenza, la presenza sul campo di battaglia di Teresa Durazzo e Anita Riberio durante la sconfitta di Carlo Alberto a Novara, il contributo delle staffettiste della resistenza, le poetesse che con i loro versi infuocano i cuori patriottici.

In una di queste riunioni presso l’abitazione della contessa Clara, alla fine dell’anno 1859, ascolta la poetessa estemporanea Giannina Milli, delicata e bella nel suo abito senza fronzoli, che improvvisa un breve componimento inneggiando la libertà. Conquista tutti gli astanti, Giulia ne rimane affascinata e le si avvicina timidamente per scambiare poche parole con la donna capace di provare ed esprimere splendidamente, in esigui versi, un sentimento così profondo e intenso. La calca le impedisce di compiere il suo proposito, così si chiude in se stessa meditando su quanto ascoltato. La decisione è presa: anche lei deve partecipare attivamente alla lotta per l’indipendenza. Anche lei deve, in qualunque modo, contribuire al Risorgimento italiano. Certa, dunque, dell’importanza della propria partecipazione, Giulia, spinta da un profondo senso di giustizia e dall’esempio di tanti personaggi femminili decide di dedicare la sua giovane vita al raggiungimento del supremo desio: l’Italia unita. Ben determinata a gridare, a quanti poltriscono e appassiscono, di abbandonare il torpore che offusca loro le menti e prendere tutti insieme le armi e lottare per una vita migliore, per l’unità e per l’Italia, si dedica alla cospirazione. Tanti sono gli esempi cui ispirarsi e lei lo fa con l’ardore tipico della gioventù, con l’amore e la passione che non sa a chi altro rivolgere. Lei, giovane e graziosa ma non appariscente, in visita nella fervente Milano, non attira gli sguardi sospettosi degli austriaci e diventa messaggera tra mazziniani e garibaldini, tra piemontesi e lombardi. Un giorno però un soldato le intima di seguirla al comando per alcune domande, pensa che probabilmente un traditore ha fatto il suo nome. Ma Giulia è tranquilla, anche se con profondo imbarazzo, si fa perquisire, senza alcun risultato, e risponde alle numerose e infide domande della polizia che vuole a tutti i costi trovare il maggior numero di cospiratori.
«Prego, mi segua».
«Per quale ragione?»
«Accertamenti, contessa. Da questa parte».

Il soldato la conduce in una stanza buia e umida. Ci sono due sedie, una finestra chiusa e null’altro. Le vengono i brividi, si avvolge nel suo mantello di velluto e inizia a pregare. Spera che il Signore la protegga, lei è nel giusto – anche se potrebbe essere accusata di tradimento –, per cui è convinta che non le accadrà niente di male, che supererà con successo questo intoppo, spesso temuto.
Ma Giulia, pur avendo paura, è sicura di non essere scoperta: ha nascosto i messaggi nel tacco delle scarpe. È a conoscenza di una contessa, di cui non ricorda il nome, che nasconde la corrispondenza tra la folta chioma, ma lei non ha tale possibilità. Viene destata dalle sue elucubrazioni dalla voce tuonante del comandante della polizia.
«Conosce Mazzini?»
«So chi è, ma non ho mai avuto l’occasione di incontrarlo personalmente, dicono che sia un bell’uomo, i miei genitori mi stanno cercando marito».
Dice queste parole con un tono scherzoso, tale da indispettire il comandante che la interroga.
«Questo non è un gioco».
«Io infatti non mi sto divertendo. Sono in visita da una mia zia e ho svolto una breve commissione per lei, è malata e non si può muovere, per cui i miei servigi sono più utili a lei che a voi, signore. Se avete finito con le domande io vorrei andare».
«La vostra impertinenza non ha limiti, contessa».
«Mi state accusando di qualche crimine? Non credo, perché non ne ho commessi. Allora perché continuate a trattenermi?»
«Le porgo le mie scuse se l’abbiamo importunata, contessa, ma per il suo bene le consiglio di lasciare da parte questi motti di spirito e rispondere alle mie domande, altrimenti sarò costretto a rinchiuderla nelle prigioni».
Il ghigno acido del comandante porta Giulia a ridimensionare il suo atteggiamento, sarebbe troppo rischiosa un’ulteriore e più approfondita perquisizione, per questo china con dignità il capo.

Dopo lunghe ore di interrogatorio, la rilasciano. Non hanno ottenuto ciò che desiderano e lei è pronta a continuare il proprio cammino, sino alla meta. Milano oramai è vicina e il tempo stringe, deve arrivare presto, hanno bisogno del suo messaggio per dare l’avvio alla spedizione in Sicilia. L’aspetta Rose Montmasson, anche lei dopo aver concluso la sua missione, vuole partire per l’isola. Non sono soddisfatte del semplice compito di “porta lettere”, anche se rischioso. Combattere, imbracciare un fucile, curare i feriti e assistere i malati è altrettanto importante e necessario e Garibaldi ha bisogno di loro. Il generale ha rivolto spesso ringraziamenti e incitamenti alle donne italiane perché queste offrissero il proprio apporto alla lotta e loro hanno risposto con i fatti.

 

(continua…)

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