“Nome di donna”: un film contro le molestie alle donne sul lavoro

 

«Molestie?… Un tempo le chiamavano complimenti»

 

di Sara Foti Sciavaliere 

È una frase tratta dal film di Marco Tullio Giordano, che oggi 8 marzo, nella Giornata della Festa delle Donne, arriva nelle nostre sale. Nel ruolo della protagonista vediamo Cristiana Capotondi (recente interprete di Renata Fonte) che veste i panni di una donna che ha il coraggio di denunciare abusi e intimidazioni e per questo si trova sola, avvolta nel silenzio omertoso di chi ha li ha vissuti come lei ma non ha stessa forza di sottrarsi al ricatto.

La trama
Nina (Cristiana Capotondi) è una giovane madre single che decide di lasciare Milano e di trasferirsi con la figlia in un paesino del cremonese, dove trova impiego in una prestigiosa clinica privata per anziani. Qui ha modo di relazionarsi con le altre donne che vi lavorano, alcune italiane e molte straniere. Questo luogo elegante e quasi fiabesco, però, nasconde uno scomodo segreto, legato al torbido sistema di favori messo in piedi da Marco Maria Torri (Valerio Binasco), il manager della struttura. Quando Nina scoprirà tutto, verrà inizialmente isolata dalle colleghe, preoccupate di perdere il posto di lavoro. Ma ben presto troveranno tutte la forza di affrontare il direttore e lanciarsi in un’avvincente battaglia per i loro diritti e la loro dignità di donne.

Undicesima pellicola diretta da uno dei maggiori registi italiani, Marco Tullio Giordana, è anche una storia tutta al femminile, nata dalla “penna” e dalle ricerche della giornalista – in questo frangente anche sceneggiatrice – Cristiana Mainardi, che racconta una delle tante, tantissime storie (un milione e mezzo secondo un recente rapporto ISTAT) di molestie subite dalle donne sul luogo di lavoro.

«Il copione di Cristiana Mainardi mi è stato proposto due anni fa — racconta Giordana al «Corriere», specificando, a scanso di equivoci, che il progetto risale a tempi precedenti all’esplosione del dibattito, anche nel nostro Paese, a partire dallo scandalo Weinstein. — Mi è piaciuto il fatto che non affrontava questo tema dal punto di vista militante ma indagava un personaggio femminile coraggioso e temerario e quello che succede intorno alle altre donne, non solo quelle che sono state oggetto delle attenzioni del personaggio di Binasco, ma tutti i personaggi femminili non erano giudicati erano raccontati nella loro fragilità e anche nei danni collaterali, accennati nei personaggi della moglie e della figlia. Ho scelto attori che mi piacevano, molto bravi e molto credibili nel non giudicare i personaggi».

«Avevo in mente questi fatti degli anni Novanta che portarono a considerare la molestia nella legge del 1996 ma con la crisi economica emergevano nuove o antiche fragilità, c’era qualcosa che assomigliava a un’emergenza – spiega Cristiana Mainardi. – Io amo la quotidianità e ho cercato un frammento di racconto di quel nostro modo di relazionarci agli altri, Era un argomento che poteva suscitare indifferenza o fastidio, era quasi respingente. Quando lo proponevo per farne un film mi dicevano “forse se non l’hanno fatto finora c’è un motivo”. Ho fatto una ricerca obiettiva con figure che lavorano su questo tema, e ho sentito storie che risalivano anche a 50 anni fa. Ho cercato di incontrare donne e di ascoltare le loro sensazioni e il loro dolore profondo di fronte a certe storie. Poi ho ricostruito una storia di fantasia perché volevo dare una chance e una speranza a un personaggio che potesse arrivare a un esito positivo, pur consapevole che è solo una su 1 milione e mezzo di donne».

Giordana chiarisce inoltre che “omertà” è una parola intraducibile in altre lingue, e si dice convinto che cadrà “in seguito alle testimonianza delle audaci e degli audaci. Bisogna cominciare a dare delle spallate, i primi si fanno male, ma io ho fiducia che le cose possano cambiare sennò non farei cinema”. Ribadisce poi che “la molestia, l’abuso, la manina, il piedino, il ginocchietto non fa parte della deliziosa guerra tra i sessi, è un problema di potere che io ho e tu non hai e che riguarda tutti i rapporti di potere, non solo tra uomo e donna ma quando c’è qualcuno che è in grado di esercitare una soggezione e uno che può anche dirgli di no ma a un prezzo molto alto”.

“Nome di donna” è un film estremamente attuale, di denuncia e che vuole dare voce a un silenzio che ancora oggi è assurdo continui a protrarsi, ed è interessante che la pellicola arrivi sul grande schermo proprio in questa data, ricordando che l’8 marzo celebra la donne, ma è anche la data di un tragico evento che riguarda le donne e il lavoro, seppure su un aspetto diverso da quello raccontato da Giordana e la Mainardi.

Lascia un commento