Rubens e Galileo

 

In una tela del maestro fiammingo,
Saturno visto al telescopio

di Sergio D’Amico 

Chi visita il Museo del Prado, a Madrid, ha modo di osservare, fra gli innumerevoli capolavori esposti, un grande dipinto dell’olandese Pieter Paulus Rubens

raffigurante l’episodio mitologico del dio Saturno che divora uno dei suoi figli. La chiave per comprendere il reale significato dell’opera risiede, però, in un particolare, situato nella parte alta della tela. In uno squarcio delle nubi che fanno da sfondo, brillano tre stelle allineate, quella centrale più luminosa. Si tratta del pianeta Saturno, così come era apparso a Galileo, e ai suoi contemporanei, quando era osservato al telescopio.

Una grande e lunga amicizia

All’inizio del XVII secolo, il pittore fiammingo e lo scienziato pisano furono entrambi ospiti del Duca di Mantova Vincenzo Gonzaga. A testimonianza del reciproco rapporto di stima e amicizia instauratosi fra i due, rimane il quadro “Ritratto fra un gruppo di amici”, realizzato nel 1604, in cui l’artista si raffigura in un lato; mentre il centro della tela è occupato da un personaggio, che è stato identificato in Galileo. In seguito, pur non incontrandosi più, i due continuarono a tenersi in contatto, tramite l’astronomo francese Peiresc, ex-allievo di Galileo a Padova, e assiduo frequentatore – come Rubens – del salotto culturale di Constantin Huygens: padre del più famoso Christiaan, astronomo e scopritore dell’effettiva natura degli anelli di Saturno.

Due stelle? No, un anello

Quest’ultima, però, non fu chiara fin dall’inizio, perché i primi cannocchiali non erano abbastanza potenti da mostrare immagini distinte del pianeta. Galileo, infatti, osservò tre stelle allineate; che, con il passare degli anni, si fusero a formare un astro oblungo, per poi lasciare visibile la sola stella centrale. Allora, il grande astronomo concluse che Saturno era dotato di due grossi satelliti identici, posti alla stessa distanza, che gli orbitavano attorno. In realtà, lo strano aspetto di Saturno era dovuto alla prospettiva lungo la quale, dalla Terra, si osservavano gli anelli. Quando questi apparivano di profilo, essendo sottilissimi, si vedeva solo il pianeta; mentre, se visti di pianta, osservati al telescopio sembravano due stelle gemelle. 

Un’opera allegorica

Dato che il cannocchiale fu inventato nelle Fiandre, e che le opere di Galileo lì trovarono libera diffusione (essendo l’Olanda calvinista al riparo dall’Inquisizione), Rubens decise, probabilmente, di osservare Saturno al telescopio in modo sistematico. Essendo un artista, riassunse, poi, i risultati, nel modo a lui più congeniale, in un quadro. In cui le periodiche scomparse e riapparizioni dei satelliti erano raffigurate tramite una metafora, tratta dalla mitologia classica: Saturno che mangia i suoi figli. Ma il vero soggetto del quadro sono i piccoli astri dipinti in alto. I quali non sono, tuttavia, la prima raffigurazione artistica di un’osservazione astronomica. Il primato spetta, infatti, a un affresco, dipinto dal fiorentino Cigoli nella Basilica romana di Santa Maria Maggiore. Il cui soggetto è la Luna vista al telescopio. Sempre da Galileo.

Approfondimenti

Bibliografia

– D. Bodart (a cura di), “Rubens. Pietro Paolo Rubens (1577 – 1640). Catalogo delle mostre: Padova – Roma – Milano”, De Luca Edizioni d’Arte, 1990.
– P. Galluzzi (a cura di), “Galileo – Immagini dell’Universo dall’antichità al telescopio, Catalogo della mostra, Palazzo Strozzi, Firenze, 13 marzo – 30 agosto 2009”, Giunti, 2009.
– M. Jaffè, “Rubens. Catalogo completo”, Rizzoli, 1989.
– S. D’Amico, “ ‘Happy Birthday’ telescopio. Si celebrano i 400 anni dell’invenzione galileiana”, in “Ripensandoci.com”, anno I, n. 7, dicembre 2008.
– S. D’Amico, “La Luna di Cigoli e Galileo”, in “Ripensandoci.com”, anno II, n. 2, febbraio 2009.
– S. D’Amico, “Rubens astrofilo?”, in “L’Astronomia”, n. 123, luglio 1992.

Per saperne di più

La scomparsa degli anelli di Saturno descritti da Galileo

“Ora che si ha da dire in così strana metamorfosi? Forse si sono consumate le due minori stelle, al modo delle macchie solari? Forse sono sparite e repentinamente fuggite? Forse Saturno si ha divorato i proprii figli?”

(da Galileo Galilei, “Lettera a Marco Velseri”, 1 dicembre 1612, in “Guglielmo Righini, Contributo all’interpretazione scientifica dell’opera astronomica di Galileo”, Supplemento agli Annali dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza, Fascicolo 2, Firenze, 1978).

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