Giuditta Bellerio Sidoli

 

Una donna per la Giovane Italia

di Emanuela Boccassini

Il nome di Giuditta Bellerio Sidoli (Milano 1804-Torino 1871) è spesso legato a quello di Giuseppe Mazzini, suo amante. Ma l’impegno politico, la cospirazione e la lotta per gli ideali unitari segnano la vita della donna sin dal suo matrimonio (nel 1820) con il patriota e carbonaro Giovanni Sidoli. La vita di Giuditta è un susseguirsi di dolori e tormenti: l’esilio, la morte del marito (avvenuta nel 1828), la lontananza dai quattro figli – ospitati dal suocero ostile –, le perquisizioni (che non portano mai a nulla di concreto) da parte della polizia e i continui arresti, i soggiorni seppur brevi in carcere, il secondo esilio e la difficoltà nel trovare uno stato italiano disposto ad accoglierla.

 

Infine  la passione, struggente e infelice, con Giuseppe, che si trasforma in un sentimento profondo, ma non d’amore, uniti dalla comune “fede”. Ma ciò che rimane sempre presente in lei è il sentimento d’amore per la patria, per quell’Italia che non la vuole sul suo suolo, per quell’Italia che desidera a tutti i costi «riscattare» e rendere degna di essere considerata un paese.

«Protagonista rivoluzionaria»

Nel 1831, Giuditta è la principale ispiratrice della rivolta di Modena. Legata epistolarmente ai maggiori cospiratori patrioti, tra cui i fratelli Menotti, i Fabrizi, organizza il moto insurrezionale. Inoltre il duca Francesco IV, accordatosi con i liberali italiani e col francese Luigi Filippo d’Orléans, anelante uno stato libero dal giogo austriaco e dall’intervento di Carlo Alberto, sembra favorire una rivolta. La Sidoli guida un gruppo di patrioti e reclama la libertà dell’Italia vestita di bianco, rosso e verde e portando una bandiera tricolore allestita da lei stessa. I rivoluzionari provvisti solo dell’impeto eroico vengono sconfitti anche per il tradimento del duca – che, timoroso delle ripercussioni del governo austriaco, denuncia i cospiratori facendone impiccare numerosi (tra i quali Ciro Menotti) – e per l’immobilità dei francesi. Così è costretta ad abbandonare il suo paese e vagare in terra straniera. Riparatasi infine a Marsiglia ospita e riunisce attorno a sé, grazie al suo fascino e alla sua intelligenza, numerosi profughi, divenendo rifugio per i fuoriusciti italiani.
Qui conosce Giuseppe Mazzini, che nelle prigioni di Savona ha ideato la Giovane Italia, ai principi della quale Giuditta si sente predisposta. Così i due cospiratori fondano l’associazione politica e Giuditta ne diventa mediatrice e responsabile, custode del programma e consigliera di Mazzini.

1837-’47: periodo di tranquillità

L’esistenza di Giuditta è una continua battaglia per rivedere i propri figli, lasciati a Reggio Emilia. Numerosi sono i tentativi di raggiungere l’Italia, ma risulta “sgradita”. Si reca a Napoli, Roma, Bologna – dove riesce a riabbracciare Maria, Elvira, Corinna e Achille –, Lucca, Livorno, Genova – lì ha il conforto di Maria Mazzini, amica e confidente – ma in nessuna di queste città può sostare a lungo, perché la polizia, collegandola sempre a Giuseppe la controlla e la perseguita.
Finalmente trova pace durante la permanenza a Parma, grazie al governo illuminato di Maria Luisa d’Asburgo. Qui, rasserenata dalla presenza di due delle figlie, apre un salotto che accoglie i principali pensatori liberali con i quali, lei che è mazziniana, repubblicana e unitaria, discute della situazione presente dell’Italia intera, cercando soluzioni valide per il paese.
Le sue idee vengono abbracciate anche dai figli: se da un lato le ragazze cuciono le coccarde tricolori, dall’altra Achille si reca nel 1849 a Roma, per combattere per la Repubblica romana, e si distingue per gli atti eroici.

Gli ultimi anni di vita

La lunga sofferenza dovuta alla lontananza dalla prole sembra placarsi quando, divenuti adulti, le vivono accanto, ma il destino infierisce su Giuditta costringendola da un lato a girovagare nuovamente – dopo essere stata vittima di perquisizioni e di un arresto, in seguito alla scomparsa della sua “protettrice”, Maria Luisa –, dall’altro a patire per la perdita di Corinna (1867) e di un nipotino e per la propria malattia. Inoltre le critiche condizioni economiche acuiscono il periodo oscuro e un attacco di polmonite pone fine ai tormenti di uno spirito combattivo che ha avuto nel cuore i figli e la patria, per i quali ha lottato senza tregua nel corso di tutta l’esistenza, mostrando spesso anche una notevole dose di furbizia e di sangue freddo.

Approfondimenti

Bibliografia

– Bertolo Bruna, “Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell’Unità d’Italia”, Torino, 2011;
– Orestano  Francesco (a cura di), “ Eroine, ispiratrici e donne di eccezione. Enciclopedia biografica”, Milano, 1940;
– Spinosa Antonio, “Italiane: il lato segreto del Risorgimento”, Milano, 1994.

 

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