Edvard Munch

Una vicenda umana segnata dalla morte

di Maria Beatrice Protino

Con un racconto dall’autentico tenore visionario, Edvard Munch – considerato da molti il pittore che esercitò un influsso decisivo sulla corrente espressionista – descrive la genesi del suo quadro più famoso, L’urlo: «Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo.

Il sole era tramontato, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Ho sentito un urlo attraversare la natura. Ho dipinto questo quadro, ho dipinto le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando». E. M. aveva trent’anni; era il 1893; quella tela divenne immediatamente l’icona del terrore, l’emblema dell’angoscia dell’uomo moderno di non poter comprendere l’universo in cui è calato, creando quella figura dai tratti embrionali, deformata fino al parossismo, ridotta all’essenza quale ritratto di una pura emozione che sarebbe poi apparsa ovunque e oggi purtroppo rubata dal Munch Museet di Oslo.

Un uccello da preda si è fissato dentro di me. I suoi arti sono penetrati nel mio cuore, il suo becco ha trafitto il mio petto e il suo battito d’ali ha offuscato il mio cervello

La vicenda umana di E. M. – come sottolinea il dottor Trabucco nell’articolo ‘Creatività, gioco e cambiamento’, apparso in Florilegio, ed. Nicomp L.E. – fu segnata da una costante presenza della morte. Edvard, infatti, secondo di cinque figli, perse madre, sorella maggiore, poi un’altra sorella, padre e fratello  nel corso di una quindicina d’anni, tra il 1885 e il 1899, quando lui aveva tra i 22 e i 36 anni d’età.
Affermare, d’altro canto, che queste vicende abbiano in lui ancora di più alimentato un’incredibile capacità d’introspezione psicologica sembra riduttivo; come anche affermare che riuscisse a dare forma pittorica alla sua angoscia privata potrebbe sembrare scontato. Potremmo usare per M. la definizione che ne dette August Strindberg nel 1896 quale «pittore esoterico dell’amore, della gelosia, della morte e della tristezza», o, le parole di M. stesso: «i miei quadri sono i miei diari».                   

Il terrore senza nome

L’urlo è il terrore senza nome, inteso in psicologia come situazione dello sviluppo primario del bambino per cui la paura di morire non viene accolta dalla mente della madre – che dovrebbe nominarla e definirla, quindi delimitarla -, ma ritorna come tale al bambino che la sperimenta come dissoluzione di ogni cosa. «Sono vissuto con i morti..», con la morte che urla, che sconquassa, che, con le sue onde sonore, deforma la natura e quel corpo che disperato cerca di tapparsi le orecchie per non sentire, per non sentire più quel che già conosce.
«L’elaborazione del lutto tuttavia non toglie la perdita, scrive Trabucco: se nella realtà la vita può riprendere il suo corso, nel profondo dell’anima i vuoti restano, anche se la riparazione – che ha luogo nel pensiero, nell’arte – può addirittura creare qualcosa in più rispetto al reale – perché il soggetto crea un oggetto nuovo, anzi, addirittura crea la propria creatività…»: a volte in essa riparazione ci si perde.

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