La grande notte dei meridionali

Occorre un progetto culturale alternativo

di Giuseppe Spedicato

L’attuale crisi ci dovrebbe costringere a guardare in faccia la realtà, noi meridionali dovremmo aver capito che non funziona più il “patto” che ha consentito al Meridione di “dormire” ed al Settentrione di continuare a progredire: emigrazione, pensioni false e posti di lavoro statali improduttivi al Sud e sviluppo economico e sociale al Nord.

Ciò ha consentito a noi meridionali di continuare a guardare alle cose del mondo con passività ed a vivere, per certi versi, come se fossimo ancora nel Medioevo: se si era buoni con qualche signore feudale spesso si riusciva a racimolare qualche pensione o qualche posto pubblico (ma anche in strutture private che si arricchivano grazie alla politica). Coloro che hanno usufruito per decenni di questo sistema prima accusavano di scarsa voglia di lavorare coloro che non trovavano lavoro, ora si lamentano contro il sistema perché sono i loro figli a non lavorare. Evitano però di fare i logici collegamenti: oggi non si trova lavoro anche perché nel passato il sistema, spesso, non ha creato posti di lavoro per produrre  ricchezza e servizi, ma solo al fine di soddisfare clientele varie (di governo e di opposizione).

D’altra parte, già nel passato molti conflitti sociali non sono stati risolti ma solo sopiti. La crescita economica, che abbiamo avuto nel secondo dopoguerra, ad esempio, ha contribuito ad attenuare il conflitto per una più giusta distribuzione della ricchezza nazionale, ma non lo ha risolto. Lo sviluppo economico infatti, ha “solo” reso possibile aumentare la ricchezza di tutti (o di molti). Ora, al contrario, abbiamo una ricchezza nazionale che si riduce sempre di più, con alcune fasce sociali, però, che diventano ancora più ricche (senza neanche rappresentare la parte migliore della società). Nell’attuale situazione di crisi, non solo economica, è normale che i conflitti distributivi possano riacutizzarsi anche perché tutti quei meccanismi “virtuosi” che sino a qualche anno fa hanno permesso la pace sociale sembrano vacillare.

Le crescenti difficoltà in cui versa parte significativa della società italiana, inoltre, stanno favorendo scelte politiche autoritarie, differenti da quelle che si sono avute nel passato (fascismo), ma altrettanto pericolose. Il sistema democratico sopravvive formalmente, ma viene  progressivamente svuotato di quei requisiti che rendono effettivamente democratico un sistema. Questo processo metterà sempre di più in pericolo la pace sociale e la giustizia sociale (già poco praticata nei tempi migliori) diventerà un miraggio. Questo processo si è già innescato. I segnali vi sono e non sono pochi. L’urgenza di bloccarlo e di invertire la rotta prima che sia troppo tardi è purtroppo reale. Pertanto, per i meridionali non appartenenti ai poteri forti ed alle caste è iniziata l’era della “grande notte” (anzi per molti è iniziata già da un pezzo).

Nonostante l’inquietante condizione nella quale ci troviamo, però, si nota che la parte della popolazione meridionale che più ha i mezzi culturali, economici e politici per intervenire sembra poco interessata a porre rimedio alla deriva imboccata, mentre l’altra parte della popolazione, quella meno fortunata, sembra non avere neanche gli strumenti per reagire. Reagisce quando è troppo tardi: quando ha perso il posto di lavoro. Chiediamoci però quanto potrà durare questa situazione di stallo … poi cosa accadrà? I salvatori della patria saranno coloro che stanno abbandonando la “barca” del Presidente del Consiglio prima che affondi? Saranno i giovani solo per il fatto di essere volti nuovi?  

Per uscire dalla “grande notte” abbiamo la necessità di avere certamente anche volti nuovi, ma occorre soprattutto un progetto politico culturale alternativo all’altezza dei tempi, e questo progetto non può esserci sino a quando persone capaci di analizzare il presente e di leggere la storia non si faranno avanti e noi tutti dovremmo assumerci la responsabilità di riconoscerle.

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