Anche noi siamo tunisini ed egiziani

L’Africa non è impermeabile
a processi
di democratizzazione

di Giuseppe Spedicato

I recenti avvenimenti nel Nord Africa suscitano non poche preoccupazioni perché si teme che  paesi considerati islamici “moderati” ed amici, possano finire nella mani dei cosiddetti “predicatori dell’odio” e trasformarsi in Stati teocratici nemici dell’Occidente.

Preoccupa  anche la possibilità che tale fenomeno si estenda in altri paesi islamici mediterranei. Questi timori in effetti non sono privi di fondamento: nei paesi arabi la democrazia non ha attecchito, né si è avuta una netta separazione tra potere politico e potere religioso, le forze di opposizione più agguerrite ed organizzate sono partiti e movimenti religiosi. Inoltre, sono paesi dove vi è stata una crescita economica ma non un processo di reale sviluppo. Molta parte della popolazione versa in condizioni di povertà e spesso è priva delle più elementari libertà. È molto diffusa l’opinione che tutti i loro guai siano causati da interferenze occidentali. Non pochi ritengono democrazia e laicità dei valori importati ed imposti da altre culture e per questo odiati. 

Non dobbiamo però pensare a questi paesi come paesi impermeabili al cambiamento ed alla “modernità”. In questi paesi, ad esempio, ha avuto un significativo successo il processo di laicizzazione, basti pensare alle riforme che si sono avute in Tunisia, ma anche negli altri paesi nordafricani. Il problema è che qui la laicità non si è coniugata con la democrazia, ma con l’autoritarsimo. Dopo l’indipendenza nella regione si sono formati degli Stati moderni, ma la loro modernità ha coinciso con sistemi ancora meno democratici rispetto al passato. Si sono formati regimi dove lo Stato è onnipresente e controlla tutto: la cultura, l’economia e la religione. Per quanto riguarda l’economia poi, spesso non vi sono confini certi fra interesse pubblico ed interessi personali del regime. In buona sostanza in questi paesi il sistema politico-economico è messo al servizio di una piccola oligarchie dominante, che intrattiene ottimi rapporti con i paesi occidentali. Questo autoritarismo ha poi avuto l’effetto di creare una contestazione che, come è stato già detto, è in buona parte costituita da movimenti e partiti islamici.

Negli anni Cinquanta – Settanta, si è avuto la possibilità di dare un nuovo corso ai paesi arabi e di costruire quindi nel Mediterraneo un’area di pace e prosperità. L’occasione però non è stata colta e la colpa di ciò non è da attribuire ai soli paesi arabi. In quegli anni il leader egiziano Gamal Abdel Nasser (fu il Presidente dell’Egitto dal 1956 al 1970) infiammò tutto il mondo arabo promuovendo l’unità panaraba e la lotta di indipendenza dall’Occidente. Nasser offrì al mondo arabo la speranza di un riscatto dopo un lungo periodo di oppressione. La speranza di una vita migliore e soprattutto una ritrovata dignità. La sconfitta nel conflitto contro Israele, nel 1967, segnò però l’inizio del declino del panarabismo e del processo verso una società araba laica, indipendente e prospera. La sconfitta del 1967 non fu la sola causa della crisi del panarabismo. Nasser e gli altri leader arabi non riuscirono a creare istituzioni democratiche ed utilizzarono essi stessi la repressione per far tacere il dissenso e l’opposizione. Il panarabismo non ebbe la democrazia come obiettivo principale e questo, forse, fu il suo errore più grande. Purtroppo il mondo occidentale non favorì le legittime aspettative dei popoli arabi, non collaborò con Nasser. Se lo avesse fatto forse ora avremmo un mondo migliore. 

L’attuale rivolta, a differenza di quella dell’epoca di Nasser, sembra non avere leader e nemmeno un programma. D’altra parte le nuove generazioni arabe sanno che sono sfumate nel nulla tutte le speranze nate con l’indipendenza: panarabismo, liberismo, socialismo. Purtroppo non considerano come fonte di ispirazione neanche le idee di Nasser. L’augurio è che i nuovi soggetti sociali emersi negli ultimi decenni in molti paesi arabi, società civile e nuova classe imprenditoriale, sappiano prendere le redini della rivolta e che si avvii un’era di pace e di prosperità nel Mediterraneo. L’augurio è che anche le comunità islamiche emigrate in Occidente offrano il loro contributo. Forse anche noi dovremmo fare qualcosa, anche noi dovremmo sentire il bisogno di dire: “anche noi siamo tunisini e egiziani”.

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