L’Epica del Sud Italia

Il ruolo non subalterno
del Mezzogiorno

di Giuseppe Spedicato

L’ultimo rapporto Svimez ci descrive  un Meridione in agonia. D’altra parte non è necessario leggere il rapporto Svimez per sapere che abbiamo una disoccupazione spaventosa, che l’emigrazione meridionale verso l’Italia settentrionale e l’estero è a livelli del dopo guerra, cioè da paese del terzo mondo.

Oltre a ciò da molti anni si assiste ad una forte contrapposizione tra Nord e Sud del Paese, che fa crescere le tensioni tra le due aree geografiche ed ostacola la ripresa economica nazionale. Da lunghi anni la Lega minaccia la secessione dall’Italia e sta scrivendo la storia della Padania, cioè la storia di qualcosa che non è mai esistito, ma non solo, addebita agli immigrati ed al Sud tutte le cause dei suoi mali. Inoltre, afferma orgogliosamente che l’intero Paese si regge e si è sempre retto, sul lavoro dei padani.

Mentre accade tutto ciò il Mezzogiorno sembra essere in attesa di una ‘mano invisibile’ che risolva tutti i suoi problemi. Noi dovremmo, invece, innanzitutto riscrivere la storia di fatti realmente accaduti: la vera storia dell’unità d’Italia e rivalutare quella  dell’emigrazione di tanta umanità dal Mezzogiorno verso il resto d’Italia e nel mondo intero.

La storia dell’emigrazione meridionale merita di essere rivalutata perché rappresenta una delle migliori pagine della nostra storia moderna. Merita di essere rivalutata perché è questa la storia per la quale vale portar vanto, essere fieri, quella del lavoro e non quella delle conquiste coloniali o della formazione degli imperi dell’epoca romana o peggio ancora di quella fascista.  Merita di essere rivalutata perché rappresenta la nuova epica del Sud Italia, epica che deve divenire patrimonio culturale di  tutti noi. Non è sufficiente la ‘pizzica’ e l’ipotetica ‘Regione Salento’ per darci un’identità.
Il Meridione deve essere grato al resto d’Italia per quanto ha ricevuto, ma deve anche essere orgoglioso per quanto ha dato all’Italia, dalla sua unità in poi, grazie anche ai suoi emigrati ed alle rimesse finanziarie che questi hanno inviato in patria.

Nel Nord Italia non vi sarebbe stato sviluppo industriale e quindi economico, se non ci fossero state le rimesse di tanti italiani, e tra questi moltissimi meridionali, emigrati all’estero per lavorare. Gli imprenditori del Nord e lo Stato infatti, non avrebbero potuto investire (acquistare dall’estero) in macchinari e in tutto ciò che occorreva per industrializzare il Nord del Paese se gli emigrati non avessero  posto rimedio al deficit della bilancia dei pagamenti nazionale. Oltre a questo, l’industria del Nord non si sarebbe potuta sviluppare se non avesse potuto collocare nel Mezzogiorno parte importante della sua produzione. Ciò è stato possibile grazie anche alle rimesse, ed al fatto che l’emigrazione, riducendo la pressione sul mercato del lavoro interno, ha consentito un aumento dei redditi da lavoro. Quest’aumento ha reso possibile, nel Meridione, la domanda di prodotti industriali.

Dalla rivalutazione della storia dell’emigrazione, il Mezzogiorno non deve trarre solo una crescita in autostima, ma deve trovare anche uno stimolo per divenire titolare di  un ruolo nazionale non subalterno rispetto a quello del Settentrione. Uno stimolo ad abbandonare la cultura dell’assistenzialismo e ad assumersi delle responsabilità al fine di rendere il Meridione e l’Italia stessa luoghi migliori di quanto non lo siano ora.

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