Donne, politica e istituzioni

Il lungo
e difficile percorso femminile
per raggiungere posizioni
di potere

di Emanuela Boccassini 

Sono un’appassionata dell’universo femminile. Una “studiosa”, se mi è consentito usare questo termine, della storia delle donne, della loro letteratura, del loro pensiero, dell’apporto fondamentale, ma non riconosciuto e troppo a lungo ignorato e sottovalutato, dato all’evoluzione umana. 

Nel mio breve – e lungi dal potersi considerare concluso – percorso di studi, mancava all’appello il legame tra donne e politica.
Non mi è mai interessata la politica. Sbagliando, ho sempre associato tale “arte” al potere corrotto e corruttore, all’insensibilità nei confronti della cittadinanza intera, alla noncuranza del bene comune dei nostri governanti, dediti ai propri profitti. La politica appariva, ai miei occhi ignoranti, aleatoria e vana, come un concentrato di idiozie e superficialità. Tuttavia, dopo una più accurata analisi, mi sono resa conto che si può fare politica senza appartenere a un partito e chi fa vera politica non si arricchisce. Dietro quella medializzata e pubblicizzata, quella dei talk show, preoccupata più dell’audience, che della soluzione di problemi che affliggono il nostro paese, esiste una politica “pulita” e “impegnata”. Quindi il mio pensiero era del tutto errato. E, allora, mi sono chiesta cosa sia veramente la politica. Quale sia stata la sua evoluzione negli anni. Come ci ha portato a questo decadimento.

Osservando il mondo politico, è evidente l’assenza delle donne da posizioni di comando. Interrogandomi sulle ragioni, numerose e agevolmente individuabili, ho notato che, difficilmente, soprattutto in questi ultimi anni, ci si sente rappresentati da un partito. Non esiste un vero leader in grado di coinvolgere i cittadini. Donne comprese, ovviamente.
Le difficoltà principali derivano dal retaggio storico-culturale, dalla tradizione che ha, sempre, cercato di allontanare le donne dai posti di potere. La politica è apparsa come campo d’espressione principalmente maschile – anche se io non ne sono troppo convinta. Ci sono tantissime donne nella storia che hanno governato, che si sono occupate del bene dei cittadini, anche a costo della propria vita. Tuttavia, il luogo adatto alla donna, per secoli, è stato individuato nella “casa”: lei “angelo del focolare”, non aveva le capacità e le attitudini per occuparsi della “res publica”. Ancora oggi, molti mal sopportano la libertà (apparente?) conquistata. Infine, mancano i servizi che facilitino le donne nel duplice ruolo di madri e lavoratrici. È difficile districarsi tra mille impegni, senza l’aiuto delle Istituzioni, che sollevino, almeno in parte, il gentil sesso dalle numerose incombenze. Gli ingranaggi politici, il sistema elettorale, gli stereotipi, la mancanza di network, la scarsa pubblicità e il poco sostegno da parte dei partiti nei confronti delle candidate, occupano un ruolo fondamentale in questo gioco al massacro. Queste le motivazioni di una scarsa partecipazione politica delle donne.

Allora perché impelagarsi in un tale groviglio? La conclusione, forse ovvia, che sia auspicabile intervenire elaborando progetti – che coinvolgano tutte le istituzioni – in grado di eliminare gli ostacoli incontrati dalle donne in ogni attività extra domestica, iniziando da una capillare campagna di sensibilizzazione della cittadinanza sul valore e la positività delle donne in politica. Negli ultimi anni c’è stato un incremento della presenza femminile all’interno della pubblica amministrazione – Regioni, Province, Comuni – dove, le donne, hanno dimostrato le proprie capacità, comprendendo le esigenze della comunità, riportando l’attenzione su problemi reali e concreti della nostra società. D’altra parte, però, si assiste a una totale assenza delle donne da posizioni di prestigio presso le Università – centri culturali per antonomasia –, che continuano a bloccare e ostacolare l’avanzamento professionale femminile. I dati sullo studio e le carriere accademiche sono piuttosto espliciti: rimarcano che, sebbene più preparate, le donne costituiscano una forza lavoro che “si perde”. Sono considerate “poco affidabili”, a causa della maternità, non evidenziano “attese di carriera” e l’ambiente lavorativo non favorisce il loro inserimento. Questi elementi fanno sì che la loro partecipazione sia scarsa o nulla nei progetti maggiormente finanziati – dove c’è il denaro, si trovano, sempre e solo, gli uomini. Cause ed effetto di questa situazione sono numerose e concatenate, a partire dal “gender bias” (pregiudizio di genere), che provoca un “gap” (discriminazione) di forza lavoro, interamente, femminile, la quale incontra sempre un “muro di cristallo”, creato da organizzazioni, strutture e istituzioni, che non permette alle donne di godere, persino, dei diritti elementari. Quando si devono operare dei “tagli” sono, sempre, loro, le donne, a essere penalizzate…

Sembra assurdo, ma oggi la situazione è peggiorata rispetto agli anni dalla Costituente. Allora le donne, insieme, unite nel nome degli stessi ideali ed esigenze, hanno combattuto per i propri diritti. Allora, fino alla fine degli anni Settanta, si sono concentrate le donne che hanno ricoperto le prime cariche di maggior prestigio, consapevoli del proprio compito e della strada da percorrere. Nel 1944, Gisella Forleanini è nominata prima Ministra dell’Assistenza; la prima donna Sottosegretario, nel 1948, è stata l’onorevole Angela Maria Cingolani Guidi. Nel 1976 Tina Anselmi è diventata Ministra del Lavoro 1979, nel Nilde Jotti è eletta prima Presidente della Camera dei Deputati. Anche se, da una legislatura a quella successiva, le senatore nominate sono numericamente superiori – nella XVI legislatura se ne contano ben 58 –, sembra comunque che l’Italia compia passi indietro, rispetto al passato. Dopo Nilde Jotti, solo Irene Pivetti, nel 1994, ha ricoperto la carica di Presidente della Camera. Successivamente? Silenzio e vuoto… Alcune donne-copertina, che capiscono poco di politica, messe lì come “contentino”, per illudere le masse di un cambiamento, che in realtà non esiste. In questa direzione hanno operato i mass media, prima fra tutti la televisione, che mostra modelli femminili, anche politici, lontani anni luce dalla realtà. Ma nessuno si lamenta. Nessuno reagisce. Pare che le donne italiane abbiano smesso di lottare, di far sentire la propria voce. La voce che reclama riconoscenza per l’operato compiuto in questi millenni, che richiede pari opportunità e sottolinea la “differenza”, necessaria a lavorare per migliorare la nazione. Non sono mai stata d’accordo con le “quote rosa”. Ho sempre pensato che il “gentil sesso” dovesse farsi strada da solo, dimostrare di valere e utilizzare il principio della meritocrazia e non occupare “sedie” per “benevola concessione”. Tuttavia, ora, credo siano necessarie per aprire le porte, per dare la possibilità al nostro sesso di operare una rivoluzione interna. Senza quote il sistema non cambierà. Considerando, tra l’altro, che, ancora oggi, alle donne si “concedono” solo i ministeri senza portafogli, quelli senza potere decisionale, importante e fondamentale per un vero inserimento delle donne all’interno della politica.

Il panorama, piuttosto desolante, del mondo politico e del lavoro femminile dovrebbe far aprire gli occhi alle nuove generazioni, affinché, già da adesso, operino un cambiamento. Se necessario iniziando dal coniugare al femminile cariche nate per gli uomini, per evocare un valore simbolico e fare in modo che si possa “cambiare musica” . Anche perché, la politica è «vita quotidiana, innovazione, progettualità che parte dalla consapevolezza di sé». È necessario scoprire il pensiero della differenza che consenta di analizzare e verificare “nuclei di libertà”, per costruire, così, un contesto nel quale condividere pareri e opinioni diverse. Solo raggiungendo posizioni apicali si può attuare una vera “rivoluzione” della società, ancora troppo ancorata a cliché e convinzioni obsolete e ataviche, superate dalla volontà delle donne di godere appieno degli stessi diritti maschili. Tale processo di miglioramento, di scuotimento delle acque, può essere operato attraverso la comunicazione, creando una rete di menti illuminate. Attraverso un’operazione capillare, si devono affrontare difficoltà e problematiche incontrate dalle donne, affinché queste non rimangano questioni di nicchia. Il mondo politico e istituzionale è variegato ed è indispensabile agire per “educare” le future generazioni, principalmente femminili, alla politica, quella vera. Quella che si occupa solo del “bene comune”. Le nuove donne, “qualificate e specializzate”, potrebbero trasformare la situazione italiana dall’interno, rendendo il nostro un paese proiettato verso le Pari Opportunità, verso l’apertura e la civiltà.

Non so se un governo di sole donne, auspicato dal Dalai Lama nelle “Lettere alle donne”, possa migliorare le condizioni di quest’Italia devastata. Certamente non potrà, a mio avviso, far peggio di quanto è stato fatto sin’ora dagli uomini. Tuttavia, le donne potrebbero fare la differenza apportando una maggiore umanità e un senso critico, che potrebbe contribuire al recupero della deontologia, di cui, purtroppo, tutte le professioni, oramai, sono prive. Bisognerebbe partire dal dare alla politica, in quanto “scienza del ben governare”, l’opportunità di amministrare il nostro paese in modo giusto. La nuova politica dovrebbe coinvolgere l’intera cittadinanza, costituita da uomini e donne, e, per l’interesse comune, occuparsi di problemi proposti da entrambe le parti, considerandoli indistintamente validi e importanti.
Come sosteneva, già nel 1791, Olympe de Gouges, nell’articolo IV della “Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” «[…] la donna ha come solo limite [alla libertà e giustizia] la perpetua tirannia che l’uomo le oppone: tale limite deve essere riformato». Allora, riformiamo tale limite.

 

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