Rita Levi Montalcini: addio alla Signora della scienza italiana

Premio Nobel e senatore a vita,
muore a 103 anni

di Sara Foti Sciavaliere 

Si è spenta il 30 dicembre, nella sua abitazione di Roma, in via di Villa Massimo, la studiosa torinese che nel 1986 vinse il Nobel per la medicina grazie alla scoperta e all’identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa.  
”Si è spenta, con Rita Levi Montalcini, una luminosa figura della storia della scienza” ha commentato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Quirinale, nell’esprimere il suo cordoglio.

“Il riconoscimento internazionale che ha premiato un’intera vita dedicata alla ricerca, ha costituito alto titolo di orgoglio per l’Italia, che garantirà l’ulteriore sviluppo della Fondazione scientifica da lei creata e fino all’ultimo curata con passione”. 

“La sua ascesa a ruoli elevatissimi – ha aggiunto – ne ha fatto un simbolo e punto di riferimento per la causa dell’avanzamento sociale e civile delle donne, che l’ha vista personalmente impegnata anche fuori d’Italia. La fermezza e dignità con cui di fronte alle persecuzioni razziali del fascismo scelse la difficile strada dell’esilio ha rappresentato un esempio straordinario nel movimento per la libertà e la rinascita della democrazia in Italia. La serietà e dedizione con cui infine ha assolto alla funzione di senatore a vita l’ha resa ancor più vicina, nel rispetto e nell’affetto, alle istituzioni e agli italiani. Mi associo con commozione e gratitudine al cordoglio dei famigliari e del Paese”.

Rita Levi Montalcini è stata anche la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2001 fu nominata senatrice a vita, dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che la scelse per i suoi meriti sociali e scientifici.
Il suo contributo alla scienza non è mai venuto meno. Ricercatrice instancabile, Rita Levi Montalcini ha continuato a studiare fino all’ultimo giorno della sua vita. Infatti, secondo fonti vicine alla famiglia, la senatrice a vita si è dedicata ai suoi studi fino alla sera precedente al suo decesso.

La scienziata, dopo la cremazioni, sarà sepolta nel campo israelitico del cimitero monumentale di Torino accanto alla sorella gemella Paola, nota pittrice scomparsa nel 2000.

Una donna e la sua vita per la medicina

Nata in una famiglia ebrea sefardita, in un ambiente colto. I genitori (ingegnere elettrotecnico il padre e pittrice la madre) instillarono nei figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale e seppure il padre fosse convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre, Rita decise nell’autunno del 1930 di studiare medicina all’Università di Torino.

Ebbe come compagni universitari due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco e si laureò in Medicina e Chirurgia con 110 e lode. Successivamente si specializzò in neurologia e psichiatria, ancora incerta se dedicarsi completamente alla professione medica o allo stesso tempo portare avanti le ricerche in neurologia.

A causa del “Manifesto per la difesa della razza” pubblicato da Mussolini e firmato da dieci scienziati italiani, cui fece seguito la promulgazione di leggi razziali di blocco delle carriere accademiche e professionali a cittadini italiani non ariani, nel 1938, la Montalcini, in quanto ebrea sefardita, Rita fu costretta a emigrare in Belgio, per ritornare a tornare a Torino due anni dopo. Allestì un laboratorio domestico situato nella sua camera da letto e proseguì le sue ricerche.
Il bombardamento di Torino, nel 1941, costrinse la famiglia ad abbandonare la città e trovarono rifugio a Firenze, dove furono divisi in vari alloggi, sino alla liberazione della città, cambiando spesso abitazione per non incorrere nelle deportazioni. Nel capoluogo toscano, Rita fu in contatto con le forze partigiane del Partito d’Azione e nel 1944 entrò come medico presso il Quartier Generale anglo-americano e venne assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Qui si accorse però che quel lavoro non era adatto a lei, poiché non riusciva a mantenere il distacco personale dal dolore dei pazienti.

Dopo la guerra tornò dalla famiglia a Torino dove riprese gli studi accademici e allestì un laboratorio di fortuna casalingo in una collina vicino ad Asti. I suoi primi studi (degli anni 1938-1944) erano stati dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Con il maestro Giuseppe Levi, iniziò a fare ricerca negli embrioni di pollo attraverso i quali approfondì le ricerche sulle correlazioni nello sviluppo tra le varie parti del sistema nervoso e si rivolgeva allo studio dello sviluppo dei neuroni isolati da vari elementi del tessuto cerebrale dell’embrione. I suoi studi la condussero a diversi risultati pubblicati su riviste scientifiche internazionali.

Nel 1947 il biologo Viktor Hamburger, al quale si era ispirata per molti suoi lavori, la invitò a St. Louis, come docente del corso di Neurobiologia al Dipartimento di zoologia della Washington University. Qui la Montalcini continuò le ricerche embrionali sulle galline portando sul terreno sperimentale il problema delle relazioni tra neurosviluppo e periferia organica. Tra la fine del 1950 e il 1951, agganciandosi alle ricerche dell’embriologo Elemer Bueker, delineò l’idea di un agente promotore della crescita nervosa, presentando nel dicembre 1951 presso la New York Academy of Sciences la sua tesi che cercava di spiegare la differenziazione dei neuroni e la crescita di fibre nervose, l’esistenza di fattori liberati da altre cellule capaci di controllare questa differenziazione. La tesi venne approfondita e delineata con maggiore precisione attraverso nuovi esperimenti, condotti nel 1952 con la coltura in vitro all’Istituto di biofisica dell’università di Rio de Janeiro, in collaborazione con Hertha Mayer.

Nel 1954, continuando nelle analisi in vitro e in collaborazione col suo allievo biochimico Stanley Cohen, giunse all’isolamento di una frazione nucleoproteica tumorale e all’identificazione di tale sostanza presente in quantità ingenti nel veleno dei serpenti e nella ghiandola salivare dei topi: una proteina che viene sintetizzata da quasi tutti i tessuti e in particolare dalle ghiandole esocrine, con cui meglio accertò la molecola proteica tumorale chiarificandone i meccanismi di crescita e di differenziazione cellulare. Designata come Nerve Growth Factor (NGF), essa si sarebbe dimostrata attiva sul differenziamento, il trofismo e il tropismo di determinati neuroni del sistema nervoso periferico e del cervello. La loro ricerca è stata essenziale per la comprensione della crescita delle cellule e organi e svolge un ruolo significativo nella comprensione del cancro e di malattie come l’Alzheimer e il Parkinson.

Dopo aver sperimentato che, trattando alcuni topi con un siero anti-NGF, questi presentavano gravi problemi neuroendocrini, dovuti ad alterazioni irreversibili dell’ipotalamo, Rita Levi-Montalcini lo utilizzò per controllare la crescita dei tumori delle cellule nervose.
Per circa trent’anni fece le ricerche sull’NGF e sul suo meccanismo d’azione, per le quali nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la medicina insieme al suo studente biochimico Stanley Cohen. Nella motivazione del Premio si legge: “La scoperta dell’NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo”.

La scienziata devolse una parte dell’ammontare del premio alla comunità ebraica, per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma. Nel 1987 ricevette dal Presidente Ronald Reagan la National Medal of Science, l’onorificenza più alta del mondo scientifico statunitense.

Durante la carriera negli Stati Uniti, lavorò assiduamente anche in Italia: fondò un gruppo di ricerche e dal 1961 al 1969 diresse il Centro di Ricerche di neurobiologia creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Roma) presso l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto di Biologia della Washington University, e dal 1969 al 1979 rivestì la carica di Direttrice del Laboratorio di Biologia cellulare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Dopo essersi ritirata da questo incarico “per raggiunti limiti d’età” proseguì i suoi studi come ricercatrice. È stata membro delle maggiori accademie scientifiche internazionali,Presidente onoraria dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Ha collaborato con l’Istituto Europeo di Ricerca sul Cervello (Fondazione EBRI, European Brain Research Institute), da lei fondato nel 2001 e presso il quale ha proseguito, fino a poco tempo prima di morire, la sua attività di ricerca, affiancata da un costante impegno in campo sociale e politico e sostanziata dalla profonda riflessione etica che ne ha animato l’intero percorso di vita.

Rita Levi Montalcini ha sempre affermato di sentirsi una donna libera. Cresciuta in “un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità”, ha dichiarato d’averne “risentito, poiché sapevo che le nostre capacità mentali – uomo e donna – son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio”. Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza.

Riguardo alla propria esperienza di donna nell’ambito scientifico, ha descritto i rapporti coi collaboratori e studiosi sempre amichevoli e paritari, sostenendo che le donne costituiscono al pari degli uomini un immenso serbatoio di potenzialità, sebbene ancora lontane dal raggiungimento di una piena parità sociale.

La prima metà degli anni settanta l’ha vista partecipe dell’attività del Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell’aborto.
Insieme alla gemella Paola, nel 1992, aveva inoltre istituito la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del loro padre, che si rivolge alla formazione e all’educazione dei giovani e al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, per creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese.

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