Cognome materno

l’Europa condanna l’Italia:
libertà di scelta

di Sara Foti Sciavaliere

È notizia non più “vecchia” di un mese che la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato antiquato l’ordinamento del nostro Paese in materia di cognomi, sollecitando lo Stato italiano a riformare la legge in materia.


La sentenza dei giudici di Strasburgo deriva da un fatto del 1999 quando due genitori italiani furono ostacolati dall’Anagrafe del Comune di nascita della loro prima figlia nella possibilità di dare alla bambina il cognome della madre. Ciò perché in Italia il cognome da attribuire con predominanza ai figli è solo quello paterno.

L’art. 262 del nostro Codice Civile specifica che il figlio – nato da genitori non uniti in matrimonio –  assume il cognome del genitore che per primo l’ha riconosciuto, ma se il riconoscimento è stato compiuto contemporaneamente da entrambi, il figlio assume quello del padre. Solo nel caso in cui il riconoscimento del padre sia avvenuto dopo la madre, il figlio naturale può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre.

La predominanza del cognome paterno si ha anche nell’art. 33 del D.p.r. n. 396/2000 che stabilisce che il figlio “legittimato” –  che diventa tale in seguito al matrimonio dei genitori avvenuto in tempo successivo alla sua nascita – prenda il cognome del padre.

Tuttavia nel caso in cui la legittimazione sia successiva al compimento della maggiore età del figlio, questi può portare il cognome attribuito per primo (della madre quindi) o anche aggiungere o anteporlo a quello del genitore che l’ha legittimato.

Quando si tratta di coppie sposate al momento della nascita del figlio, invece, il bambino assume direttamente il cognome paterno. Proprio queste limitazioni hanno fatto sì che, i genitori ostacolati dall’Anagrafe, si siano rivolti prima all’ordinamento giudiziario italiano, per poi approdare alla Corte di giustizia europea ove hanno invocando l’illegittimità del nostro sistema giuridico perché contrario all’art. 14 e all’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che pongono il divieto di discriminazione e il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

L’art. 14, in particolare, metterebbe in evidenza come la legge italiana, imponendo il cognome paterno alla nascita di un bambino, pone in atto un’azione discriminatoria nei confronti della donna, così  la Corte di Strasburgo ha dichiarato che la nostra legge sia antiquata perché basata su una visione troppo patriarcale.

In altri Paesi in effetti è diverso. In Spagna e nei paesi ispanici, per esempio, i figli assumono sia il cognome del padre sia quello della madre; mentre, negli Stati Uniti c’è libertà di scelta tra quello materno o paterno e, comunque, il primo può essere aggiunto o anteposto al secondo. In Giappone poi, addirittura, il marito può assumere quello della moglie e dare quindi questo ai discendenti oppure mantenere entrambi.

Ora in seguito alla  sentenza in discussione lo Stato italiano dovrà adeguarsi e, il 10 gennaio, il Consiglio dei Ministri si è riunito per discutere un disegno di legge di modifica delle disposizioni in tema di attribuzione di cognome, che dovrebbe consentire l’obbligo per l’ufficiale dello stato civile di iscrivere all’atto di nascita il cognome materno qualora vi sia accordo tra entrambi i genitori.

Dunque, però, solo se il papà è consenziente. Di fatto, quindi, nessuna parità tra uomo e donna: per dare il cognome al figlio una donna dovrà addirittura chiedere il consenso al padre del bambino. A conti fatti il nostro Paese non fa passi avanti, ma getta benzina sul fuoco, poiché per rispondere a una sentenza che ci bacchetta per aver discriminato le donne, rispondiamo con un disegno di legge che discrimina a sua volta.

Approfondimenti
Etimologia e storia

Il cognome deriva dalla parola latina “cugnomen” ovvero “cum nomen” e durante la Repubblica Romana indicava una caratteristica fisica o morale di un soggetto o il luogo di provenienza. In pratica era l’equivalente di un moderno nickname.

Con il tempo diventò ereditario, designando la “familia” di appartenenza, cioè uno dei rami, patrizi o plebei, in cui si era suddivisa la “gens” romana originaria.

Con la caduta dell’Impero romano decadde l’uso del cognome per poi riaffiorare in età moderna, perché con la grande crescita demografica fu necessario distinguere le persone. Dapprima fu usato solo dalle famiglie “ricche”, poi anche dalle persone più modeste.

E se si vuole cambiare cognome
In Italia, dal 2000, è possibile cambiare cognome e prendere quello materno, anche se la procedura è piuttosto macchinosa: è basata sul decreto del presidente della Repubblica numero 396 del 2000 che permette di fare richiesta al prefetto della propria città per un cambio di cognome – compresa quindi l’adozione del cognome materno insieme o in sostituzione di quello paterno (qui una breve guida sui passi da seguire).
Per prima cosa bisogna inviare una lettera al prefetto, specificando le motivazioni per cui si chiede un cambio di cognome. A quel punto la richiesta deve essere pubblicata nell’albo pretorio del comune di residenza per 30 giorni. L’albo è pubblico e questa misura serve, in teoria, a dare la possibilità di opporsi al cambio di cognome a chi ne avesse l’intenzione. Successivamente bisogna scrivere una nuova lettera al prefetto, accompagnata dai documenti che provano che la richiesta è stata pubblicata nell’albo per 30 giorni. Se a quel punto nessuno ha protestato e il prefetto giudica valide le motivazioni, il cambio di cognome viene effettuato.

Per saperne di più
http://www.cognomematerno.it/

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