L’hijab alle Olimpiadi 2016

Quando il velo islamico è lotta al pregiudizio


di Sara Foti Sciavaliere

 

È vecchia la storia secondo cui alcuni campi siano preclusi alle donne, ma purtroppo sempre attuale: le Olimpiadi ce lo ricordano. L’inclusione delle donne nei Giochi Olimpici è una conquista piuttosto recente e, in particolare, per le donne musulmane un podio già importante da conquistare è proprio un posto da protagonista in questa competizione internazionale. Vediamo cosa succede alle Olimpiadi 2016 di Rio de Janeiro (5-21 agosto 2016).

Nei Paesi di cultura fortemente conservatrice, quali quelli del mondo islamico, la preclusione per le donne al mondo dello sport di sicuro ha a che vedere con una conflittualità implicita con alcuni dettami di condotta ai quali sono soggette le donne musulmane. Ma dove sta scritto che per eccellere in uno sport bisogna rinunciare alle proprie tradizioni? Ecco alla fine come rispondono le atlete musulmane che, già a Pechino, avevano gareggiato e  vinto, indossando l’hijab sul capo: senza rinnegare la propria tradizione e contro i pregiudizi culturali.

E tante sono le giovani sportive musulmane che stanno prendendo parte alle competizioni brasiliane. Di fatto, è in crescita la tendenza che mostra un sempre maggior coinvolgimento delle donne della regione arabo-islamica nello sport, a dispetto degli stereotipi radicati nelle rispettive culture, dei tabù che le società musulmane faticano a superare e dei tanti limiti che alcune legislazioni impongono alle proprie cittadine.

Un’icona delle donne islamiche di queste Olimpiadi è stata di certo Ibtihaj Muhammad. Il suo volto, contornato da un hijab, è apparso sui media internazionali nelle settimane precedenti l’apertura dei Giochi Olimpici di Rio. Ibtihaj , giovane schermista americana, infatti è la prima atleta del team statunitense a partecipare alle Olimpiadi con il velo.

La presenza di queste atlete ha un valore aggiunto che va oltre i record sportivi e i medaglieri, come dimostra l’affermazione dell’atleta emiratina Amna Al Haddad, qualificatasi nel sollevamento pesi femminile, alla domanda quanti chili riesca ad alzare: “Sollevo una nazione intera”. Tutto ciò può essere interpretato come segno dei tempi che cambiano e dell’evoluzione delle singole società musulmane.

 

Quello che più sorprende in queste Olimpiadi è che le nuove generazioni di atlete provenienti da Paesi notoriamente conservatori si cimentino in specialità non tradizionalmente associate alla donna, come la boxe, il sollevamento pesi e il taekwondo. È il caso della pakistana Kulsoom Abdullah (pesistica), della saudita Wojdan Shahrkhani (judo), dell’egiziana Hedaya Wahba (taekwondo) o dell’iraniana Sareh Javanmardi (tiro a segno).

 

E non vanno neanche dimenticate le tute coprenti delle atlete della beach volley. Doaa el-Ghobashy ha dichiarato che non si separerebbe mai dal suo hijab, ma che il velo non le ha mai impedito di fare le cose che ama, come la beach volley.

 

Non tutto è superato naturalmente. C’è chi ritiene ancora che la partecipazione di atlete musulmane ai Giochi Olimpici non si addica. Per fortuna a infrangere questi preconcetti ci pensano le dirette interessate, dimostrando coraggio, determinazione, talento e dedizione. Non solo nel conquistare una medaglia ma soprattutto nel rappresentare tutta una categoria e lottare con essa per nuove future opportunità. Sono solo piccoli passi in avanti, ma tutti i cammini sono  fatti di un passo dietro l’altro.

 

Approfondimenti
Le atlete musulmane nella storia olimpionica

Sebbene la prima storica conquista di una medaglia olimpica da parte di un’atleta musulmana nordafricana (la marocchina Nawal El Moutawakel) risalga al 1984, con gli anni sempre più Paesi islamici tradizionalisti hanno aperto i loro orizzonti allo sport femminile. Le Olimpiadi di Londra 2012 si sono distinte ad esempio per la partecipazione di donne nelle delegazioni sportive di Qatar, Arabia Saudita e Brunei (ammesse per la prima volta a partecipare alla competizione internazionale); mentre all’appuntamento precedente, Pechino 2008, era stata la volta degli Emirati Arabi e dell’Oman. Il Qatar si era addirittura candidato per ospitare i Giochi del 2020, ma sulla mancata assegnazione dell’incarico ha pesato proprio la condizione femminile nel Paese che il comitato olimpico non ha reputato sufficientemente paritaria.

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