Cinque donne da tragedia

Piccola top-five dei più forti personaggi femminili della tragedia greca

 di Chiara Listo

 

 

 

Vi voglio parlare di donne forti come carri armati e tragiche, di quella tragedia con la quale non si può che nascere. Donne che amano e odiano, e che soffrono e gioiscono, e che nei loro sentimenti fortissimi portano a compimento ciò che più desiderano.

È risaputo quale ruolo la donna avesse nell’antica Grecia: non poteva uscire di casa, relegata al gineceo (la parte della casa destinata alle donne); le uniche occasioni in cui poteva girare per la città era in occasione di feste religiose, e sempre accompagnata dal padre, dal fratello o dal marito.

Questo non tocca la tragedia: le donne che i tre tragediografi le cui opere sono rimaste fruibili – Eschilo, Sofocle ed Euripide – hanno il pugno di ferro, e sono completamente capaci di decidere per sé, per i figli e per il proprio futuro. Nonostante i mariti, nonostante ciò che pensa la società. Nonostante ciò che l’uomo vorrebbe che loro fossero.

Queste donne si ribellano. Non sempre nel giusto, non sempre con lucidità mentale. Ma questo, forse, non fa parte delle infinite sfere dell’agire umano?

1. Ecuba: la Forza

(in “Ecuba” di Euripide; 424 a.C. / “Le Troiane” di Euripide; 415 a.C.)

Lei è l’anziana moglie di Priamo, ultimo re di Troia. Ha partorito moltissimi figli, e tutti li ha visti morire, uno dopo l’altro. Ha sopportato al fianco del marito dieci anni di guerra, ha sorretto la sua spalla. Quando la tragedia comincia  è l’indomani della guerra. La rocca è caduta. Ecuba si trova seduta, tremante, a constatare la vittoria degli Achei. Attorno a lei si avvicendano i vincitori: Agamennone, tracotante; Menelao, così forte in battaglia e così debole di fronte alla sua Elena; Taltibio, messaggero di sventura.

Guarda la figlia Polissena portata a morire per un sacrificio degli Achei, cerca di fermarla, ma la giovane accetta la morte di buon grado. La sua catarsi avviene dopo aver sognato la morte del figlio Polidoro, che era stato lasciato da un amico di Priamo, il sire Polimestore, per non fargli assistere agli orrori della guerra. Il fantasma di Polidoro informa la madre che Polimestore l’ha ucciso per impadronirsi delle ricchezze che Priamo aveva donato al ragazzo per il suo soggiorno. È allora che avviene la catarsi di Ecuba: la donna attira Polimestore in un tranello e, per vendetta, lo uccide. A quel punto, la sua vita può pure finire. Più che una regina, una madre forte, una leonessa che combatte sempre per coloro che ama.

2. Antìgone: la Pietà

(in “Antìgone”, di Sofocle, 442 a.C.)

Una degli sfortunati figli di Edipo, colui che senza saperlo uccise il proprio padre e poi sposò e ed ebbe un figlio con la propria madre. All’indomani della scoperta terrificante, dopo che Edipo si acceca per il dolore di ciò che, inconsapevolmente, ha fatto, Antigone e la sorella Ismene sono le uniche a stargli accanto, a sostenerlo, e condurlo nel suo esilio volontario da Tebe. Ma la differenza tra Antigone e il resto degli esseri umani si vede dopo la morte di Edipo, quando lei e Ismene tornano a Tebe. Uno dei loro fratelli, Polinice, viene ucciso dall’altro, Eteocle, per una questione di potere all’interno della città.

Il nuovo re, Creonte, dà ordine che nessuno seppellisca il corpo senza vita di Polinice e che al contrario, quello di Eteocle, venga sepolto con tutti gli onori. Tutti i Tebani, e anche Ismene, obbediscono ciecamente agli ordini, perché Creonte è il nuovo re, e la Legge è dalla sua parte. Ma Antigone è l’unica ad avere la compassione e la forza di dare sepoltura al fratello morto: perché lei è nata per amare, non per odiare. E perché la legge morale ordina che chiunque abbia sepoltura. Al di là e più in alto degli ordini di un re umano.

3. Clitemnestra: la Vendetta

(in “Agamennone” – “Coefore” – “Eumenidi” di Eschilo; 458 a.C.)

Quella della regina di Argo è la storia di una vendetta che ha atteso anni prima di trovare coronamento. Agamennone, marito di Clitemnestra, aveva offerto in sacrificio la figlia maggiore Ifigenia agli dei per assicurarsi un viaggio sicuro fino alla rocca di Troia. Clitemnestra non gliel’aveva mai perdonato, l’aveva odiato per ciò che aveva fatto, e nei lunghi anni ad Argo, al fianco del proprio amante, Egisto, aveva escogitato la vendetta. Vendetta che si avvera nel momento in cui Agamennone torna alla reggia, portando con sé ricchezze euna schiava di natali nobili.

Clitemnestra lo accoglie, fa stendere per lui un tappeto porpora e lo fa condurre al bagno. Lo uccide qualche ora dopo, tra i petali di rosa. E l’acqua del bagno si tinge di rosso. Da quel momento, fino alla sua morte, Clitemnestra diventa di fatto la nuova signora di Argo.

4. Elena: la Furbizia

(in “Le Troiane” di Euripide; 415 a.C.)

Qualche volta gli autori hanno tentato di salvare la sua memoria sostenendo che in realtà non fu lei, la donna più bella del mondo, a fuggire da Sparta con il proprio amante Paride, abbandonando il marito e la figlia, ma un fantasma. Noi qui non vogliamo parlare di questo, ma del suo ruolo dopo la guerra di Troia, con Paride morto e il vecchio marito, Menelao, che giura di volerla uccidere. Lei non solo non dà credito agli insulti che le urla Ecuba, ma sostiene fieramente lo sguardo di Menelao e gli spiega, sicura e decisa, che fu una dea a farla innamorare di Paride, e che nessuno può andare contro il giudizio insindacabile degli dei.

Ma lei aveva sempre amato il suo Menelao, e adesso è contenta che lui sia tornato a prenderla. Ammaliatrice, bella, intelligente e manipolatrice: questo è Elena, figlia di Leda. Inutile dire che la rabbia di Menelao termina così e che i due non solo si riappacificheranno, ma torneranno a Sparta con tutti gli onori.

5. Medea

(in “Medea” di Euripide; 431 a.C.)

Lei è una maga, e una principessa. Viene sedotta e seduce Giasone nella Colchide, decide di sua sponte di abbandonare il padre e seguire l’uomo che ama. Si amano, Medea e Giasone. Hanno due figli. Fino a quando non giunge con lui a Corinto, e si rende conto che sta per essere abbandonata. Giasone ha acconsentito a sposare la figlia del signore della città. E Medea, che è “solo” una principessa barbara, conta meno che niente.

Medea, folle di rabbia perché lei per quell’uomo si è lasciata tutto indietro, organizza una terribile vendetta contro di lui: invia alla sposa di Giasone una ghirlanda e una veste avvelenata e la ragazza muore nel dolore. Poi, pur con la morte nel cuore, uccide entrambi i figli avuti dall’uomo, privandolo così di una discendenza. Alla fine, Medea fugge sul carro del sole, punizione personificata di un uomo che, per volere di più, ha abbandonato ciò che più doveva proteggere.

Ho voluto stilare una piccola lista di coloro che, secondo il mio parere, sono le cinque donne più forti della tragedia greca. Ricordo che i greci non avevano certo la nostra stessa scala dei valori, e che le tragedie erano ricche di argomenti e fatti truculenti, i sentimenti accentuati e ogni azione appesantita in modo pesante, per far meglio rendere conto allo spettatore di cosa albergasse nell’animo dei protagonisti. Quindi si prendano con le pinze: la mia intenzione è stata quella di parlare delle donne più forti, non delle più giuste o delle più sante.

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