CzarnyProtest: donne polacche in sommossa

Contro la cancellazione
della legge
sul diritto all’aborto

di Fabiola Colaci

 

La scorsa settimana è iniziata con un lunedì nero in Polonia, con lo sciopero generale delle donne che hanno affollato le strade di Varsavia: lo hanno chiamato CzarnyProtest (proteste in nero) ed è un movimento, formato per lo più da donne, sorto per contestare un disegno di legge che punta a cancellare di fatto il diritto di aborto in Polonia.

Solo nel non tanto lontano 24 ottobre 1975, ci avevano già provato le islandesi mettendo il paese k.o. L’obiettivo è – in Polonia come lo era stato in Islanda – far sentire che esiste (soprattutto) oggi una voce, quella delle donne, che non è più disposta a sussurrare nell’ombra ma a urlare la volontà di riappropriazione del proprio corpo, urlando per non essere soffocate dalle istituzioni e dalla lettura dogmatica della religione.L’aborto, infatti, è da sempre al centro della politica della Polonia, dove l’87 per cento della popolazione si dichiara appartenente alla Chiesa cattolico romana. La legge polacca, risultato di un compromesso tra Chiesa e Stato risalente al 1993, vieta l’interruzione volontaria di gravidanza, eccetto che in caso di stupro, incesto, gravissime malformazioni del feto e seri rischi per la vita della madre entro la 12esima settimana di gestazione.

Lo sciopero arriva,però,sulla scia di una nuova proposta di legge per vietare del tutto l’interruzione volontaria di gravidanza, come già succede a Malta e nella Città del Vaticano. Due eccezioni, in un’Europa che lascia libera scelta alle donne, anche se poi ci sono restrizioni severe a San Marino, nel Liechtenstein, ad Andorra, in Irlanda e in Irlanda del Nord (dove la legge sull’aborto è diversa rispetto al resto del Regno Unito). Paesi, questi, dove per abortire le donne devono varcare le frontiere e sostenere costi spesso non indifferenti.

In effetti, anche chi è protetto dalla Legge, deve fare i conti con quella “divina” che è però troppo ancorata sulla terra: quest’anno la legge italiana sull’aborto compie 38 anni ma, nonostante i suoi quasi 4 decenni di vita, l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora una sorta di percorso ad ostacoli nel nostro Paese. A confermarlo è stato qualche mese fa il Consiglio d’Europa, che si è pronunciato su un ricorso presentato dalla Cgil: secondo l’organismo europeo, l’Italia discrimina il personale medico che non ha optato per l’obiezione di coscienza, sostenendo che questi sanitari sono vittime di diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti. Si stima, inoltre, che gli obiettori di coscienza siano, in media, circa il 70 per cento del totale, con picchi che superano il 90 per cento in alcune regioni. È vero che l’obiezione di coscienza è un diritto per i medici, ma questo rischia di sopprimere altri diritti di pari dignità, come il diritto alla salute fisica e psichica della donna e, quindi, il diritto di scegliere di interrompere una gravidanza. L’altra faccia dell’Europa libera è che in Italia, ad esempio, si contano 20000 interruzioni di gravidanza clandestine l’anno. Al di là delle cifre ufficiali, che, in questi casi, non si potranno mai avere, siamo tornati (o forse non ce ne siamo mai andati?) all’aborto clandestino che pensavamo di aver debellato nel ’78.

Per ora, l’unica risposta che abbiamo avuto, di fronte a questi dati, è lo stuporee l’incredulità del Ministro della salute Lorenzin che, dal canto suo, ha pensato bene di inaugurare una campagna per la fertilità. D’altronde, se la fertilità è un bene comune,come può la donna italiana opporsi alleforme di espropriazione istituzionali del proprio corpo?Come può, in un Paese imperniato dall’imperante ideologia cattolica, far valere il proprio diritto a non diventare madre?

La lotta contro queste forme di appropriazione del corpo della donna deve essere un obiettivo politico a pieno titolo, e la liberalizzazione dell’aborto come unico rimedio ad una maternità non voluta (che per il corpo della donna equivale ad una lesione fisica subita ed accidentale) ne è la prima espressione in termini operativi.

La non proprietà del proprio corpo è per la donna una realtà quotidiana che la colpisce fin dalla nascita, sia nella esposizione continua a tutti i livelli della sua persona come oggetto sessuale, sia tutte le volte che rischia di diventare madre senza averlo voluto o senza averne avuto coscienza. In un Paese in cui la Chiesa considera l’aborto un “delitto abominevole” (ricordando le caritatevoli parole di Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae del 25 marzo 1995) e il Movimento per la Vita continua la sua campagna antiabortista, lo Stato vuole la sua parte, ricordando alla donna (alla donna-utero) che i figli vanno fatti, e vanno fatti subito.

Anche la maternità, in Italia, diventa allora uno stage non retribuito, le donne sono a volte ancora costrette a firmare dimissioni in bianco, non occupano posizioni apicali perché vengono ritenute la parte debole della famiglia, quella che sottrae tempo al lavoro per i figli. Perché, in Italia, desiderare di non avere un figlio è un atto rivoluzionario.

Nessuna società può pretendere il controllo di tutti gli individui per i suoi fini; ma molti Stati, e il nostro, controllano il corpo della donna e ne gestiscono la funzione riproduttiva, e il loro voler gestire la maternità (e la non maternità)non è altro che voler costringere una parte della società ad una funzione fisica dai suoi individui non voluta.

Non resta che prendere consapevolezza che, ad oggi, le donne sono ancora alienate dal proprio corpo, diviso tra Stato, Chiesa e patriarcato.

 

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