“Poi quando torno mi metto a lavorare” di Manuela Del Coco – Recensione

Un libro delicato per non dimenticare le dipendenze e i loro effetti devastanti

di Emanuela Boccassini

Ho sempre pensato che un buon libro sia quello che ti coinvolge, che ti fa desiderare di arrivare all’ultima pagina e, nello stesso tempo, di non arrivarci, per non chiudere il legame creatosi, tuo malgrado, con i protagonisti e con le loro storie. Perché i personaggi sono diventati parte di te, facendoti vivere le loro vicende come fossero quelle di un amico intimo. Naturalmente deve anche essere scritto in maniera fluida e corretta, aspetto non scontato. Ho ritrovato queste caratteristiche nel libro “Poi quando torno mi metto a lavorare”, pubblicato dalla casa editrice Esperidi, scritto dall’esordiente Manuela Del Coco.

Manuela racconta con una sensibilità e una delicatezza uniche la storia di Davide, Fabrizio, Martina, Paoletto e Luca nella Lecce dei primi anni Ottanta (del ’900). Le loro sono vite apparentemente comuni, sono amici che trascorrono le serate tra le strade e le piazze della città salentina, Piazza Mazzini, via Braccio Martello…, divertendosi e vivendo la loro giovinezza con tutto il bagaglio di problematiche connesse all’età. Ma questi ragazzi sono anche legati da una “maledizione” che ancora oggi miete le sue vittime, nonostante i suoi “effetti collaterali” siano ben noti. Filo conduttore di queste cinque vite è la droga. Secondo quanto riportato sulla “Relazione annuale sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia anno 2019”, realizzata dal Dipartimento politiche antidroga della Presidenza del consiglio, l’utilizzo di droghe, in Italia, ha ucciso 334 persone nel 2018, 38 in più dell’anno precedente. In media, una ogni 26 ore. 660mila studenti hanno fatto uso, nell’ultimo anno, di almeno una sostanza illegale: cannabis, Nps e le nuove e pericolosissime sostanze psicoattive, per esempio il Fentanyl.

Nel periodo in cui è ambientato il romanzo della Del Coco, però, la droga si stava affacciando nell’esistenza umana, soprattutto dei giovani, senza badare a differenze di classe, di cultura, o altro. «Si bucavano i ricchi, si bucavano i poveri, gli intelligenti e gli stupidi, i belli e i brutti. Non c’era una causa reale, non c’era una spiegazione e non c’era nemmeno una soluzione. Ci si bucava per curiosità, per noia, per tristezza, per moda, per eccesso di paura o di coraggio e per mille altri motivi ma per nessuna vera ragione». Ed è questa la triste verità: non c’era, e non c’è ancora oggi, una ragione vera, nemmeno la profonda solitudine – sebbene amato e coccolato dalla madre e dalla zia – provata da Davide, il protagonista, giustifica il perdere se stessi. Davide, in apparenza, ha tutto quello che vuole: è circondato da amici sinceri, è bello, tanto che le ragazze farebbero carte false per lui, è sensibile, educato, eppure qualcosa nel suo animo non lo rende felice o sereno. L’unico modo per tenere lontano da sé il buio dentro che lo opprime, per non pensare al disagio che prova nello stare in una città o in un posto che non sente suoi, è “sballarsi”, ridere di tutto e di nulla con la solita comitiva, con Paoletto, Martina e Fabrizio. Uniti nel viaggio fuori dal mondo, divisi dalla sorte, che si diverte a “giocare” con le loro vite, per le quali, a volte, nemmeno i genitori, increduli e impotenti, sono in grado di reagire e aiutare i propri figli. La storia di Luca si differenzia dal resto delle compagnia, lui è “diverso” da loro, lui sa cosa vuole, chi è, come vuole apparire. E dopo aver messo a posto i pezzi della sua esistenza, del suo passato e del suo presente, sa cosa fare per sistemare il futuro.

“Poi quando torno mi metto a lavorare” è uno di quei libri che rimangono nel cuore e nei pensieri, perché si percepisce sin dalle prime righe la partecipazione totale dell’autrice a ciò che racconta, perché la Del Coco si sente sempre, in ogni pagina, in ogni parola e rende davvero unico e speciale il romanzo. Inoltre la storia può essere quella di un nostro fratello, di una cugina, di un amico, di uno zio, o di chiunque altro vicino a noi. Nelle cronache dell’epoca non erano certo inusuali scene di ragazzi che si drogavano o che si prostituivano per racimolare i soldi necessari alla dose giornaliera, o che davano vita, per strada, a spettacoli indicibili causati da acidi o dal mix di diverse sostanze. A Lecce, come in ogni città del mondo – Berlino per esempio, il cui richiamo a “I ragazzi dello zoo di Berlino” è naturale -, le storie dei cinque ragazzi erano e sono simboliche di un disagio generazionale senza rimedio.

Lascia un commento