Luisa Ruggio: quando il sangue si fa carta

Copertina romanzo
Quando il sangue
“si fa carta”

di Maria Beatrice Protino

«La nuca di Hyrie era chiara come l’intervallo tra un sogno e un altro»: la parola si fa eros e la nuca diviene sinonimo naturale di mistero, di alchimia, tra scienza e conoscenza, razionalità e sfogo passionale, nota mistica della sensualità.
Il racconto è quello di una ragazza – una bellissima adolescente – sospettata di stregoneria in un’epoca in cui questo poteva significare bruciare sul rogo, in una terra immaginaria eppure in tutto simile al richiamo di quella Soleto con la sua magnetica guglia del campanile – nel cuore della Grecìa salentina – che raccoglie ancora le tracce di un filosofo e alchimista che alla Ruggio è piaciuto immaginare come grande pensatore medievale.

Tra alchimia, scienza e sete di conoscenza in un Salento medievale

Hyrie, innamorata delle parole, si traveste da uomo per diventare allievo in uno Scriptorium particolare, invaso dall’odore di spezie esotiche. 
Insieme ai libri e agli inchiostri, la ragazza conoscerà anche il fratello dell’alchimista, una arabo che colleziona nuche femminili alla ricerca di quella perfetta su cui poter scrivere un codice di pura sensualità: «Nei sogni Gherìb andava a darle un bacio, scostandole di poco le cosce. Poi, sentiva la sua mano raggiungerle la nuca. Per tenerla ferma. Nella sbavatura del sonno d’inverno, il suo fiato era solo un miraggio».
Attraverso un continuo e intenso germogliare poetico, il romanzo racconta dell’intimità della ricerca della conoscenza e dello sprofondo che a volte può derivarne, dell’abisso, del baratro ma anche della magia che assorbono le forze, la mente. E più se ne ha la consapevolezza e più piace: eppure il loro fascino è così opprimente, è come un Medioevo dell’anima femminile che vuole rinascere, che vuole scoprire e far rifiorire la propria coscienza sino a tornare al corpo e al suo potere seducente: poesia di un viaggio favoloso in un universo femminile che si reinventa dopo la scoperta della libertà.

Grazie a un’elevatissima canzone poetica, si coglie quasi il suono delle parole e la passione per la scrittura, si sente «l’odore dei loro piatti» di orzo e lenticchie e del giardino degli aranci, o di quella Soletum dalle stradine lastricate e «paglia, sterco e rivoli moreschi», che canta il suo folle miserere carico di «vendette all’ombra degli altari».
Nel suo diario, Hyrie scriverà di desideri che ci dominano come armi: che, come oppio, ci condizionano; scriverà di come la conoscenza sino all’essenza delle cose e di se stessi possa essere vita e morte, euforia e paura, lo scandalo e il suo contrario; di come «i libri siano carne viva», e di come la parola scritta sfidi il tempo, nonostante i suoi carichi di solitudine, quella solitudine che, come scrive la Ruggio, «non terminerà».

 

Approfondimenti
Bibliografia
L. Ruggio, “La nuca”, Edizioni Controluce, 2008.

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