Storia delle Sibille

Breve excursus nel mistero

delle profetesse greche

di Chiara Listo

«Infatti io stesso ho visto con questi miei occhi la Sibilla Cumana pendere da un’ampolla, e i ragazzi le chiedevano: “Sibilla, cosa vuoi?”; e lei rispondeva: “Voglio morire.”»  (Petronio, Satirycon)
Donne antiche, vergini dal sorriso ambiguo, misteriose entità per le quali il passato, il presente e il futuro non avevano segreti. Quella della Sibilla è sicuramente una delle figure più misteriose e affascinanti della Grecia antica, ed è incredibile pensare quanto, ancora oggi, pur con tutto il fascino che esercitano ai nostri occhi, di loro non si sappia quasi nulla.

 

 

 

Sappiamo poco, e possiamo solo ipotizzare, l’etimologia del nome: Σίβυλλα(pronuncia: Sibiùlla, poi tradotto in latino come Sibilla). Dalle poche iscrizioni pervenute, possiamo ipotizzare che questo fosse il nome di una delle prime profetesse, poi passato a identificare tutta la gerarchia di vaticinatrici, come a voler indicare una sorta di continuità tra le figure di queste donne, “venerate”, rispetto alle altre, perché il dio le aveva scelte per parlare attraverso le loro bocche.

 

Non sappiamo molto della loro origine: IX-VII secolo a.C., così si dice, in occasione del mitologico incontro tra Apollo e Dioniso. Entrambe le nature dei due dei contribuirono a forgiare il potere della Sibilla: Apollo le donò la ragione, Dioniso la follia. Chi ha letto tragedie e miti greci conoscerà almeno due figure di profetesse che vi compaiono: Cassandra, figlia di Re Priamo, ultimo sovrano della mitica Troia; e Manto, figlia del ben più celebre Tiresia.

 

Quel che è ben più certo, è che la Sibilla è sempre una donna, e sempre vergine. Una donna, per i greci, era più emotivamente ricettiva, più capace di un uomo di entrare in contatto con una divinità. Una vergine, in quanto in una sorta di patto, la Sibilla veniva “offerta” al dio che la faceva propria. Rompere il patto, per la sacerdotessa che perdeva la propria purezza, significava perdere per sempre i propri poteri.

 

Quella della veggente era una figura importante anche per il mondo romano: ricordiamo la Sibilla di Cuma, (che risiedeva nel famoso Antro, scoperto nel 1933), che funge da guida a Enea (Virgilio, “Eneide”) nel corso del suo viaggio nell’Ade, il regno dei morti. La Sibilla conosceva e dipanava passato, presente e futuro, e come tale, conosceva i vivi e, soprattutto, i morti. Proprio durante la discesa agli inferi, la Sibilla Cumana – che Virgilio descrive come “vegliarda” narra a Enea di quando era giovane e bella, e il dio Apollo le offrì qualsiasi cosa purché diventasse la sua sacerdotessa, perché parlasse per lui. Lei chiese l’immortalità. Ma dimenticò di chiedere anche l’eterna giovinezza, e così invecchiò sempre di più. Quando Apollo tornò per concederle la giovinezza in cambio della verginità, la vecchia sacerdotessa rifiutò. L’episodio è narrato, molto simile, anche nelle “Metamorfosi” di Ovidio.

 

Un punto su cui molti autori (Virgilio, Petronio, Ovidio) concordano, è la presunta longevità della Sibilla. Addirittura, autori come Varrone (autore del “De Rustica”) la considerano immortale, mentre Flegetonte di Tralle sostiene che queste profetesse potessero vivere per circa mille anni. Molto probabilmente, le sacerdotesse perdevano il nome una volta consacrate, divenivano “sola bocca e voce del dio”, si mostravano ai questuanti alla sola penombra dell’Antro delle Predizioni e, in questo modo, alla guisa dei primi sovrani egiziani, che si mostravano mascherati, contribuivano a rafforzare questa credenza superstiziosa.

 

Cosa importante: i vaticini della Sibilla erano quasi sempre nefasti, e il popolo voleva conoscere il male che l’avrebbe colto per poter fare di tutto e di più al fine di evitarlo. “La Sibilla con bocca invasata pronunzia cose tristi.”, sostiene Eraclito.

 

Più di dieci erano le Sibille sparse per l’Asia Minore e il mondo greco-romano. Tra queste, le due più famose erano senza dubbio quella di Cuma e la Pizia, detta anche Pitonessa (dal nome di Pitone, il serpente a guardia dell’Antro, che il dio Apollo uccise per spianarsi la via e giungere dalla profetessa. Da quel momento, secondo il mito, l’oracolo è affidato a lui).

In un mondo prettamente maschilista come quello greco, le Sibille erano le uniche figure femminili a essere trattate con il rispetto pari a quello riservato a un uomo. Venivano venerate e protette, toccare una sacerdotessa equivaleva a macchiarsi di un reato gravissimo, punito con la morte. Senz’altro le predizioni delle Sibille, così misteriose e difficili da comprendere (da qui l’aggettivo “sibillino”, appunto), non mancano di appassionare e nutrire il nostro immaginario da secoli, fino ai giorni nostri. E forse, è proprio l’aura di mistero che ancora oggi avvolge la figura di queste donne, che contribuisce al tutto.

 

Approfondimenti
Bibliografia

– T.S. Eliot, “La Terra desolata”

– Virgilio, “Eneide”

– A. Morelli, “Dei e Miti: enciclopedia di Mitologia universale”

– G. Berti, “Divine Veggenti. Le Sibille nelle incisioni dei secoli XV-XVIII”

Lascia un commento