“The One-Straw Revolution”

“La Rivoluzione del Filo di Paglia” di Masanobu Fukuoka 

di Barbara Saccagno 

Ogni libro è un seme che germoglia nelle anime, nei pensieri, nelle coscienze e nel complesso emisfero emozionale di ogni lettore e lascia, sempre, una piccola pianta crescente, fra riflessioni e ricordi ancestrali.

La semplicità del titolo racchiude tutta la potente essenza millenaria della ricerca di un equilibrio osmotico e sostenibile fra Umanità e Madre Terra. Scorrendo le pagine si rileva la consapevolezza della drammatica perdita di “conoscenze” che abbiamo “volutamente”dimenticato nel folle viaggio verso la “modernità”. Leggendo comprendiamo, con la forza dell’esempio consapevole, quanto potremmo riceve dalla Terra senza bisogno di snaturarla, distruggerla, danneggiarla in un processo irreversibile che coinvolge tutti, volenti o nolenti.

Masanobu Fukuoka
Io credo che una rivoluzione può cominciare da questo filo di paglia solo. A prima vista questa paglia di riso può sembrare leggera e insignificante. Nessuno penserebbe che abbia il potere di scatenare una rivoluzione. Ma io ho cominciato a capire il peso e potere di questa paglia. Per me questa rivoluzione è molto concreta.” (Cap. I, Guardate questo Grano)

Inquadrare l’autore, il giapponese Masabonu Fukuoka morto nel 2008, non è semplice. Fukuoka racchiude in sé l’anima dello scienziato, studiò e lavorò come microbiologo in campo agricolo, e quella del filosofo dell’essenza. Ad punto della sua vita si rese conto che la direzione presa dalla società era errata, sentì, allora, la necessità di ritornare alla terra rapportandosi con una modalità biologica, ecocompatibile, di resilienza e di rispetto.

Così, abbandonò la sua carriera di ricercatore per tornare alla fattoria di famiglia nel Sud del Giappone. Scelse volutamente di non adottare il bagaglio di tecnico della “produzione su vasta scala ad alto impatto negativo” per allinearsi ad una pratica dell’insegnamento zen del “Mu”, il “senza”; ossia, lasciare che la natura sia attrice principale della “nascita” del frutto senza agire direttamente con violenza, evitando di snaturarla anche solo con una semplice aratura. Il “non fare” ha più valore del “fare” ciò che non è necessario. Il “fare il non necessario” è un’azione che incide negativamente sbilanciando eccessivamente l’uso e il consumo delle risorse, inteso in senso generale. Invadendo o togliendo ciò che non è necessario si generano danni crescenti che ricadono su tutto e tutti, nel breve e nel lungo termine.

Con il metodo Fukuoka i campi tornano ad essere liberi: la semina è un gesto dolce, basta una pallina realizzata con semi e argilla lasciata cadere qua e là per scatenare la fertilità, ottenendo ottimi raccolti senza aggiungere nulla. L’unico aiuto a Madre Natura è generare piante che arricchiscano i suoli e siano buon cibo per gli animali presenti nell’ecosistema. La perfezione della catena alimentare autoregola parassiti, invasioni infestanti ed armonizza naturalmente il ciclo vitale.

Recentemente della gente mi ha chiesto perché molti anni fa ho cominciato a coltivare la terra in questa maniera. Finora non ho mai parlato di questo con nessuno. Si può dire che è difficile spiegarlo in parole. Il punto di partenza fu semplicemente, come lo si potrebbe chiamare, un colpo, un lampo, una piccola esperienza. Questa intuizione cambiò completamente la mia vita. In effetti non è una cosa che si possa veramente esprimere in parole, ma si può descriverla pressappoco così: «L’umanità non sa assolutamente nulla. Nessuna cosa ha valore in se stessa e ogni azione è inutile, senza senso». Può sembrare assurdo, ma se si deve tradurre in parole, questa è la sola maniera per definirla.” (Cap. II, Proprio nulla)

Non è una favola freak, sebbene questa definizione non abbia nulla di negativo perché il termine significa ricerca di una visione olisitica (olistico significa letteralmente: visione globale, del tutto, dell’insieme), ma è la realtà concreta del suo vissuto. Le scelte pratiche in campo agricolo di Fukouka hanno cambiato per sempre il volto dell’agricoltura con i risultati concreti, positivi e misurabili. Lavorando su piccoli appezzamenti a misura d’uomo, non certo su distese latifondistiche che, in ogni caso, non sono sostenibili, ha evitato impatti aggressivi ottenendo buoni raccolti. Riducendo il lavoro sul campo, più o meno si può calcolare una riduzione del carico di circa l’80%, è riuscito ad ottenere rese, a pari volume di terra, equiparabili a quelle che si ottengono con uso della chimica, senza, naturalmente, utilizzarne.

Quindi stiamo parlando di risultati universalmente validi per poter prendere in considerazione un cambio di direzione dell’agricoltura. Certo, dobbiamo ammetterlo,è necessaria una profonda conoscenza, molta esperienza e tanto impegno sul “campo: bisogna costantemente dialogare con la natura e ci sono delle pratiche agricole fondamentali da conoscere, ma, diciamocelo apertamente, nell’economia totale del sistema “mondo” il gioco non vale forse la candela se vogliamo evitare di distruggere definitivamente il pianeta?

La conoscenza, dunque, fa sempre la differenza, apporta senza dover necessariamente intaccare il bene più prezioso che possediamo: la vita della Terra e la nostra. La realtà è davanti ai nostri occhi quotidianamente, l’inquinamento e l’avvelenamento costante che generiamo producono effetti devastanti all’economia globale, aumentano i costi generali e il nostro fisico diventa sempre più debole, sottoposto agli attacchi continui di malattie. Siamo in una strada di auto-distruzione generata dai nostri sbagli e dalla nostra superficialità, originata dall’attaccamento al potere e al denaro, non all’Essenza come “naturalmente” dovrebbe.

Questa è agricoltura moderna e si risolve solo nel rendere più occupato il coltivatore. Io facevo il contrario. Cercavo un modo simpatico, naturale di coltivare che si risolvesse nel rendere il lavoro più facile invece che più duro. «E se si provasse a non fare questo? E se si provasse a non fare quest’altro?»: era questa la mia maniera di pensare.” (Cap. III, Verso l’agricoltura del non fare)

Una riflessione globale in questo senso è necessaria per cambiare direzione, l’agricoltura sta crescendo ma deve puntare all’equilibrio sostenibile per non desertificare la Terra e per non perdere la fertilità. Si può evitare l’uso della chimica, i residui restano nel suolo e nel nostro corpo, li ingeriamo con l’alimentazione, ricordiamoci che siamo ciò che mangiamo. I dati sono chiari il richiamo alla Terra è sempre più forte fra i giovani e i meno giovani, in Europa tra l’altro c’è una bella presenza al femminile – e chi più di una “donna” può capire il senso della fertilità e del far crescere proteggendo senza danneggiare la vita che germoglia… – . È, quindi, di fondamentale importanza trovare l’equilibrio armonico che ci consenta di “tramandare” a noi stessi e alle generazioni future un suolo fertile ed un ambiente dove la qualità della vita sia rispettosa dei preziosi doni di Madre Terra e del nostro futuro, perché, purtroppo, non abbiamo più tanto tempo per evitare (Conferenza di Genova 2018 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità)una catastrofe che, se non ci rimboccano subito le maniche, rischia di diventare irreversibile.

– “La Rivoluzione del Filo di Paglia. Un’introduzione all’agricoltura naturale”, Quaderni di Pontignano, Libreria Editrice Fiorentina, Ristampa 2011.

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