“Tweet”, “Sms”, e…Orwell

 

La degenerazione del linguaggio
in un celebre romanzo di fantascienza:
potrebbe presto diventare realtà?

di Sergio D’Amico 

 

Quando si pronuncia il nome “Grande Fratello”, il pensiero corre subito all’omonima reality show televisivo. Ma, agli appassionati di Fantascienza, questo nome ricorda anche uno dei protagonisti del romanzo “1984”, opera dello scrittore inglese George Orwell (pseudonimo del romanziere e saggista britannico Eric Arthur Blair). Il legame fra il “Reality” e il libro consiste nel fatto che entrambi trattano del controllo incessante sulla vita privata. Qualcuno ha ipotizzato che la “Fiction” Orwelliana sia già realtà, a causa della presenza – sempre crescente – di apparati di videosorveglianza. Ma, nel romanzo, è contenuto un altro elemento, altrettanto pericoloso: l’annullamento della capacità di comunicare. E questo rischia di avverarsi sul serio. Grazie a computer e cellulari.

Uno scenario cupo e disperato
Nel libro, si narrano le vicende di Winston Smith, abitante della capitale del super – stato totalitario di Oceania, sorto in seguito a una sanguinosa guerra, che aveva devastato il mondo nella seconda metà del XX secolo. Come tutti i suoi compatrioti, Smith è sorvegliato perennemente dal capo supremo di Oceania – il fantomatico “Grande Fratello” – per mezzo di telecamere poste ovunque (anche nelle abitazioni).

Il controllo sulla sua vita è, dunque, totale e continuo. E, a peggiorare ulteriormente la situazione, vi è anche l’impossibilità di comunicare concetti, pensieri e emozioni. Infatti, il “Grande Fratello” ha inventato e imposto la “Neolingua” (“Newspeak”, nell’originale), uno pseudo – idioma fatto di nonsensi e contraddizioni, spesso espressi con sigle e diminutivi. Il che rende – di fatto – ogni conversazione un insieme di suoni privi di significato.

Inoltre, il Regime diminuisce periodicamente il numero di vocaboli formanti la “Neolingua”; aumentando, così, sempre più la difficoltà di comunicare. Winston cerca di reagire, tenendo segretamente un diario, e intrecciando una relazione sessuale con una ragazza (altra cosa proibita dal Regime). Scoperto, arrestato e torturato, a Smith non rimane altro che riprendere la sua vita di sempre, priva di alcun senso.

Una minaccia concreta
Ma dove sarebbe, nella realtà odierna, il pericolo? Ebbene, al giorno d’oggi, quasi tutti noi facciamo uso di dispositivi che ci permettono di trasmettere e ricevere informazioni – come suol dirsi – “in tempo reale”. Ma, a volte, questo avviene a scapito di caratteristiche fondamentali della corretta comunicazione; come la completezza e la capacità di comprensione. Ciò, in quanto, tendiamo a privilegiare, sempre più spesso, un’altra qualità, peraltro necessaria: la sintesi.

Questo atteggiamento può comportare effetti negativi; se non, addirittura, pericolosi. Questo è il caso di due modalità di comunicazione oggi molto diffusi: gli “Sms” e i “Tweet”. Il fatto di doverci esprimere nell’ambito di un numero limitato di caratteri (e, quindi, di parole) nasconde, infatti, la potenziale insidia di rendere difficile – se non, in alcuni casi, impossibile – scambiare concetti in modo comprensibile. Con il risultato di far perdere senso allo stesso atto di comunicare. Ma non basta. Questo modo di esprimersi può condurci all’uso di un numero sempre più limitato di termini; con la conseguenza di impoverire – progressivamente e irrimediabilmente – il nostro vocabolario.

…Ma i rimedi ci sono
Come evitare tutto ciò? Essenzialmente, sarebbe opportuno ricordarsi che i mezzi di comunicazione (in questo caso, computer e telefonino) sono, per l’appunto, “Mezzi”. Cioè, strumenti che ci consentono di realizzare i nostri progetti e le nostre volontà. E non tiranni mediatici, ai quali sottostare passivamente. Di conseguenza, dovremmo riappropriarci della nostra capacità di comunicare in modo esauriente e chiaro.

Il che significa, per esempio, riabituarci a scrivere il termine “Perché” così come lo si pronuncia, piuttosto che: “Xke”. Nonché, trovare sempre il tempo e la pazienza (anche se, a volte, è difficile) di esprimere i nostri pensieri in modo completo; senza, peraltro, cadere nell’estremo opposto dell’inutile prolissità. In fondo, è nel nostro interesse continuare a pensare con la nostra testa. Perché un uomo che non comunica le proprie idee, è come se non le avesse. E un uomo che non ha idee non è un Uomo.

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