Requiem al superomismo in politica


Il nuovo soggetto politico non è il leader “superman” ma i cittadini


di Rossella Bufano

Già con le elezioni americane del 2008 e la vittoria di Obama si apre l’epoca del “yes we can”: noi insieme possiamo cambiare le cose. Era finita, almeno in America, l’epoca del superman/uomo ragno/batman (ognuno scelga il supereroe preferito) in grado di risolvere tutti i problemi. Mentre nel frattempo tutti gli altri potevano continuare a farsi i fatti propri.

Finalmente era chiaro che non esiste un unico uomo che può garantire il benessere e la felicità di uno Stato, ma che queste le costruiscono insieme cittadini e rappresentanti. Come avevano insegnato i movimenti del passato (giovanili, femminili, ambientali, ecc. e non solo degli anni ’60  del XXI secolo, ma anche quelli del ‘700 e dell’800) quando ci si accorge che il problema, o meglio i problemi, sono comuni, riguardano tutta la comunità politica, richiedono un’azione collettiva e la partecipazione di tutti. Anche perché, se esistesse davvero un uomo capace di fare tutto in politica, siginificherebbe che esiste un uomo capace di vivere da solo e di bastare a se stesso. Ma la società ha bisogno di ciascuno di noi, della professione di ciascuno, poprio perché la comunità ha bisogno dell’azione e dell’interazione degli individui.

D’altronde come può la stessa persona conoscere e risolvere i problemi delle aziende, dei lavoratori, della sanità, della scuola, dell’università? Ecc. ecc. Se non si vive direttamente un settore o non ci si confonta con chi lo vive, non si possono conoscere veramente a fondo i relativi problemi e proporre soluzioni efficcaci. Anche in politica serve una squadra volenterosa e competente, non il superuomo. Una figura che può esistere solo nella letteratura e nel fumetto.

 

Dop alcuni anni questa consapevolezza è giunta anche in Italia. E finalmente la figura del leader/super uomo è andata in crisi. Finalmente perché la crisi è occasione di miglioramento e di crescita. Finalmente perché ogni volta che nel mondo si è dimenticato che l’uomo è un essere imperfetto e gli si sono attribuiti poteri sovranaturali, ne sono derivati disastri e scempi immani.

 

Al contempo è aumentata la sfiducia nei partiti. Che non significa la loro crisi, perché continuano a essere il principale strumento di selezione dei candidati, di organizzazione delle campagne elettorali e di designazione dei rappresentanti, ovvero di coloro che decidiono le leggi del Paese. In crisi è il rapporto tra partiti e base elettorale. Una crisi che favorisce la crescita dei movimenti, i quali esprimono il disagio e le istanze della cosiddetta società civile, di solito trasversali, che richiedono cambiamenti concreti per la crescita e il benessere della collettività, che vanno oltre le ideologie dei partiti e le relative beghe.

Si è detto di tutto e di più, di tutto e il contrario. Senza sottovalutare i pericoli insisti nel populismo, bisogna leggere con attenzione il significato di tutti questi fenomini che forse si può sintetizzare con il bisogno dei cittadini di partecipare alle decisioni politiche che riguardano la loro vita privata e sociale (lavorativa, di accesso ai diritti fondamentali, politica, ecc.) e di rifiutare lo scollamento diffuso tra rappresentanti e rappresentati. L’istituto della rappresentanza, infatti, consiste nel sostituire qualcuno che non c’è nei luoghi della decisione politica, qualcuno che però nel rappresentante si deve identificare e da cui si attende la difesa degli interessi comuni. Al contempo si dimentica che l’istituto della rappresentanza consiste in una delega, e non si può parlare di professione quando si utiliza la parola “politico”.

 

Forse bisognerebbe introdurre l’obbligo di un corso gratuito di Costituzione e di linguaggio base di scienza politica dopo l’elezione e prima dell’insediamento. Come facciamo noi giornalisti che dopo l’iscrizione facciamo un corso di deontologia professionale.

 

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