Waris Dirie: dal deserto alle passerelle, testimonial contro le mutilazioni genitali femminili

La storia shock della top model somala
che accese i riflettore sull’infibulazione

di Sara Foti Sciavaliere 

Ricorre il 6 febbraio la Giornata mondiale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). Sono 200 milioni di donne le vittime ancora oggi della terribile pratica dell’infibulazione, tra queste anche una giovanissima Waris Dirie, nota modella internazionale che è diventata la portavoce contro l’atrocità di questa mutilazione. A raccontare la sua storia una pellicola di Sherry Hormann, prodotta nel 2009 e poi trasmessa in Italia nel 2016, “Fiore del deserto”.

La storia di Waris Dirie è abbastanza nota: una ragazzina nomade somala destinata a un matrimonio combinato con un sessantenne decide di scappare, attraversa da sola il deserto, arriva a Mogadiscio e poi a Londra, e in pochi anni diventa una delle modelle più amate e pagate del mondo. La sua storia diventa pubblica durante un’intervista, nel 1996, con Laura Ziv di Marie Claire Usa e poi con il film di Hormann.

Si pensa a una sorta di circoncisione femminile, ma è una mutilazione terrificante. Vengono asportate – con mezzi taglienti usati magari dieci volte prima, su dieci altre bambine, senza neanche sciacquare la lama – piccole labbra, clitoride e quasi la totalità delle grandi labbra. Il pezzettino che resta serve ad aiutare a cucire la ferita. Si usano, nel deserto, le spine di una pianta, per sigillare il taglio fra le gambe. Viene lasciato solo un buco sufficiente per il passaggio delle urine e del flusso mestruale, ma spesso, se la donna è troppo cucita, ogni ciclo è l’inferno. Inoltre per due settimane le gambe della bimba vengono legate insieme per evitare che muovendole, si squarci la cucitura.

L’infibulazione può essere causa di danni neurologici dovuti al dolore provato e di infezioni, in alcuni casi le bambine muoiono di emorragia dopo la mutilazione e in altri casi di parto, perché il tessuto cicatriziale ostacola la nascita del feto. Il giorno delle nozze poi il marito taglierà di nuovo la cicatrice prima dell’amplesso, o durante. In alcuni paesi come la Somalia, da cui viene Waris Dirie, dopo ogni parto si reinfibula la puerpera, e poi di nuovo, dopo ogni figlio e prima del prossimo rapporto col marito. Laddove questa pratica è eseguita, una madre che rifiuta l’infibulazione per la propria figlia sa di farne una reietta della società.

Si tratta di un’ulteriore forma di assoggettamento femminile che ancora sopravvive. Accade tuttora in 30 Paesi del mondo, quasi tutti africani (ma negli Usa negli ultimi anni le infibulazioni sono triplicate a causa dell’immigrazione) ma non solo tra i musulmani. Delle circa 200 milioni di donne infibulate, 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni.

Le mutilazioni genitali femminili sono un rischio fisico e psicologico per la salute delle bambine, una palese violazione dei diritti delle donne e quindi dei diritti umani. L’attivista e modella Waris Dirie, dal 2002, con la sua associazione Desert Flower Foundation gira il mondo per raccontare la sua esperienza personale, attivare progetti contro la MGF e raccogliere fondi a sostegno delle bambine e donne vittime di questa violenza.

Approfondimenti
Si può leggere…
Sara Foti Sciavaliere, Giornata mondiale contro le Mutilazioni genitali femminili, in Ripensandoci.com, 6 febbraio 2019.

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