Gap di genere

Report del WEF:
Italia all’80esimo posto!


di Rossella Bufano

Il gap di genere è ancora un problema all’ordine del giorno, mentre si va affermando sempre più la convinzione che il ruolo della donna nella società e nell’economia sia un indicatore fondamentale del grado di benessere.

 

Tanto che ogni anno il World Economic Forum stila una classifica dei paesi a seconda dei livelli di accesso all’istruzione, al mercato del lavoro, alle cariche pubbliche e dello stato di salute delle donne.

In base al report 2012, che riconferma quelli degli anni precedenti, al primo posto si attesta l’Islanda, seguita da Finlandia, Norvegia, Svezia, Irlanda, Nuova Zelanda e Danimarca. Nei paesi del nord Europa, dunque, si è raggiunta la più alta percentuale di occupazione femminile (oltre il 70%), la differenza salariale tra i sessi è quasi inesistente, la presenza di donne ai posti di “comando” sia nelle imprese che in politica è elevata, si registra la più alta compatibilità vita-lavoro, il più alto tasso di natalità e la più bassa percentuale di abbandono del lavoro dopo il primo figlio.

Il merito di tutto questo è attribuito alle politiche sociali per la famiglia, in particolare quelle per i congedi parentali. Una serie di servizi e incentivi, infatti, consentono alle donne di trovare lavoro, di conservarlo anche dopo la maternità e di fare carriera.

Il report ci dà anche la misura della differenza esistente tra i paesi del welfare continentale e quello italiano (e quindi delle loro politiche sociali per la famiglia), che appare un modello a sé anche rispetto a quello mediterraneo, visto che la Germania si attesta al 13esimo posto, la Spagna al 26esimo (durante il governo Zapatero che diede un grande impulso alle politiche di genere si attestava al decimo posto), la Francia al 57esimo e l’Italia, invece, all’80esimo, seguita solo dalla Grecia che si posiziona all’82esimo.

Non è un caso che molte studiose accusano il welfare italiano di introdurre disuguaglianze di genere.

Fatta eccezione per i paesi del nord Europa, dunque, nonostante le direttive comunitarie, il trend positivo che aveva visto aumentare la presenza femminile nel mercato del lavoro, in seguito al boom dell’istruzione negli anni ’70-’80, è stato interrotto dalla crisi economica e finanziaria e non è stato sufficientemente contrastato dalle politiche di welfare dei singoli stati.

Non si è ancora riusciti a risolvere il problema della discriminazione praticata nelle modalità di accesso all’occupazione, nelle differenze salariali e nella segregazione “orizzontale” e “verticale” . A questo si aggiunge il fatto che l’esperienza delle crisi del passato rivela che il tasso d’occupazione degli uomini risale in generale più rapidamente di quello delle donne, le quali sono ulteriormente svantaggiate anche dall’elevata percentuale di contratti precari e di lavoro part-time.

Il concetto di discriminazione connota le donne non solo nei vari ambiti professionali, ma si manifesta anche nella “segregazione” nei lavori di cura, un fenomeno imputabile alla cultura patriarcale, ma anche alle carenti politiche sociali per la famiglia e per la conciliazione vita-lavoro.

 

La Commissione europea denuncia che la mancanza d’accesso ai servizi di assistenza per le persone dipendenti (bambini, disabili, anziani), a regimi di congedo adeguati e a formule di lavoro flessibili per entrambi i genitori spesso impedisce alle donne di partecipare al mercato del lavoro o influisce sulla scelta di non avere figli o di averne di meno. Tale scelta incide sull’invecchiamento della popolazione e sulla futura offerta di manodopera e, di conseguenza, sulla crescita economica. Molti studi sostengono, infatti, che le donne che lavorano e che possono usufruire di un buon welfare, che favorisca la conciliazione vita-lavoro, fanno più figli e li rendono felici, poiché offrono loro più tempo e maggiori opportunità, grazie anche a una migliore condizione economica.

La segregazione nei lavori di cura e la difficoltà di accesso al mercato del lavoro delle donne rappresentano anche un deficit di democrazia .

 

 

(Da: Rossella Bufano, Welfare state e pari opportunità a partire da Esping-Andersen, in M. Mazzotta, Lo Stato del benessere nella società della conoscenza, Tangram, 2012).

 

 


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