Zaha Hadid, la regina dell’architettura contemporanea

Il genio di una donna che ha conquistato i vertici

di un mestiere prevalentemente maschile


di Sara Foti Sciavaliere

È morta giovedì 31 marzo 2016, all’età di 65 anni, dopo aver disseminato in mezzo mondo le sue opere spettacolari. Zaha Hadid è stata la prima donna a vincere, nel 2004, il Pritzker Prize, il riconoscimento che ogni anno viene assegnato a un architetto vivente le cui opere mostrino una combinazione di talento, visione e impegno.

 

 

 

La professionista internazionale è venuta a mancare all’improvviso dopo aver avuto un infarto in un ospedale di Miami, nel quale era stata ricoverata per una bronchite. Hadid era nata in un ricco sobborgo di Baghdad, in Iraq, prima di andare a studiare a Beirut e trasferirsi a Londra, dove viveva da molti anni avendo preso la nazionalità britannica. Ma girava molto il mondo seguendo i numerosissimi progetti del suo studio, che l’avevano messa nel gruppo delle “archistar” mondiali già da quasi trent’anni. Oltre il premio Pritzker, è stata la prima donna a ricevere la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects.

Tra le sue opere più importanti ci sono il London Aquatics Centre dove si tennero le Olimpiadi e Paralimpiadi di Londra del 2012; il Centro culturale Heydar Aliyev a Baku, in Azerbaigian con un auditorium, una biblioteca e un museo; il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma; il Museo della Scienza Phaeno, a Wolfsburg, in Germania; la sede dell’Opera di Guangzhou in Cina; la Stazione della funicolare di Innsbruck; la Stazione marittima di Salerno e quella di Napoli Afragola, entrambe in costruzione.

Una professionista in lotta contro i pregiudizi

In una intervista a lei di Mara Accettura dedicata da D la Repubblica nel 2013 parlò della difficoltà delle donne di fare carriera in questa professione.

L’intervistatrice riesce a scambiare alcune chiacchiere con la celebre “archistar”, dopo averla inseguita da un evento all’altro del Salone del Mobile di Milano, e le ricorda la polemica scoppiata qualche giorno prima, quando aveva denunciato la cultura misogina della Gran Bretagna. “Per quale motivo? Scuote la testa. «Non lo so. Dovrebbe chiederlo agli uomini». Eppure è una cultura femminista. «Gli uomini non lo sono». Lei pensa che l’architettura sia dominata dagli uomini? «Non l’ho detto». Quindi lei si riferiva a una situazione personale? «Sì. È un problema che non ho sentito in altri posti, il mondo arabo, la Cina, la Francia, l’Italia…». Come mai secondo lei? «Lo chiede alla persona sbagliata. Non sono io quella coi pregiudizi. Sono gli altri». […]

Scusi, ma lo studio Hadid quante donne impiega? Pausa. Ci guarda negli occhi per la prima volta. «Il 30 per cento». Il 30 per cento. «Non dico che è solo un problema degli uomini», spiega, come presa alla sprovvista. «È anche delle donne. Non ce ne sono molte nella professione. Non posso forzarle a lavorare. Mi piacerebbe che continuassero a fare carriera ma una volta che mettono su famiglia e hanno figli, marito partner, è difficile rientrare. È un problema di continuità». In che senso? «L’architettura è una professione difficile perché richiede orari lunghi, la gente sottovaluta quanto sia dura, un impegno assoluto. Le donne hanno bisogno di un sistema che le aiuti, come in Scandinavia, o di una famiglia più grande come accade in società più tradizionali come quelle mediorientali e magari anche in Italia. L’Inghilterra è grande per l’immigrazione ma questo comporta famiglie piccole, di tre quattro persone, quindi essere da soli. Anche le donne più liberate sentono di dover fare tutto da sole: lavoro, casa, figli. Molte mollano. Cosa che non succede in America dove il lavoro è parte della psiche delle persone».

Di sicuro lo è per lei. Hadid non ha partner né figli. Il lavoro è da sempre il suo credo. Eppure non sembra un sacrificio. «No. Ho scelto io di farlo in questo modo. Nessun compromesso. Quanto ai figli, forse mi pentirò quando sarò più vecchia. Non ora. Mi piacciono i bambini. Davvero. Ma non avrei saputo fare le due le cose». […]


L’infaticabile Hadid nel 1987 apre il suo primo studio a Clerkenwell, parte est di Londra. Ma gli inizi sono faticosi. Per lungo tempo è stata soprannominata l’architetto di carta perché i suoi progetti non riuscivano a decollare. «Mi dicevano “sei un’artista!”. Magari! Oppure “non male per una ragazza”. Quando ho iniziato le donne c’erano ma non andavano mai oltre un certo livello. Si supponeva che non potessi avere un’idea. Se invece sei un uomo non solo puoi averla ma puoi anche essere esigente». Pausa. «Il fatto è che il vero nemico è dentro, quando permettiamo alle persone di trattarci con superiorità. Ma se hanno un problema è loro, non tuo». Il punto più basso della carriera arriva nel 1996 quando vince la gara per l’Opera di Cardiff, ma il progetto da 86 milioni di sterline naufraga tra infinite polemiche. «Una sconfitta», ammette. «Eppure mi ha dato una forza enorme. Il mio nome era sempre sui giornali e ho dovuto combattere. In pubblico. Alla fine persino chi non sapeva nulla di architettura ha dovuto imparare e farsi un’opinione. E molti sentivano che il trattamento riservatomi era ingiusto. Oltraggioso».

Le chiediamo se un’ulteriore variabile – essere islamica – sia stato determinante. «No. Cioè, certo ero un’araba e questo non gli piaceva e così dicevano che sembrava la versione eretica di Ka’bah a La Mecca. Ignoranti! Idioti!». Il problema però non è solo di pregiudizio. Il decostruttivismo di Hadid, quel colpo d’occhio cinematografico fatto di angoli impossibili, labirinti e curve pericolose in cemento armato, acciaio e vetro, emerge in un momento in cui a vincere era il postmoderno. Il concetto di spazio liquido, dove non ci sono linee di demarcazione tra interno ed esterno, i pavimenti minacciano di diventare pareti e le strade si trasformano in tappeti volanti e rampe di ingresso, e tutto scorre come una corrente del fiume è caos. Eresia. Pura science fiction: come leggere Ballard in un momento in cui va di moda Hilary Mantel. «Si guardava solo indietro. Avevano successo gli storicisti alla Michael Graves. Per gente come me e Rem è stato molto difficile»”.

 

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